lunedì, Novembre 29

Libia, liberati i due ostaggi italiani

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Un tribunale di Istanbul ha deciso di porre sotto amministrazione controllata il gruppo editoriale che controlla il quotidiano Zaman per i suoi legami con il magnate e imam Fethullah Gulen, ex alleato poi diventato nemico giurato del presidente Recep Tayyip Erdogan. La richiesta, accolta oggi dal giudice, era stata presentata dall’ufficio del procuratore capo di Istanbul. Adesso gli amministratori giudiziari dovrebbero prendere il controllo del gruppo, nominando una nuova direzione editoriale, come avvenuto in passato in casi simili. La notizia ha scatenato una marea di polemiche e proteste in tutto il Paese denunciando la mancanza di libertà di stampa. «Stiamo attraversando i giorni più bui e cupi in termini di libertà della stampa, che è un caposaldo della democrazia e dello stato di diritto» hanno scritto i membri della redazione del giornale, denunciando minacce “con cui intellettuali, imprenditori, celebrità, organizzazioni della società civile, media e giornalisti vengono zittiti. «I giornalisti»  si legge nel messaggio del quotidiano «frequentano più i tribunali che le redazioni. Molti di quelli che sono stati arrestati e messi sotto processo più e più volte sono tuttora in carcere». Zaman è il quotidiano più diffuso nel Paese, con circa 650mila copie quotidiane, la maggior parte distribuite in abbonamento tra i seguaci del movimento di Gulen.

Il Brasile si trova ad affrontare un nuovo scandalo politico dopo i guai di Dilma Roussef. Stamattina, la polizia brasiliana ha effettuato delle perquisizioni nell’abitazione dell’ex presidente, Luiz Ignacio Lula da Silva, accusato di ricevuto benefici da parte dello schema Petrobras attraverso la ristrutturazione di un triplo appartamento e di un sito ad Atibaia. Lanciata nel 2014, l’inchiesta su Petrobras ha svelato un vasto sistema di false fatturazioni messo in piedi dal colosso petrolifero pubblico e 16 aziende, sistema che assicurava commissioni tra l’1 e il 3% su ogni contratto, di cui una parte veniva poi versato a uomini politici della coalizione al governo. L’operazione è scattata nell’ambito dell’inchiesta sullo scandalo Petrobras, la compagnia petrolifera statale coinvolta in un giro di corruzione. Il portavoce dell’ex presidente ha detto che gli agenti hanno portato via Lula per interrogarlo e un portavoce della polizia ha confermato che l’ex leader brasiliano è attualmente trattenuto dalle forze dell’ordine.

Oltre a Lula, nel mirino della nuova fase dell’inchiesta sullo scandalo Petrobras ci sono diverse altre persone legate direttamente all’ex Presidente. Secondo il sito web del quotidiano Otempo, nella lista degli indagati figurano la moglie Marisa Letícia e i figli Sandro Luis, Fabio Luis, Marcos Claudio e Luis Claudio, oltre ad altri comunque vicini al Partito dei Lavoratori. Fra questi, il direttore dell’Istituto Lula, Paulo Okamotto, la direttrice Clara Ant, che fu assistente speciale di Lula ai tempi della sua presidenza e José de Filippi Jr, segretario del prefetto Fernando Haddad, membro del partito. Intanto, dopo la notizia del fermo gli animi brasiliani si sono accesi e si sono creati fazioni di manifestanti pro e contro Lula che si sono confrontate duramente davanti all’abitazione dell’ex Presidente e presso l’aeroporto di San Paolo, dove il leader del Partito dei Lavoratori viene sottoposto a interrogatorio. Come riferisce il sito Globo.com, la tensione è stata più alta di fronte alla casa dell’ex presidente, a Sao Bernardo do Campo, dove sono stati esplosi anche alcuni petardi: la polizia ha fatto ricorso ai manganelli e almeno una persona è rimasta ferita.  «Ci sono le prove che l’ex presidente Lula ha ricevuto benefici da parte dello schema Petrobras» hanno riferito gli inquirenti, ma Lula ha negato di essere il proprietario dell’appartamento e ogni suoi coinvolgimento nello scandalo. Ieri un magazine brasiliano aveva scritto che un senatore del Partito dei Lavoratori molto vicino a Lula e alla attuale presidente Dilma Rousseff, Delcidio do Amaral, sarebbe pronto a testimoniare contro di loro in cambio di uno sconto di pena. Dietro le perquisizioni, comunque, si teme possa esserci un disegno politico ben studiato per screditare Lula e metterlo fuori gioco, proprio ora che si stanno facendo nuovi accordi politici per la guida del Paese.

Scintille a sfondo sessuale nel dibattito tra i candidati alle primarie repubblicane di ieri sera da Detroit, l’undicesimo da quando è iniziata la campagna elettorale. Nel corso del dibattito tv, trasmesso da Fox, il magnate americano, al termine di una giornata in cui i politici veterani del partito Mitt Romney e John McCain hanno esortato gli elettori ad abbandonarlo, ha dovuto far fronte agli attacchi di Ted Cruz, Marco Rubio e John Kasich, che alla fine si sono comunque detti disposti a sostenere Trump nelle presidenziali se dovesse vincere la nomination Gop. Il tycoon ha tenuto, ha incassato ed è riuscito a restare in piedi, mantenendo, a differenza delle altre volte, la calma. «Sono cambiato, la flessibilità è un punto di forza» ha detto, ammettendo di aver cambiato posizione su importanti temi come la guerra in Iraq e l’accoglienza di rifugiati siriani in America. Trump si è anche dissociato totalmente dal Ku Klux Klan. «Mi dissocio totalmente da David Duke. Lo sto facendo da due settimane ormai» ha detto rispondendo alle critiche che gli sono state mosse per non aver preso le distanze dai suprematisti bianchi del Ku Klux Klan dopo che il loro ex leader aveva invitato i suoi sostenitori a votare per lui. Il magnate è tornato invece a sostenere l’opportunità di ricorrere alla pratica del waterboarding e si è anche detto certo che i militari non si rifiuteranno. «Credetemi» ha sottolineato rispondendo a chi ricordava le parole dell’ex direttore della Cia Michael Hayden secondo cui i militari possono contestare ordini illegali che implichino torture o uccisioni di civili.

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