domenica, Settembre 26

Libia: l'urlo di aiuto di Serraj incanta l'Italia? field_506ffbaa4a8d4

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La Libia torna prepotentemente sulla scena politica nazionale italiana scavalcando, per qualche ora, la questione del ritorno in Iraq. Il momento è delicato, per la prima volta, domenica 24 aprile, Fayez al-Serraj – Premier del neocostituito Governo – ha ufficialmente chiesto aiuto per proteggere i pozzi petroliferi dalle incursioni dell’IS. Il gioco politico tra forze internazionali si è finalmente cristallizzato. Serraj si è dimostrato disponibile ad un intervento ancora poco chiaro e dai contorni pericolosi, una situazione militare tra le più serie degli ultimi anni a ridosso di un’Europa attraversata dalla paura di nuovi attentanti. Quali sono le ragioni che portano il Premier Serraj alla sua richiesta di proteggere i pozzi petroliferi della Cirenaica? Questi pozzi sono davvero in pericolo, oppure dietro a tale richiesta si celano ragioni occulte? Cerchiamo di fare chiarezza sui diversi punti da prendere in esame.

In primo luogo, quello che viene richiesto dal Governo libico non è più un limitato supporto alle attività terrestri per arginare un fenomeno di guerriglia. La richiesta formale è stata di iniziare un’operazione militare che sia in grado di preservare i giacimenti di greggio nella zona della Cirenaica. Niente bombardamenti, niente navi o droni questa volta, le truppe sul terreno sono essenziali e sarebbero anche il cuore pulsante di un dispositivo militare di cui si stenta a capire i compiti effettivi. La struttura della tanto auspicata missione si paventa, dunque, come un classico scenario combat‘ con le difficoltà del caso e le titubanze di molti governi, che ancora non hanno deciso con che regole d’ingaggio intervenire.

Il Governo Serraj non è in grado di garantire il controllo delle sue città, nè, tantomeno, dei suoi pozzi petroliferi, di conseguenza si auspica un intervento su due fronti. Il primo: forze di addestramento per un non ben specificato esercito libico che ancora non è nemmeno nei sogni del neo Governo; il secondo: aliquote non troppo numerose che facciano daguardiani‘ ai pozzi e scaccino i tentativi di incursione dell’IS. Entrambe le richieste (la prima soprattutto) sarebbero da valutare con grande riflessione dai governi europei, perché sul medio-lungo periodo le ricadute politiche e militari rischiano di essere tragiche.

Roma, che sembra aver colto la palla al balzo per rimarcare il suo grande interesse verso la Libia, si troverà presto a dover discutere, in maniera davvero conclusiva, di regole d’ingaggio e numeri effettivi da schierare. Se il desiderio è quello di intervenire militarmente nel Paese, nessuno -militari e politici- potrà esimersi da una discussione concreta sulla condizione dell’intervento. Il rischio è che ci si trovi a dover fronteggiare una minaccia determinata e ben strutturata con strumenti e regole inadatti e persino pericolosi. L’auspicio è che a livello politico si metta pace tra quello che l’Italia vuole e quello che può permettersi a livello militare e strategico, fare la guerra con le stesse condizioni con cui portiamo biscotti ed acqua ai bambini in Kosovo assume le sembianze di un gioco al martirio.

La strategia del Califfato di puntare al greggio come fonte di sostentamento è ormai prassi assodata ma in terra libica potrebbe rappresentare l’ingresso massiccio delle milizie nel Paese. Se dovesse funzionare per l’ennesima volta la sua strategia, l’IS avrebbe nuovamente una base economica su cui fondare il suo welfare state informale e fondi per reclutare milizie insoddisfatte e popolazione delusa dal lavoro dell’ONU.

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