domenica, Maggio 9

In Libia il mercato di schiavi: in Sudan il tragitto della morte

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Il OIM ha avuto il merito di proporre all’opinione pubblica internazionale questo crimine contro l’umanità, supportato da prove inconfutabili che questa organizzazione internazionale ha potuto raccogliere grazie al suo lavoro sul campo. Molto probabilmente l’opera di raccogliere le prove del OIM è passata inosservata dai trafficanti Tebu, Suleiman, e Tuareg attenti a impedire la presenza di giornalisti nell’area senza comprendere che non è l’unica categoria professionale abilitata a condurre inchieste.

La vendita degli schiavi avviene in piazze pubbliche. «La situazione è disastrosa. Sappiamo che gli immigranti nelle mani dei trafficanti di esseri umani soffrono di malnutrizione, abusi sessuali e rischiano la morte, la situazione è terribile. Più noi lavoriamo in Libia più comprendiamo che questo Paese è un valle di lacrime per gli immigranti», dichiara il direttore delle operazioni d’emergenza OIM, Mohammed Abdiker.

È proprio questa valle di lacrime, assieme al Sudan, l’epicentro della strategia del Governo italiano di contenimento dei flussi migratori. Strategia rientrante «nella visione di cooperazione euro-africana più completa e ampia per eliminare le cause della immigrazione clandestina e sostenere lo sviluppo dei Paesi d’origine dell’immigrazione». Gli accordi di contenimento migratorio siglati il 31 marzo scorso evidentemente hanno alla base una carente analisi sulla storia e sui traffici dei clan Tebu, Suleiman, e Tuareg nel sud della Libia, definiti da Roma «rappresentanze territoriali storiche» ritenute forse rispettabili visto che hanno partecipato agli accordi del 31 marzo in veste di firmatari.

I  Tebu  (il popolo delle rocce) sono una tribù presente nella zona frontaliera tra nord Ciad, sud Libia, nord del Niger e nord del Sudan. La tribù è conosciuta anche con il nome di Zaghawa il gruppo etnico che ha dato i natali al Presidente ciadiano Idriss Deby Itno. I Tebu sono noti per essere dei razziatori, banditi e commercianti di droga, armi ed esseri umani. La letteratura islamica fin dal Ottavo Secolo d.c. ai giorni nostri è piena di racconti e denunce dei crimini di questa tribù normalmente disprezzata dagli arabi, anche se vi sono intensi scambi commerciali con il Medio Oriente. Durante la guerra libica i Tebu si sono schierati contro Gheddafi, catturando le città di Qatrun e Murzuk per poi avanzare pretese separatiste nel marzo 2012 dopo gli scontri tra Tebu e tribù arabe a Sabha. Il loro leader, Issa Abdel Majid Manosur, ha fondato il Toubou Front for Salvation of Libya.

I Suleiman Awlad (noti con il nome arabo di Qadhadhfa) sono un sotto clan della tribù Houara che vive nel distretto di Sirte. I Houara è la più grande tribù berbera presente in Algeria, Marocco, Tunisia e Libia che vanta origini ispaniche e medio orientali. I Suleiman – Qadhadhfa, concentrati nella città di Sabha sopratutto dopo la guerra civile, sono famosi per il colpo di stato del 1969 che rovesciò il El Sayyid Muhammad Idris Bin Muhammad al-Mahdi as-Senussi (noto come Re Idris di Libia) permettendo al Colonnello Gheddafi di creare la Repubblica Araba della Libia.

Durante il regime di Gheddafi i Suleiman goderono di prestigio e potere ricompensando il leader con il solo supporto militare durante la guerra civile del 2011. I Suleiman Awlad sono noti per la loro ferocia. Attualmente sono dediti ad ogni sorta di contrabbando, compreso ora il commercio di schiavi. I Tuareg (gli uomini blu) rientrano nell’arcipelago etnico berbero e sono sparsi nei diserti della Libia, Algeria, Nigeria, Niger, Mali e Burkina Faso. Tradizionalmente dediti alla pastorizia nomade, durante l’islamizzazione dell’Africa diventarono i più feroci mercanti di schiavi e successivamente mercenari al soldo di chiunque li poteva pagare.

Entrambi i clan firmatari dell’accordo di contenimento dei flussi migratori dall’Africa con l’Italia, sono noti fin dal Dodicesimo secolo d.c. per aver trasformato il commercio degli schiavi nella loro principale fronte di guadagno. Commercio che dal 2014 è stato riattivato alla grande approfittando del caos seguito dalla caduta del regime di Gheddafi ad opera franco-americana.  Il Governo italiano ha anche mediato  l’accordo  tra i clan rivali Tebu e Suleiman per sospendere i conflitti esistenti tra di essi.

Secondo il giornalista libico  Abdullah BenlbrahimLe tribù del sud sono arrivate ad un accordo per interrompere le rivalità richiedendo la compensazione monetaria delle vittime e l’individuazione dei criminali che devono essere portati davanti alla giustizia. Secondo quanto prevede l’accordo, il Governo italiano si è offerto di pagare la compensazione monetaria alle vittime di entrambe le tribù”. Notizia non confermata dal Governo italiano e che se fosse vera rappresenterebbe un finanziamento a dei clan ora sospettati di essere coinvolti nel mercato degli schiavi nel sud della Libia.

Nel articolo pubblicato il 30 marzo scorso sul quotidiano libico ‘Libya Observer‘ il giornalista Benlhrahim afferma che l’accordo con il Governo italiano è stato sponsorizzato dalle Consiglio della Presidenza delle Nazioni Unite e dalla Comunità di Sant’Egidio impegnata già in altri delicate tragedie africane.

Secondo vari osservatori africani la pace firmata dalle tribù era una loro esigenza molto sentita per  porre fine ai conflitti tribali per meglio gestire il fiorente mercato di schiavi. Una intenzione evidentemente non compresa dai promotori degli accordi di pace. L’affermazione del giornalista libico sul coinvolgimento della Comunità potrebbe troverebbe conferma sullo sito dell’organizzazione fin dal ottobre 2016. «I rappresentanti delle tribù riuniti a Sant’Egidio hanno raggiunto un’intesa per la zona strategica del Paese» spiega sul suo sito la Comunità di Sant’Egidio. «Le discussioni tra i due clan che hanno portato ai recenti accordi di pace iniziarono il 3 ottobre 2016 a Roma presso la sede della congregazione cattolica».

La Comunità di Sant’Egidio è ora impegnata nel tentativo di riconciliazione tra Misurata e Zintan. «I delegati delle città di Misurata e Zintan si sono incontrati a Roma nei giorni scorsi grazie al lavoro della Comunità di Sant’Egidio per continuare il cammino per la riconciliazione iniziato proprio a Sant’Egidio nel dicembre 2016. Gli incontri sono stati caratterizzati da un clima di rispetto e da un dialogo costruttivo che ha portato alla firma di una dichiarazione congiunta sulle priorità della riconciliazione», recita il comunicato interno pubblicato il 07 aprile 2017.

Il Governo italiano è sotto i riflettori internazionali anche per i discutibili accordi sull’immigrazione siglati con il regime dittatoriale di Omar El Bashir in Sudan. Recentemente lo scottante quanto non gradito tema è stato oggetto di una accurata indagine giornalista condotta da Massimo Alberizzi e Cornelia I. Toelgyes pubblicata il 28 febbraio scorso sul sito di informazione di tematiche africane ‘African Express‘. L’indagine riguarda i rapporti sul tema immigrazione tra Unione Europea, Italia e Sudan, uno dei Paesi di maggior transito per immigrati verso il sud della Libia per proseguire verso i porti libici e giungere infine (forse) alle coste italiane.

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