mercoledì, Maggio 12

Libia, Italia leader in caso di intervento?

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Gli Stati Uniti ‘appoggiano con forza’ l’ipotesi che l’Italia abbia un ruolo guida in Libia, ha dichiarato il segretario alla Difesa americano, Ashton Carter, in una conferenza stampa a fine febbraio. Secondo quanto sostenuto da Carter, avallando così la posizione di Roma, la coalizione di cui l’Italia dovrebbe avere la leadership entrerà in campo solo quando un governo libico si sarà formato. «I libici non vogliono che ci siano stranieri all’interno del loro territorio, stranieri che arrivano e cercano di prendere il loro petrolio e controllare i loro cittadini», aggiunge Carter. Tuttavia, secondo il capo del Pentagono, quando ci sarà un governo unitario la coalizione sarà ‘ben accolta’. Nel frattempo, sottolinea, gli Stati Uniti potrebbero effettuare ancora raid mirati come quello a Sabrata se l’intelligence identificherà specifiche minacce da parte dell’Isis.

Questa è un’altra conferma – dopo quella emersa nel corso dell’ultimo incontro bilaterale tra il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, e il presidente americano, Barack Obama – che gli Stati Uniti hanno (per ora) sposato la linea italiana di dare tempo alle fazioni libiche di trovare tra di loro un’intesa per un governo unitario. L’ipotesi di un intervento immediato contro l’Isis, imperniato su bombardamenti mirati e forze speciali, che era fortemente caldeggiato da Londra e Parigi (e da alcuni ambienti americani vicini al Pentagono), per ora è stata accantonata. Sporadici raid mirati ci potranno essere, come confermato ancora da Carter, ma non si darà il via a una campagna aerea contro lo Stato Islamico in Libia sulla falsariga di quanto si è fatto in Siria e Iraq.

La linea italiana ha prevalso probabilmente per una serie di fattori. In primo luogo l’Italia, l’ex potenza coloniale in Libia e suo principale partner economico, ha una rete di contatti e una conoscenza dello scenario superiore a quella di altri partner europei. La Francia, che avrebbe potuto contendere il ruolo guida all’Italia, è già fortemente impegnata nelle operazioni militari nel Sahel e, soprattutto dopo gli attentati di Parigi, anche in Siria. In secondo luogo la stessa Francia e l’Inghilterra hanno sulle proprie spalle – specie agli occhi degli Usa – la responsabilità dell’operazione del 2011 contro Gheddafi. Un’operazione questa che ha costretto gli Stati Uniti a intervenire, pur riluttanti, per sopperire alle carenze degli alleati europei e che ha lasciato il Paese in una condizione di debolezza in cui, complice nuovamente l’opaca gestione del dopo-intervento da parte occidentale, le istituzioni si sono rapidamente disgregate, è dilagata l’anarchia e la violenza e si è riuscito a infiltrare lo Stato Islamico.

L’Italia è inoltre in una buona posizione rispetto ad alcuni degli attori regionali più rilevanti. In particolare sull’Egitto – grande sponsor del Parlamento di Tobruk, riconosciuto dalla comunità internazionale, e del generale Khalifa Haftar, capo militare delle forze della Cirenaica – Roma può esercitare pressioni che facilitino l’accordo politico, specie potendo vantare il sostegno americano (gli Stati Uniti finanziano il Cairo per miliardi di dollari ogni anno) ma non solo (Italia ed Egitto hanno un interscambio economico miliardario, destinato a crescere dopo la scoperta da parte di Eni del giacimento di Zohr, il più vasto mai rilevato nel Mar Mediterraneo). Inoltre, ponendosi l’Italia come mediatrice tra Tobruk e Tripoli (sede dell’altro Parlamento, non riconosciuto, e controllato dagli islamisti) e frenando quindi le ipotesi di un attacco militare ai danni delle milizie della capitale, può contare sul sostegno della Turchia che in Libia, proprio a Tripoli, ha una delle ultime pedine che le sono rimaste nel dopo-Primavere arabe (in Tunisia, Egitto e Siria le cose non sono andate secondo i desideri di Ankara, che sponsorizzava la Fratellanza Musulmana) e che sarebbe legittimata da un accordo di pacificazione nazionale.

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