domenica, Maggio 9

In Libia il mercato di schiavi: in Sudan il tragitto della morte

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Prendendo spunto da un fatto di cronica avvenuto a Khartoum (capitale del Sudan) che ha visto gravissime violazioni dei diritti umani di richiedenti asilo etiopi ed eritrei, ‘African Express‘ denuncia che gli immigranti sono fonte di guadagno per le forze dell’ordine sudanesi e subiscono atroci violenze, aumentate dopo gli accordi migratori presi con UE e Italia. «Il Governo sudanese non è mai stato molto tollerante con i richiedenti asilo e i migranti, ma da quando  l’Unione Europea e l’Italia hanno promesso ad Omar al Bashir, il Presidente del Sudan ricercato dal tribunale penale internazionale per crimini contro l’umanità commessi in Darfur, somme consistenti (cento milioni di euro) per il controllo delle frontiere per arginare il flusso di coloro che fuggono, la condotta delle forze dell’ordine nei confronti dei profughi si è inasprita», afferma ‘African Express‘.

Nel dicembre 2016 l’allora Ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni, ha ricevuto il suo omologo sudanese, Ibrahim A. Ghandour a Roma promettendo di incrementare la cooperazione con il Sudan. La sede della AICS (Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo, ex Cooperazione Italiana) a Khartoum (Sudan) sembra stia acquisendo fondi e un importanza strategica per la politica estera italiana nella regione.  Ghandour, considerato un duro del regime, è famoso per le inaudite repressioni del dissenso popolare. È inoltre  sospettato di crimini di guerra nel Darfur attuati materialmente dalle RSF (Forze di Supporto Rapido) composte dai miliziani Janjaweed sospettati di almeno 18 pulizie etniche dall’inizio della guerra civile nel Darfur con un bilancio di 124.000 vittime. Il loro leader, Mohamed Hamdan Dagl, (amico intimo di Ghandour) nel 2016 ha chiesto all’Unione Europea di rinnovare il parco macchine e le armi delle RSF. Secondo Dagl l’aiuto militare avrebbe rafforzato l’opera delle Forze di Supporto Rapido nel contenimento dei flussi migratori africani verso l’Europa. Dagl si vanta di aver respinto ventimila migranti. «Combattiamo gli immigrati illegali a nome dell’Europa, se il nostro lavoro non viene apprezzato, apriamo il deserto ai migranti», aveva minacciato il criminale di guerra dopo l’ovvio rifiuto UE alla sua richiesta di finanziamento militare.

Visto che la discutibile gestione dei flussi migratori in Sudan è ben nota, è lecito chiedersi se le promesse fatte da Gentiloni di aumentare la cooperazione con il regime di Bashir hanno tenuto conto dei sospetti che gravano su Ghandour e Dagl di un cinico quanto orrendo doppio gioco sulla pelle degli immigranti africani. Entrambi sono sospettati di organizzare i viaggi di immigrati africani clandestini dalla località di Al Qadarif (Gedaref in inglese) al confine con l’Etiopia, circa 410 km dalla capitale sudanese, Khartoum. Da questa località partirebbero i convoglio di immigrati per giungere ai confini con la Libia. Il viaggio  costa circa 900 dollari a persona (neonati compresi). L’organizzazione sarebbe in mano ad elementi del Governo sudanese e delle RSF e sarebbe gestita attraverso intermediari civili sudanesi ed etiopi. Questo immenso traffico di esseri umani sarebbe ampiamente tollerato dalle RSF, sospettate anche di esecuzioni extra giudiziarie di immigranti prima di giungere la frontiera libica. Esecuzioni che ora potrebbero triplicare se i finanziamenti europei per il contenimento dei flussi migratori dovessero concretizzarsi.

Le prove tanto cercate da vari giornalisti occidentali e africani  di un mercato di schiavi al sud della Libia, ora fornite dalla OIM, potrebbero non escludere un network mafioso che coinvolge anche il regime sudanese che dal 2015 è stato ampiamente riabilitato da UE e Stati Uniti in cambio di un impegno alla lotta contro l’immigrazione clandestina e il terrorismo internazionale. I due mandati di arresto della Corte Penale Internazionale per crimini di guerra nel Darfur che pendono sul Presidente Omar El Bashir dovrebbero renderlo l’interlocutore meno adatto nella delicata gestione dei flussi migratori verso l’Europa.

Il florido mercato degli schiavi in Libia dovrebbe far riflettere il Governo italiano e il Parlamento Europeo che, tramite il Decreto Minniti-Orlando si sono dotati di identica tattica di chiusura delle rotte migratorie considerandola come priorità assoluta. «Una precisa strategia che consiste nel non ingresso di migranti e richiedenti asilo attraverso la fondamentale cooperazione con la Turchia, Paesi dell’Africa Sub Sahariana e Paesi che si affacciano sul Mediterraneo», come spiega la giurista Chiara Favilli in un articolo pubblicato su sito di informazione Franco Angeli.

Il concetto di mitigare il flusso migratorio dall’Africa agendo sulle cause nei Paesi d’origine (povertà, disoccupazione e mancato sviluppo economico) attraverso la cooperazione bilaterale e aiuti umanitari, è di per se giusto, ma l’idea si presta al rischio di strumentalizzazioni da parte di certi governi africani, causa l’evidente incapacità dell’Europa di selezionare i Paesi africani meritevoli di questa collaborazione. Una incapacità comprensibile nell’inserimento dei programmi di contenimento migrazioni di Libia e Sudan. Il primo governato da due fazioni rivali e da una miriade di bande armate minori su base etnica o clanica, il secondo sotto il controllo del regime di Bashir supportato dall’ala estremistica del clero mussulmana sudanese, Arabia Saudita e Qatar. Entrambi i regimi sono alla radice delle cause di migrazione (povertà, disoccupazione e mancato sviluppo economico) e rappresentano una seria minaccia alla stabilità regionale e mondiale.

Dopo le inchieste di ‘African Express‘ su Italia, EU e Sudan, venticinque parlamentari europei, guidati da Barbara Spinelli si sono indirizzati al Governo italiano per chiedere ulteriori chiarimenti sul dubbio dell’esistenza di un nesso tra i finanziamenti italiani ed europei e le gravi violazioni dei diritti umani in Sudan, sia contro la popolazione autoctona che contro gli immigrati africani. Nesso categoricamente negato da Roma e Bruxelles. Il Vicepresidente della Sottocommissione per i diritti dell’Uomo Barbara Lochbihler e Judith Sargentini, membro sostituto della Commissione per lo sviluppo e della sottocommissione per i diritti umani ritengono che l’Unione Europea dovrebbe aprire immediatamente un’inchiesta su come si sono svolti i recenti fatti in Sudan riguardanti la repressione contro emigranti etiopi ed eritrei, «invece di migliorare la gestione migratoria, si rischia di diventare complici nella violazione dei diritti umani e in tal cosa bisogna abbandonare immediatamente il progetto», sottolinea la Lochbihler.

La denuncia del IOM ha avuto il merito di rendere pubblica una verità (tratta degli schiavi) fino ad ora tenuta nascosta forse per convenienze politiche, visto che il fenomeno dura dal 2014. Anche le orribili violazioni dei diritti umani contro gli immigrati compiute da due partner UE (Libia e Sudan) e collegati alla politica di freno dei flussi migratori cominciano ad emergere con rinnovato vigore.

Un altro terribile segreto è purtroppo ancora difficile da dimostrare pur essendo secondo molti giornalisti africani, una drammatica realtà.  Vi è il sospetto che la strategia di contenimento dei flussi migratori dall’Africa passi anche attraverso l’eliminazione fisica degli immigranti africani che sarebbero uccisi a centinaia da forze dell’ordine, milizie paramilitari, bande armate e banditi libici e sudanesi durante il loro tragitto verso il ‘benessere’ ora denominato Il tragitto della morte. Nasce il sospetto che vi sia la ferma intenzione da parte di qualcuno di «far fuori i negri in Africa per evitare di trovarseli in Europa», sostengono i giornalisti che stanno indagando. Una strategia aberrante, ma difficile da dimostrare. Le notizie in merito ci sono, ma le prove scarseggiano, trovandosi proprio nei Paesi africani dove si compierebbero i crimini. Prove, di conseguenza irraggiungibili per i giornalisti di certo non ben visti in Libia e Sudan. Il massacro degli immigranti in Africa (probabilmente già in atto) è il paradosso del giornalismo moderno. Tutti sospettano l’esistenza ma nessuno può pubblicare la notizia approfondita per mancanza di prove.

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