sabato, ottobre 20

Libia: il memorandum di Gheddafi dice la verità? Accuse a Nato, Occidente e milizie: la versione del figlio del Rais. Ne parliamo con Daniele Scalea

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Questo martedì ‘L’Indro‘ ha deciso di condividere con i suoi lettori il memorandum scritto da Saif Al-Islam Gheddafi, il figlio dell’ex-Rais libico, un documento esclusivo per l’Italia che è pubblicato per la prima volta dall’Herland Report circa una settimana fa. Si tratta di un J’Accuse contro l’Occidente, specialmente nei confronti della NATO e della Corte di Giustizia Internazionale.

Il memorandum si può suddividere in tre principali sezioni. In una prima parte l’autore cerca di far luce sulle proteste verificatesi in Libia nel febbraio 2011. Secondo quanto scrive Saif, suddette manifestazioni furono dirottate da jihadisti dell’LIFG, Libyan Islamic Fighting Group. La questione ruota intorno al ruolo dei jihadisti nelle manifestazioni e quello svolto da una campagna propagandistica errata e di parte agli occhi di Saif.

Infatti, scrive nel memorandum che le dimostrazioni furono «subito dirottate da elementi che facevano parte di gruppi jihadisti, come il Gruppo di Combattenti Islamici Libici ( Libyan Islamic Fighting Group, LIFG). Questi attaccarono le stazioni di polizia e le caserme dell’esercito di Derna, Benghazi, Misratah e Al-Zawayh, in modo da accumulare armi da utilizzare poi nella loro guerra pianificata contro il popolo libico e il suo Governo legittimo. Tutti questi eventi vennero poi accompagnati da una macchina propagandistica lanciata dai canali di Al-Jazeera, BBC, France 24 e altri, i quali incoraggiavano il popolo libico a combattere contro la polizia di stato, la quale stava invece cercando di protegger le strutture governative e le proprietà dei civili dagli attacchi e dai saccheggi».

Emerge uno scenario abbastanza confuso, in quanto da un lato fonti riconoscevano il Governo gheddafi come il responsabile dei massacri, dall’altro fonti locali sostenevano che dietro vi fossero forze jihadiste. Saif Al-Islam nel suo memorandum fornisce prove che negano le responsabilità dell’esercito libico nei massacri registrati e paragona la Libia all’Iraq nel 2003. Il figlio dell’ex-raid, infatti, costruisce un curioso parallelo tra il suo Paese e l’Iraq, sostenendo che, come il Governo statunitense, inglese e australiano costruirono delle prove false per giustificare il loro intervento in Iraq, allo stesso modo sono state inventate delle prove contro il Governo Gheddafi per giustificare l’intervento della NATO in Libia.

Con la scusa di portare stabilità, prosperità e condurre il Paese alla democrazia, la NATO sarebbe intervenuta in Libia -secondo Siaf – basandosi su prove fittizie che l’autore smentisce nel suo documento. In una seconda parte, il J’Accuse prende di mira la Corte di Giustizia internazionale, e la vede colpevole di negligenza. Secondo Saif, infatti, l’ICC avrebbe adottato dei metri di giudizio diversi. Da un lato si sarebbe mostrata intransigente e già decisa nel condannare la famiglia Gheddafi, dall’altro sarebbe stata cieca sull’operato NATO. Sostiene, quindi, l’autore che dietro questa sua noncuranza nel considerare l’intervento NATO si nasconde un piano politico ben preciso.

In una terza parte, il memorandum accusa la NATO, sostenendo che alcuni dei suoi attacchi aerei abbiano raso al suolo intere città e ucciso civili e intere famiglie. Un’accusa pesante accompagnata da una sottintesa negligenza della Corte di Giustizia Internazionale. Oltre all’organizzazione nordatlantica, Saif designa come responsabili di massacri e barbarie le milizie locali, riconoscendole ad oggi come le effettive detentrici del controllo e del potere nel Paese. Si tratta, dunque, di un documento dal peso davvero importante, in quanto propone accuse gravissime verso organismi importanti.

È chiaro che il memorandum è di dubbia parzialità, in quanto chi lo scrive è parte in causa dell’intera questione. Tuttavia non si tratta di un testo di sola denuncia, ma è anche una richiesta d’aiuto da parte di Saif Al-Islam nel suo intento di ricostruire il suo Paese. È quindi un’accusa, ma allo stesso tempo è una richiesta d’appoggio. Ma, visti I trascorsi e viste le accusa contro la dittatura Gheddafi in Libia, può essere credibile ciò che scrive Saif Al-Islam?

Abbiamo chiesto il parere di Daniele Scalea, Direttore Generale dell’IsAG di Roma, Istituto di Alti Studi in Geopolitica e Scienze Ausiliarie, e Europe Associate del Centre for the Study of Interventionism di Londra

Le proteste del febbraio 2011, nel memorandum l’autore sostiene che quest’ultime furono dirottate dai jihadisti (LIFG- Libyan Islamic Fighting Group), I quali, insieme a una macchina propagandistica portata avanti da diversi media, citavano la popolazione a combattere contro il Governo Gheddafi. Scene atroci contro ufficiali delle forze di sicurezza, distruzioni di edifici etc. Quanto riposi media all’epoca e quanto invece riportavano le fonti locali pecca di una lampante incongruenza. Da un lato c’era chi sosteneva che il responsabile del degrado fosse il Governo, dall’altra invece – come scrive nel memorandum – che fossero questi jihadisti o manifestanti ‘pacifici’. Può farci un commento a riguardo?

E’ impossibile stabilire chi sia responsabile di maggiori violenze tra il regime di Gheddafi e i ribelli, nel corso della breve guerra civile del 2011, ma quel che è certo è che tali violenze siano avvenute, da entrambe le parti, e che i media dei Paesi ostili a Gheddafi – in particolare quelli occidentali e arabi – abbiano esagerato le colpe del regime e sminuito quelle dei ribelli. Ad esempio questi media offrirono l’immagine di proteste pacifiche, laddove si era di fronte in realtà ad un’insurrezione armata. E’ anche indubitabile, a distanza di sei anni, che estremisti islamici abbiano avuto un forte ruolo tra i rivoltosi. All’epoca la minoranza di analisti e giornalisti che denunciò questi fatti fu marginalizzata, così come il Governo italiano che, prima di cedere alle pressioni ed allinearsi al fronte interventista, denunciò il pericolo di emirati islamici sulle coste libiche. Previsioni accurate furono all’epoca ridicolizzate e trattate alla stregua di apologia di genocidio.

In un passaggio del memorandum l’autore analizza la figura di Abdul Hakiem Belhaj, un terrorista noto alla CIA che ricoprì cariche davvero importanti in Libia, sotto stretto sostegno dell’Occidente e la cecità dell’ICC. Cosa ne pensa lei a tal proposito?

Belhaj è stato oggetto di extraordinary rendition della CIA verso la Libia. Fu proprio Saif al-Islam Gheddafi a promuovere il suo rilascio nell’ambito di un fallimentare processo di de-radicalizzazione, che dovrebbe essere di monito per chi oggi in Occidente suggerisce iniziative analoghe come risposta al terrorismo. La vicenda di Belhaj è anche emblematica di quanto siano spregiudicate certe decisioni governative e ipocrite le conseguenti descrizioni fatte dai media: Belhaj nel corso della sua vita è passato ripetutamente dall’essere un “buono” a “cattivo” e viceversa: è stato esule dalla dittatura libica, volontario anti-sovietico in Afghanistan, capo ribelle contro il regime di Gheddafi; ma anche sodale di Bin Laden in al-Qaida, aderente ai Talibani, terrorista islamico transnazionale.

Nel memorandum, Saif Al-Islam accusa l’ICC di aver utilizzato dei metri di giudizio diversi nei confronti della famiglia Gheddafi e nei confronti delle milizie o della stessa NATO. E’ vero quanto sostiene?

L’ICC potrà pure ricoprire, sulla carta, un fine nobile, ma rimane l’espressione della volontà e del potere di talune potenze. Persino gli Usa, che si sottraggono alla sua autorità, ritengono che non offra sufficienti garanzie giuridiche: l’ICC è un istituto la cui finalità, più che giudicare, è condannare. E non casualmente a essere inquisiti sono in genere leader di Paesi deboli e poveri, soprattutto africani.

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