giovedì, Ottobre 21

Libia: fragili speranze di pace… L’analisi di Emmanuel Dupuy, Presidente dell'Institut Prospective et Sécurité en Europe (IPSE), Docente dell’IS International Business School all’Institut catholique de Lille (ICL)

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La Libia è – finalmente – sulla via della stabilizzazione, a dieci anni dalla guerra civile e dall’operazione militare franco-britannica ‘Harmattan’ che ha portato alla caduta del colonnello Muammar Gheddafi?

È quanto auspicano i libici e la comunità internazionale, in quanto da febbraio è stato istituito un governo di unità nazionale (GUN), passo preliminare alle elezioni ‘inclusive’ che dovrebbero tenersi il prossimo dicembre.

A differenza del governo precedente (National Accord Government – GNA – istituito nel marzo 2016), questo governo di transizione non solo è riconosciuto dall’intera comunità internazionale, ma sembra controllare più territorio rispetto al precedente. Composto da rappresentanti delle tre parti della Libia (Tripolitania a ovest, Cirenaica a est e Fezzan a sud), diverse sensibilità (milizie, Fratelli Musulmani, ecc.) ed etnie della scena politica libica (Tuareg, Toubous, Arabs , Beni Fezzan, Libous…), questo governo guidato dal primo ministro Abdelhamid Dabaiba e presieduto da Mohammed el-Menfi costituisce una fragile speranza di pace e riconciliazione.

Un conflitto che è sia locale…

La Libia è diventata, negli ultimi dieci anni, lo scenario della più grande concentrazione di interessi conflittuali nel Mediterraneo. Il conflitto seguito alla caduta di Muammar Gheddafi nel 2011 si è progressivamente internazionalizzato, al punto che ora la stabilizzazione del Paese sembra dipendere sia dalla mobilitazione internazionale che dalla proprietà locale, unita a un maggiore coinvolgimento degli Stati vicini.

Per comprendere la natura e il motivo dell’avidità esogena per la Libia, forse occorre anche ricordare che ha le maggiori riserve di petrolio in Africa (48 miliardi di barili di riserve stimate) e che il Mar Mediterraneo, in particolare nella sua parte orientale, copre importanti giacimenti di gas (50 miliardi di metri cubi di gas naturale) …

Il conflitto, che oppone tra loro i libici (milizie vicine ai Fratelli Musulmani che costituiscono tuttora il principale appoggio del GUN dislocato a Tripoli; forze fedeli al maresciallo Khalifa Haftar, che a Bengasi formano l’Esercito Nazionale Libico), coinvolge militarmente e diplomaticamente anche molti potenze esterne (Turchia, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Egitto, Russia, Francia, Italia…) e illustra, attraverso il tragico, l’importanza strategica del Mediterraneo orientale.

Da questo momento emergono fragili speranze attraverso le varie mediazioni Onu, regionali e internazionali, come l’appuntamento nel febbraio 2021, a Ginevra, sotto l’egida del Forum per il dialogo politico libico (ardentemente sostenuto dall’ Onu), guidato da GUN da un Consiglio presidenziale, presieduto da Muhammad Al-Menfi. Quest’ultimo è stato fino alla sua nomina a presidente, nel marzo 2021, ambasciatore libico in Grecia; è della città di Tobruk, dove siede il parlamento, presieduto dall’altro “uomo forte” della Libia orientale, Aguila Salah Issa.

Un referendum – previsto in teoria per ottobre – dovrebbe consentire di riformare la Costituzione. Questa è stata redatta sotto forma di dichiarazione costituzionale provvisoria nell’agosto 2011, a seguito della caduta del regime di Muammar Gheddafi; serve ancora come punto di riferimento costituzionale, sebbene debba essere riformato in profondità, in particolare per quanto riguarda il funzionamento dei poteri esecutivo, giudiziario e legislativo.

La messa a punto di questa Costituzione “provvisoria” va di pari passo anche con l’arduo ma indispensabile lavoro di identificazione dei futuri elettori. Questo passo prima dello svolgimento di elezioni inclusive nel dicembre 2021 fa finalmente sperare che i libici trovino pace e stabilità, e riescano così a evitare interferenze straniere, a impedire il ritorno delle cellule Daesh, a frenare il ruolo dannoso delle milizie e a trovare, infine, una via d’uscita al problema migratorio che ha largamente contribuito a indebolire il Paese per dieci anni.

… e internazionale

Emmanuel Macron, durante il suo discorso alle forze armate del 13 luglio 2020, aveva anche fortemente insistito sui “nuovi giochi di potere” che si stanno schierando lì a 250 km dalle coste italiane e quindi dall’UE. Il presidente francese e il suo ministro degli Esteri, Jean-Yves Le Drian, da allora hanno continuato a castigare l’attivismo politico-militare della Turchia in Libia.

Il confronto nel giugno 2020, tra la fregata francese Courbet e una nave turca, nell’ambito delle operazioni di mantenimento dell’embargo sulle armi decretato dall’ONU nel 2011 e attuato dalla NATO (operazione ‘Sea Guardian’) e dall’UE (operazione Eunavfor Med ‘Irini’), è arrivata a confermare l’aumento delle tensioni tra Parigi e Ankara sulla questione libica. Evocando la responsabilità ‘storica’ ​​e ‘criminale’ della Turchia, Parigi sembra tuttavia dimenticare l’altrettanto attiva partecipazione degli Emirati Arabi Uniti, dell’Egitto, o anche della Russia e del Qatar.

Gli Emirati Arabi Uniti prestano militarmente una mano al maresciallo Khalifa Haftar, che, sotto la copertura del suo esercito nazionale libico, forte di 25.000 uomini, si è rifiutato di riconoscere il governo riconosciuto a livello internazionale (GNA) di Tripoli e ora sta conducendo una guerra più silenziosa contro il GUN , dalla sua roccaforte di Bengasi (Cirenaica, nell’est del Paese), sebbene la sua offensiva su Tripoli lanciata nell’aprile 2019 sia fallita.

Gli Emirati Arabi Uniti e il loro principe ereditario Mohamed Ben Zayed (MBZ) stanno fornendo al maresciallo libico droni, veicoli corazzati antimine e aerei da combattimento che hanno effettuato centinaia di attacchi secondo le Nazioni Unite. Mentre gli Emirati Arabi Uniti stanno cercando un modo per rimanere influenti in Libia, anch’essi mirano a rispondere alle insistenti richieste di Washington di non essere così attivi in ​​Libia.

La Russia, presente attraverso i mercenari della compagnia militare privata Wagner, ha dato il suo appoggio al maresciallo Haftar fino alla scorsa primavera, poi ha abbandonato il campo militare per concentrarsi sul teatro diplomatico per contrastare le ambizioni un po’ troppo vistose della Turchia sui giacimenti di gas offshore della Libia in il Mediterraneo orientale. La Russia parla direttamente alla Turchia, senza curarsi troppo delle posizioni degli altri attori coinvolti in Libia, convinta che, quando sarà il momento, saranno gli equilibri sul campo a dettare l’esito e non viceversa.

La Turchia ha raccolto la causa del GNA a Tripoli, attraverso il ‘memorandum d’intesa’ per la tutela della propria sovranità, dei propri diritti diplomatici ed economici nel Mediterraneo orientale, firmato tra il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan e l’ex presidente libico Primo Ministro, Fayez el-Sarraj, il 27 novembre 2019, al fine di promuovere l’installazione di un potere islamico sul modello di quello che Recep Tayyip Erdogan ha istituito ad Ankara.

I turchi erano direttamente responsabili, attraverso la consegna di armi, la supervisione delle milizie libiche che supportavano il GNA attraverso i loro servizi speciali (Millî İstihbarat Teşkilatı, MIT) e il contributo dei combattenti siriani, per le recenti battute d’arresto inflitte dal GNA. alle truppe del maresciallo Haftar che vengono a rafforzare il fallimento dell’operazione “Tempesta di pace” lanciata da quest’ultimo contro Tripoli nell’aprile 2019. Erdogan beneficia, per attuare la sua politica, del sostegno del Qatar, che sostiene in generale i Fratelli Musulmani in tutto la Regione.

L’assistenza fornita dalla Turchia e dal Qatar al GNA ha ovviamente suscitato le ire dell’Egitto, che condivide un confine lungo 1.115 km con la Libia, e il cui attuale presidente Abdel Fatah al-Sisi ha imbavagliato il movimento dei Fratelli Musulmani, per breve tempo al potere al Cairo da dal 2013 al 2014.

Gli Stati Uniti, dal canto loro, hanno preso le distanze da questo conflitto sotto la presidenza di Barack Obama e ancor di più sotto il mandato di Donald Trump. Hanno però sostenuto efficacemente (e ufficiosamente) il maresciallo Haftar – che ha vissuto per vent’anni negli Stati Uniti, a due passi dal quartier generale della CIA a Langley, in Virginia – nella sua lotta contro le milizie islamiche, ausiliarie del GNA. La sfida iniziale per loro era limitata allo sradicamento del terrorismo islamico nella regione. La nuova amministrazione Biden sembra significativamente più incline a svolgere un ruolo politico nella risoluzione della crisi libica, come dimostra la nomina di un inviato speciale per la Libia, il veterano diplomatico Richard Norland, che aveva già servito come ambasciatore in Libia dal 2019.

Oggi, gli americani vorrebbero vedere cessare le ostilità in modo che la produzione e l’esportazione di petrolio possano riprendere, il che darebbe una parvenza di normalità alla situazione e aprirebbe la strada a una via d’uscita dal conflitto, senza danneggiare nessuna delle parti. .

L’Unione europea non è assente dalla scacchiera, ma il suo ruolo e il suo atteggiamento restano ambigui. Ufficialmente, partecipa alle operazioni per mantenere l’embargo sulle armi a fianco della NATO. All’interno dell’UE, l’Italia, che ha sostenuto attivamente il governo GNA, ora ovviamente supporta la GUN.

Lo stesso vale per la Francia. Dietro questi due Paesi si difendono gli interessi petroliferi delle società Eni (Italia) e Total (Francia). La Germania, che oggi ospita sul suo territorio una comunità turca molto numerosa (2,7 milioni di persone), sembra riallacciarsi alle alleanze passate e rifiuta di criticare le provocazioni di Ankara.

Essendo essa stessa un membro della NATO, la Turchia sostiene ufficialmente l’embargo sulle armi messo in atto nel febbraio 2011 – un embargo che le sue navi apparentemente si fanno beffe. In modo che alleati e avversari, potenze regionali e superpotenze si confrontino e coesistano in Libia, attraverso attori intermediari.

Alcune possibili soluzioni

Ora è necessario consolidare l’embargo sulle armi imposto dall’ONU alla Libia, rafforzando l’operazione marittima dell’UE nel Mediterraneo Irini e chiedendo un’estensione dell’embargo per via aerea, vista l’accelerazione dei voli che hanno portato uomini e materiali da entrambe le parti, soprattutto quelli delle milizie siriane, che ora si fronteggiano in Libia come non molto tempo fa in Siria.

Sarà inoltre necessario sollecitare tutte le parti a partecipare pienamente ai colloqui di Ginevra per il cessate il fuoco, sotto l’egida della Commissione militare mista (JMC) e ai più recenti negoziati internazionali e regionali – come il dialogo di iniziativa avviato dal Marocco dal luglio 2019, a Bouznika, che ha permesso alle rappresentanze parlamentari concorrenti di Tripolitania e Cirenaica di riprendere il dialogo tra loro, in vista delle elezioni entro dicembre 2021.

La pace e la stabilità dipenderanno, ovviamente, anche dall’approfondimento dell’essenziale dialogo intra-libico, come è stato possibile, attraverso il Libyan Political Dialogue Forum (LPDF) tenutosi nel novembre 2020 a Tunisi, su iniziativa delle Nazioni Unite. Missione in Libia (UNSMIL).

L’osservazione di un innegabile blocco libico derivante sia dall’avventurismo militare, sostenuto da alcuni nostri alleati nel Golfo Persico e nella Penisola Arabica, sia dalle contraddittorie relazioni diplomatiche – a quanto pare – da parte degli altri nostri alleati europei, offre paradossalmente alla Francia un’opportunità unica ma limitata nel tempo per evidenziare una posizione di equilibrio.

Inoltre, l’avvio di un processo di dialogo tra i Presidenti Emmanuel Macron e Recep Tayyip Erdogan, così come il recente processo di riconciliazione tra Qatar e il “Quartetto” (Egitto, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Bahrain) dovrebbe – finalmente – consentire di vedere il governo libico orizzonte con meno insidie…

La visione europea

È alla luce di questa prospettiva che l’istituto di sondaggi Opinion Way e il Centro di studi e prospettive strategiche (CEPS) hanno unito le forze per interrogare i 705 parlamentari europei sulla loro percezione della situazione e sul ruolo che svolgono. giocare per la stabilizzazione politica della Libia.

Questo sondaggio, presentato alla fine di giugno, è particolarmente informativo in più di un modo. Rafforza l’idea che la normalizzazione istituzionale e politica verrà, in Libia, da un’incarnazione e personificazione del potere che è stata oggetto, fino ad oggi, di guerre fratricide tra libici e anche – e forse soprattutto – di importazione di conflitti da parte di attori esterni .

Tra le principali tendenze evidenziate da questa indagine, emerge chiaramente quella della lotta al terrorismo e alle reti criminali, che giocano sulla disperazione di migliaia di migranti sub-sahariani desiderosi di attraversare il Mar Mediterraneo.

I due incontri intralibici tenuti a Berlino (gennaio e giugno 2021) hanno suscitato alcune speranze per le elezioni presidenziali previste per il prossimo dicembre. L’annuncio di una nuova conferenza intralibica a Parigi il 12 novembre confermerà questa traiettoria ‘ragionevolmente’ ottimista?

Nulla è meno certo, mentre le forze turche ed emiratine, così come i mercenari della compagnia militare privata russa Wagner e gli ‘ausiliari’ (siriani, yemeniti, ciadiani, sudanesi, turkmeni…) che ogni campo impiega, restituiscono il svolgimento di queste elezioni altamente improbabili …

 

Traduzione dell’articolo ‘Libye : fragiles espoirs de paix…’

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