venerdì, Maggio 7

Libia: la centralità dell'intelligence italiana

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La presenza in Libia della nostra intelligence (anche se allora non era questa e non si chiamava così) nacque sotto una cattiva stella. Infatti, facemmo una guerra, nel 1911, nella certezza che sarebbe durata pochi mesi: la stessa, fatale illusione coltivata poi nel 1915, e, ancor di più, nel 1940. Per la conquista di quello che Gaetano Salvemini aveva definito ‘uno scatolone di sabbia’ ritenevamo, in base appunto alle informazioni raccolte, che gli arabi si sarebbero sollevati contro l’impero ottomano e si sarebbero schierati a nostro favore. Abbiamo visto come andò a finire con una resistenza piegata poi, e in modo feroce, solo dal fascismo nel 1932, grazie all’apporto determinante dei reparti speciali dei Carabinieri, impegnati anche in azioni di intelligence. Nel secondo dopoguerra la politica di Enrico Mattei pone le premesse per la supremazia energetica italiana nel Paese.

E l’ENI sviluppa di fatto un servizio di intelligence privato che nel corso degli anni si affiancherà a quello nazionale, come confermano le recenti dichiarazioni del Premier Matteo Renzi: «L’ENI è oggi un pezzo fondamentale della nostra politica energetica, della nostra politica estera, della nostra politica di intelligence».

Nel 1969 il nostro servizio segreto, che allora si chiamava SID e il Ministro degli Esteri era Aldo Moro, sostenne l’ascesa di Muammar Gheddafi, che si era formato nelle accademie militari italiane e che abbatté la monarchia filo-britannica. Anche se gli italiani vennero espulsi e i loro beni sequestrati, subito dopo l’industria petrolifera, controllata fino ad allora in prevalenza dai britannici, venne nazionalizzata e diventò, invece, preminente la posizione italiana.

Gli anni Settanta, quelli delle trame, videro lo scandalo denominato M.Fo.Biali, legato alla nascita di un nuovo partito cattolico e al commercio illegale del petrolio libico, con scandali che vennero rivelati dal giornalista Mino Pecorelli nella sua rivista ‘OP‘. Anche in questo caso, i servizi, più o meno deviati, a giusta ragione o meno, sono stati chiamati pesantemente in causa. La nostra politica estera, distinta tra filo israeliani e filo arabi e di cosiddetta ‘equivicinanza’, nella cosiddetta Prima Repubblica vide le posizioni espresse sopratutto da Aldo Moro e da Giulio Andreotti, entrambi con ruoli rilevanti nella politica estera e con naturali e istituzionali riferimenti nei vertici dei servizi. Con ricadute anche in Libia e nel Medi Oriente.

La stessa vicenda dell’aereo abbattuto a Ustica, secondo alcune interpretazioni, riguarderebbe proprio il tentativo mal riuscito dell’abbattimento dell’aereo su cui viaggiava Gheddafi da parte dei francesi, con i nostri servizi ampiamente coinvolti nelle successive fasi del processo.

Come si vede anche per grandi linee, quella dei nostri Servizi nelle vicende libiche è una presenza tormentata.

Arrivando alla presunta Seconda Repubblica, Silvio Berlusconi intesserà importanti relazioni, anche personali, con Gheddafi, culminate con la sottoscrizione di un Trattato di Amicizia nel 2008 a Bengasi, per mettere fine a decenni di ‘malintesi’. Ma la politica del centro-sinistra di Romano Prodi e Massimo D’Alema non si era poi discostata di molto. Non a caso la Libia aveva investito nelle principali industrie nazionali, a cominciare dalla Fiat, già nel 1976. Tutte iniziative seguite e monitorate dalla nostra intelligence.

Arriviamo, quindi, alle ‘primavere arabe’, tra le quali anche la ‘rivoluzione dei gelsomini‘, che hanno di molto contribuito a creare i terribili squilibri attuali e la destabilizzazione di tutta l’area mediterranea, favorendo di fatto altre regioni del pianeta. L’intervento in Libia venne promosso dalla Francia che, perdendo posizioni in Algeria, intendeva riconquistarle proprio dove l’Italia riusciva a esprimere il sistema-Paese con aziende che realizzavano l’interesse nazionale, ottenendo prestigio globale: l’ENI aveva una posizione predominante nell’economia del petrolio e più di recente l’Unicredit a livello bancario era diventato un punto di riferimento, vincendo la concorrenza degli istituti bancari europei, a cominciare dalla francese Paribas. Sullo sfondo c’è la rinata centralità del Mediterraneo, che, con quasi un miliardo e mezzo di persone, sarebbe dovuta diventare l’area di libero scambio più estesa del pianeta.
Com’è noto, l’allora Presidente del Consiglio Berlusconi era contrario all’iniziativa militare, ma alla fine l’Italia concesse l’utilizzo delle basi per i bombardamenti. Una vicenda che sarà più chiara col tempo, magari tra qualche anno quando si avrà accesso agli atti dei servizi italiani e dei Paesi occidentali.

Durante gli scontri che si verificarono, la nostra intelligence collaborò con quella dell’ENI per esfiltrare, cioè per fare rientrare, i trecento tecnici dell’ENI attraverso il Sudan. Nel corso degli anni, infatti, la nostra intelligence è diventata affidabile per le varie tribù, tanto che non abbiamo subito attentati significativi agli impianti che fanno riferimento all’ENI. Da allora, però, la Libia rappresenta la metafora del fallimento delle ‘rivoluzioni arabe’ non solo con la rinascita delle lotte che vede il Paese spaccarsi in due ma anche con l’aggiunta dell’arrivo del DAESH che, trovandosi in difficoltà sia in Siria che in Iraq, vi trasferisce i vertici dell’organizzazione, potendo contare su circa 10 mila seguaci.

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