venerdì, Settembre 17

Libia: Macron cerca lo scatto in avanti Con Arturo Varvelli (ISPI) parliamo delle prospettive del prossimo vertice di Parigi e del ruolo (assente) dell'Italia

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Quali saranno le posizioni di alcuni attori internazionali molto schierati nel conflitto libico, in particolar modo della Russia?

La Russia potrebbe avere un potere di veto sulle eventuali decisioni prese dal Consiglio di Sicurezza: non è detto che sia pienamente collaborativa. Nel recente passato c’è stata una certa convergenza sulla figura di Haftar, ma mi pare che questo appoggio presso alcune potenze internazionali (Egitto, Emirati Arabi, Russia e Francia stessa) si sia un po’ diluito nel corso del tempo: questi attori hanno capito che l’appoggio ad Haftar, a meno di grandi escalation militari che nessuno vuole nell’area, non porterebbe, da solo, alla risoluzione dei problemi; al contrario, sarebbe un ulteriore fattore di polarizzazione. Certamente, da parte di alcune potenze, c’è una convergenza sul riconoscimento di un ruolo di Haftar, ma c’è anche la consapevolezza che questo ruolo debba essere mediato dagli altri attori.

Nel parlare dell’iniziativa diplomatica francese, alcune fonti libiche hanno affermato che la strategia di Macron nasconda mire colonialiste: si tratta di accuse sensate?

Parlare di colonialismo è certamente fuori luogo. La Francia cerca una leadership politica nella gestione della crisi anche a causa di fattori internazionali che avvantaggiano l’azione politica di Macron.

Tra i partecipanti al vertice figurano molti Paesi dell’area che, notoriamente, hanno tra loro rapporti poco cordiali, quando non aperti contrasti (Turchia e Arabia Saudita, Qatar e Arabia Saudita): come potrebbero influire le rivalità tra questi Paesi sul vertice di Parigi?

Innanzi tutto, non c’è stato un lavoro adeguato di accompagnamento diplomatico ed un lavoro politico tra attori esterni ed attori interni che potesse concretizzarsi in qualcosa che possa avere un reale valore: rimango scettico sui risultati finali. Penso che questo vertice di Macron dovesse arrivare alla fine di un eventuale percorso politico, non all’inizio: se dovesse produrre qualche risultato, si tratterebbe certamente di risultati secondari.

L’Italia fa parte dei Paesi che parteciperanno alla riunione e, storicamente, ha sempre giocato un ruolo importante nelle vicende libiche: come influirà l’attuale crisi istituzionale sul peso del Paese al vertice di Parigi?

In questo momento, l’Italia, per evidenti problemi interni, non può avere una capacità di proiezione internazionale da nessuna parte e, certamente, uno dei primi capitoli su cui l’Italia sta perdendo terreno è proprio la Libia: vedremo quando ne usciremo e con che linea ne usciremo. Nel frattempo, d’altra parte, non penso che qualcuno possa magicamente risolvere la crisi libica, soprattutto senza il contenuto di un’Italia che rimane, secondo me, fondamentale nella gestione della crisi libica, sia per i contatti che ha che per la conoscenza del Paese, che per gli interessi specifici che ha nel Paese, a cominciare dai migranti per arrivare fino alla questione del petrolio e delle risorse energetiche (l’ENI è la compagnia internazionale più presente nel Paese).

È possibile, quindi, pensare che la mossa di Macron non sia arrivata casualmente in concomitanza con la crisi istituzionale italiana?

Non è casuale. C’è una concatenazione di tre eventi: gli Stati Uniti che sono distanti e maggiormente disinteressati, le Nazioni Unite che si sono ingrippate nel processo di revisione politica degli accordi del 2015 e, per finire, un’Italia assente.

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