lunedì, Maggio 10

Libia, la fine del Governo Zeidan field_506ffb1d3dbe2

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Ulteriore e definitiva sconfitta per il Governo di Tripoli e per il Primo Ministro Ali Zeidan. Una petroliera con bandiera nordcoreana è riuscita sabato scorso a portare via oltre 200mila barili di petrolio greggio dal porto di al-Sidra, nell’area di Ras Lanuf al confine tra Tripolitania e Cirenaica. L’operazione rappresenta un successo per il Governo regionale di Barqa, la forma di autogoverno locale guidata dall’ex miliziano Ibrahim Jadhran che ha preso il controllo dei terminali di esportazione del greggio e degli impianti di produzione collocati nell’Est del Paese, impedendo la regolare produzione di petrolio libico in quelle aree.

Per impedire le esportazioni autonome, Ali Zeidan aveva ordinato alla Marina libica di pattugliare le acque al largo dei principali terminali esportativi dell’Est del Paese, minacciando bombardamenti aerei qualora la petroliera avesse cercato di prelevare il greggio libico. La debole e male armata Marina libica non è però riuscita a prevenire le operazioni e a fermare la nave, che ha rapidamente raggiunto le acque internazionali. Secondo quanto riporta la CNN, un’agenzia d’informazione nordcoreana avrebbe affermato che la nave, sebbene munita di bandiera nordcoreana, sia di proprietà di una compagnia egiziana, la Golden East Logistics di Alessandria. Secondo l’agenzia, la Nord Corea avrebbe «notificato all’Organizzazione Internazionale Marittima che i proprietari dell’imbarcazione hanno violato la legge nordcoreana».

L’avvenimento, paragonato da membri del Congresso Nazionale a «un’umiliazione per la Libia intera», ha rappresentato l’ultimo atto della disastrosa esperienza di Governo di Ali Zeidan. Nella giornata di mercoledì, il Congresso Nazionale Generale ha approvato una mozione di sfiducia contro Zeidan, facendolo di fatto decadere e ponendo fine a una fase di governo inaugurata dalle elezioni del luglio 2012. La sfiducia è passata con 124 voti su 194, di fatto quattro in più di quelli richiesti per raggiungere la maggioranza necessaria a far decadere il Premier.

Il Ministro della Difesa Abdullah al-Thinni è stato nominato come successore ad interim di Zeidan; manterrà il suo posto fino a quando non sarà stato raggiunto un accordo sul nome del successore stabile. Al-Thinni, Ministro da quando nell’agosto del 2013 Mohammed Bargathi rassegnò le dimissioni in seguito al fallimento delle sue politiche nei confronti dell’esercito miliziano, ha spiccato nelle scorse ore un mandato di arresto nei confronti di Zeidan, ufficialmente accusato di appropriazione indebita di denaro pubblico.

Secondo le voci più recenti, nonostante il divieto di lasciare il Paese, Zeidan avrebbe abbandonato la Libia nelle ore seguenti alla notizia della sfiducia. Non è tutt’oggi chiara la destinazione dell’ex Primo Ministro, ma il fatto che sotto il regime di Gheddafi Zeidan abbia trascorso diversi anni in esilio in Germania rende possibile immaginare che si sia recato lì. La poca chiarezza delle voci circolanti rende però ad ora complicato avere notizie concrete riguardanti gli ultimi sviluppi.

«I libici possono trarre una piccola consolazione dal fatto che la rimozione del Primo ministro è stata effettuata in maniera costituzionale, piuttosto che tramite l’intervento di qualche milizia entrata nel suo ufficio per tenerlo in ostaggio» scrive oggi il giornale Gulf News. «E’ difficile dire cosa Ali Zeidan abbia fatto, considerato lo stato delle Forze armate libiche, ma chiaramente il Parlamento si aspettava che facesse di più. Questo drammatico incidente mostra come la Libia rischi di spezzarsi, dal momento che il Governo non riesce a mettere sotto controllo le numerose milizie armate e forze tribali che hanno contribuito alla destituzione del dittatore Muammar Gaddafi nel 2011, ma sono ancora armate e sul terreno, e lavorano per dominare diverse aree del Paese, mentre si impadroniscono del potere e della rendita petrolifera».

Dopo ripetuti tentativi di porre fine alla sua esperienza governativa tramite voti di sfiducia, è stato quindi sancito il definitivo fallimento dei tentativi di Ali Zeidan di restaurare l’autorità delle istituzioni libiche sul Paese. Una combinazione di interessi personali, faide interne al Parlamento e al Consiglio ministeriale, scioperi e violenza miliziana hanno trasformato la Libia in un Paese fuori dal controllo, rendendo impossibile al Governo di muoversi in alcuna direzione per effettuare le riforme necessarie a far ripartire economia e società.

A dare l’ordine di avviare le esportazioni autonome è stato Ibrahim Jadhran, il comandante delle Petroleum Facilities Guards (una milizia di quasi 20mila uomini che avrebbe dovuto agire a protezione degli impianti energetici dell’Est del Paese). A novembre Jadhran ha annunciato la formazione di una compagnia petrolifera indipendente in Cirenaica, guidata dall’autoproclamato Governo regionale di Barqa. In qualità di leader del Cyrenaican political bureau (una forma di Governo locale guidato da Abd-Rabbo El-Barassi, comandante delle Forze aeree libiche che alzò le armi contro Gheddafi), Jadhran ha detto che la sua Libyan Gas and Oil Corporation avrebbe agito «con trasparenza e senso di giustizia», contrapponendosi a un Governo centrale libico screditato e sordo alle richieste dei suoi cittadini. Nonostante l’immediata risposta di Ali Zeidan, che lanciò un ultimatum annunciando che qualora entro 7-10 giorni non fossero stati interrotti i blocchi alle esportazioni petrolifere, il «Governo avrebbe esercitato le proprie funzioni», Jadhran ha continuato per la propria strada, forte dell’appoggio legato al malcontento dei cittadini dell’Est del Paese.

Permane intanto l’incertezza sulla ripresa della produzione e dell’esportazione di petrolio nel Paese, attualmente ostaggio di una serie di rivendicazioni portate avanti da milizie, ribelli in lotta con l’autorità centrale, lavoratori che cercano di ottenere maggiori concessioni dal Governo. Il Ministero delle Risorse Energetiche ha fatto sapere a dicembre negli scorsi giorni che la produzione è leggermente tornata a salire: la quantità di barili di petrolio prodotti quotidianamente è tornata a 250mila contro i 220mila del mese precedente. L’aumento è probabilmente legato alla ripresa del funzionamento degli impianti di Sarir e Messla. Il livello di produzione rimane comunque ben distante dal milione e quattrocentomila barili al giorno esportati nel luglio scorso. Qualora non si riuscisse a incrementare ulteriormente la produzione, anche i successori di Ali Zeidan si troverebbero in gravi difficoltà e rischierebbero di assistere al naufragio di un’economia le cui fortune sono legate a doppio filo alla produzione petrolifera.

 

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