domenica, Ottobre 24

Libia, Italia leader in caso di intervento?

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Infine il piano italiano di attendere la formazione di un governo di unità nazionale – e una richiesta di aiuto da parte di quest’ultimo – si presenta forse anche come il più razionale. Il rischio di delegittimare l’embrione di istituzioni unitarie uscito dall’accordo siglato in Marocco il 17 dicembre scorso, in caso di intervento, sarebbe altissimo. Inoltre un intervento vissuto dai libici come un’operazione tutta straniera a casa loro rischierebbe di spingere tra le braccia dell’Isis anche milizie che al momento invece lo stanno combattendo.

All’Italia potrebbe quindi sì spettare un ruolo di guida della coalizione, ma non senza condizioni. In primis, come detto, Roma vuole che esista un governo unitario e che questo chieda un intervento straniero, probabilmente legittimato dalle Nazioni Unite. Poi non si tratterebbe tanto di un intervento esclusivamente militare indirizzato contro lo Stato Islamico, quanto di una missione di assistenza alle istituzioni libiche nello strutturarsi e rafforzarsi. Questo non esclude risvolti militari ovviamente: il nuovo governo dovrebbe essere insediato nella capitale, e questo potrebbe comportare la necessità di scontrarsi con le milizie oltranziste di Tripoli che si oppongono a questa soluzione; l’Isis poi dovrebbe essere sradicato, e l’assistenza occidentale potrebbe risultare preziosa; infine il nascente processo di ricostruzione della Libia dovrebbe in generale essere protetto dai rischi di deragliamento. Ma la missione di assistenza si occuperebbe principalmente di difendere gli obiettivi istituzionali sensibili, di addestrare le future forze libiche perché siano loro a combattere le battaglie necessarie nel Paese, e di garantire la stabilità necessaria.

Questa soluzione però ha il problema di avere come presupposto necessario (ma non sufficiente) la formazione di un governo libico unitario. Un’impresa che sta richiedendo più tempo del previsto e dello sperato dalla comunità internazionale. Il Parlamento di Tobruk sta continuando a rinviare il voto sulla lista di ministri presentata dal presidente incaricato Fayez al-Sarraj (è un secondo tentativo, il primo era già stato bocciato a gennaio) e c’è il timore che – probabilmente sempre a causa della prevista esclusione di Haftar da questa lista – arrivi un’altra bocciatura. Ancor più complicato sembra sia l’avere un sostanziale via libera da Tripoli sulla lista, se non dalla maggioranza parlamentare, almeno da un numero significativo di leader locali.

Se i tempi dovessero allungarsi eccessivamente il piano italiano potrebbe essere accantonato. L’Isis al momento è infatti un gruppo minoritario, che le stesse milizie libiche sarebbero in grado di sconfiggere nel quadro di un’operazione concordata con l’Occidente e sotto l’egida di un governo unitario. Tuttavia il rischio che col passare del tempo lo Stato Islamico riesca a rafforzare i legami con gli altri gruppi jihadisti del Nord Africa – Shabab nel Corno d’Africa e Boko Haram in Nigeria soprattutto – e la Libia diventi il rifugio per gli alti papaveri dell’organizzazione sotto attacco in Siria e Iraq non può essere ignorato. Se diventasse urgente contenere, se non sradicare, l’Isis dalla Libia e il governo unitario del Paese fosse ancora un lontano miraggio, riprenderebbe quota l’ipotesi di un intervento militare mirato con raid e forze speciali, e a quel punto l’Italia probabilmente dovrebbe rinunciare ad avere un ruolo guida della coalizione impegnata in un simile sforzo bellico.

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