sabato, Ottobre 23

Libia: l'urlo di aiuto di Serraj incanta l'Italia? field_506ffbaa4a8d4

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La protezione dei pozzi non è, dunque, solo una questione economica interna alla Libia, ma è anche un metodo di arginamento del fenomeno terroristico. Questo rende l’intervento armato non solo essenziale per l’Occidente, ma anche tremendamente pericoloso per lo Stato Islamico, che lotterà con tutte le sue forze per accaparrarsi le risorse necessarie. Tripoli sta provando ad arginare le continue incursioni verso i pozzi petroliferi nell’Est del Paese ad opera degli uomini del Califfato. Nelle ultime settimane, questi ultimi, hanno provato più volte ad attaccare i depositi e i check point della Petroleum facilities guard, la milizia guidata dal giovane rivoluzionario Ibrahim Jadran, che da mesi ha assunto la protezione della maggior parte dei pozzi della Cirenaica.

Dietro la richiesta esplicita di Al-Serraj si potrebbero nascondere sottili meccanismi di politica interna libica, una partita combattuta soprattutto tra il neo premier e Khalifa Haftar. Haftar rappresenta una figura tra le più complesse presente sullo scenario libico, venerato da una parte della popolazione è anche un degno interlocutore per gli interessi internazionali nel Paese. Nei giorni scorsi il generale ha ricevuto armi dagli Emirati Arabi Uniti, in violazione dell’embargo deciso dall’Onu. Nel porto di Tobruk sono stati scaricati più di 1000 veicoli da combattimento con blindature leggere, armi e munizioni. Questo arsenale, arriva dalle casse dei sostenitori di Haftar, tra i quali spiccano Egitto e Francia.

L’Egitto sfrutta la figura di Haftar per allargare la sua sfera di influenza in Cirenaica, sperando, sul lungo periodo, di poter accedere al controllo dei traffici di petrolio nella regione. Un gioco piuttosto lucrativo che porterebbe nelle casse egiziane somme considerevoli. La Francia, dal canto suo, invece, è stata trascinata nel discorso libico dagli stessi egiziani con cui ha stipulato accordi per forniture militari di un certo peso economico. A questo punto Haftar, con nuove armi e nuovi finanziamenti, sarebbe in grado di avanzare verso i pozzi petroliferi della ‘mezzaluna’, una zona che le sue forze non hanno mai controllato perché già sottoposte al controllo governativo. Per questo schierare una forza Onu a protezione dei pozzi significa potenzialmente combattere contro l’ISIS, ma anche trovarsi a dover fronteggiare uno scontro con le milizie di Haftar.

Il Governo italiano, in questo clima di instabilità, ha già pronti i piani per offrire una prima risposta al Premier libico Fayez al-Sarraj. Le aliquote pronte per una eventuale partenza in Libia sono sempre le stesse, mantenute in stand-by fino a che la situazione politica non si sarà chiarificata. Le fonti ufficiali della Difesa sono restie a confermare un prossimo intervento italiano nella zona perché la politica di Roma a riguardo è chiara da sempre: prima accordo politico e poi intervento militare. Alcune ricostruzioni giornalistiche parlano di circa 1000 – 900 uomini pronti a prendere il largo verso Tobruk, ma la realtà è ben più articolata. Roma, in questo momento, non ha la possibilità di impiegare un contingente così numeroso in un teatro che si presenta irto di insidie e senza una chiara linea d’intervento. Il Dicastero della Difesa ha specificato più volte che allo stato attuale dell’arte si è parlato di impegno militare internazionale solo per addestrare i militari libici o proteggere il Governo, niente si è detto sulla Cirenaica e sui pozzi di petrolio. Nonostante la complessità dello scenario quella allo Stato Islamico è una guerra che ancora nessuno si può permettere di iniziare a combattere.

 

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