lunedì, Settembre 20

Libia, la guerra segreta tra Italia e Francia Cinque anni di tentativi francesi di sottrarre la Libia all'orbita italiana

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Agli inizia del 2011 questo equilibrio dettato dagli affari si incrina. Quando la cosiddetta ‘Primavera araba’ sconvolge la sponda del Mediterraneo, anche in Libia si verifica una sollevazione popolare. Ma Gheddafi reprime ogni movimento nel sangue. Il Colonnello torna di colpo ‘impresentabile’ e le Cancellerie occidentali iniziano a chiederne l’uscita di scena.

Il Paese che più d’ogni altro sostiene la necessità di un intervento armato è la Francia, blandamente spalleggiata dal Regno Unito. Alla notizia della dura repressione in Cirenaica, Sarkozy si affretta a definire Gheddafi un «criminale di guerra» da deferire alla Corte penale internazionale e a riconoscere il Consiglio nazionale di transizione, organo di «Governo» dei ribelli sorto dal nulla da un giorno all’altro, come unico interlocutore in Libia. In sede ONU, Parigi preme per l’approvazione della risoluzione 1973, che autorizza la missione Unified Protector, e addirittura invia i propri caccia nei cieli libici con un giorno d’anticipo rispetto al via ufficiale delle operazioni.

L’attivismo dell’Eliseo, accompagnato dalla repentina degenerazione della crisi libica, desta subito il sospetto che gli sconvolgimenti in corso fossero l’effetto di un colpo di Stato pilotato. Il golpe, ha scritto l’analista Karim Mezran sulle pagine di ‘Limes nel 2011, sarebbe stato deciso pochi mesi prima in un albergo di Parigi dai servizi segreti francesi, in accordo con alcuni dissidenti libici all’estero e con la complicità di Nuri al-Mismari, Ministro del cerimoniale di Gheddafi. Le rivolte popolari hanno poi costretto gli organizzatori ad accelerare il piano. Non pochi elementi paiono suffragare questa teoria: le defezioni dei militari e degli alti gradi del Governo (primi fra tutti: il Ministro della Giustizia Mustafa Abdul Jalil e quello dell’Interno Abdul Fatah Younis), tutte stranamente rapide e perlopiù a macchia di leopardo, la rapida genesi del CNT, la diffusione di così tante armi leggere tra la popolazione civile in così poco tempo, e soprattutto la summenzionata frenesia diplomatica della Francia in sede internazionale. 

Alle radici del golpe vi sarebbero vari fattori. Nel 2010, mentre Berlusconi coltiva la sua diplomazia ‘pop’ con Gheddafi e la Libia, Eni, Saipem ed Enel strappano una serie di contratti per i nuovi giacimenti di gas in Algeria, ex colonia francese e tradizionalmente appannaggio delle compagnie transalpine. Uno smacco per Sarkozy, che nel frattempo, complice la crisi economica, deve fare i conti col crollo dei suoi indici di gradimento: oltre il 70% dei francesi disapprova l’operato del Presidente. E alle elezioni manca poco più di un anno.
Inoltre, spunta fuori la notizia di quei cinquanta milioni di euro che lo stesso Sarkozy avrebbe ricevuto proprio dal Colonnello per sostenere la propria campagna elettorale del 2007. Un fatto imbarazzante per il Presidente francese, che minacciato dallo scandalo, traballante nei sondaggi e superato dall’Italia in Nord Africa, decide il primo a premere il grilletto contro l’ex alleato arabo.

Mentre la guerra infiamma, Eni da una parte ed Edf, Suez e GdF dall’altra iniziano a stringere accordi e concessioni per quando le armi smetteranno di sparare. Questa volta, la parte del leone la fanno i francesi, mentre gli italiani pagano le iniziali titubanze del Governo Berlusconi in difesa della ribellione. Ma il clima è confuso e anche dopo la caduta del vecchio regime non si riesce a capire chi ne prenderà il posto.
Sia Roma che Parigi iniziano, così, a fare affari con le milizie, sovvenzionando, per il tramite delle compagnie petrolifere di Stato, le parti in lotta: liquidi da trasformare in armi e munizioni in cambio dello sfruttamento delle concessioni (l’Italia ne ha ben sei) e impianti sorvegliati dalle stesse milizie che si combattono tra loro. Come in una guerra per procura.

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