sabato, ottobre 20

Libia: ENI tra ricatti libici e offensiva franco-russo-egiziana

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«Quando si vuol sferrare un attacco al nemico si deve essere sicuri di poter vincere» recita un antico proverbio nord-africano. La decisione presa dal Governo italiano di inviare le navi da guerra in Libia per bloccare le attività degli scafisti e i flussi migratori clandestini non solo è abortita sul nascere, ma ha messo il nostro Paese in una situazione estremamente difficile in Libia che mette a rischio lo strategico approvvigionamento energetico per la nostra economia, compromesso la nostra credibilità a livello internazionale e aumentato i pericoli di morte che quotidianamente corrono le migliaia di ‘disperati’ che tentano di raggiungere le nostre coste nella speranza di una vita migliore, come evidenziato da molti osservatori.
Il vero obiettivo di questa improvvisa dimostrazione di forza militare era quello di contrastare la politica del Presidente Emmanuel  Macron che, nel Nord Africa, è tesa a escludere ogni influenza politica e opportunità economica italiana in Libia, Paese strategico e principale produttore regionale di petrolio e gas naturale. Una politica ideata dal Governo di Nicolas Sarkozy e continuata da François Hollande e ora da Macron.

L’intervento NATO del 2011 distrusse uno Stato forte, ricco, sovrano e per questo scomodo. Un Paese amico dell’Italia, che ci assicurava il quasi monopolio sugli idrocarburi, ottimi opportunità d’affari, e finanziamenti diretti del Colonnello Muammar Gheddafi in molti settori economici italiani tra cui importanti multinazionali quali Finmeccanica e Impregilo. Questa Nazione indipendente, leader in Africa, venne soppiantata da un Paese nel prevedibile caos generato dalle varie fazioni e clan in lotta per il potere, favorendo l’infiltrazione terroristica del ISIS. Per cinque anni i francesi hanno studiato la situazione per individuare il nuovo uomo forte, mentre migliaia di giovani libici, privati di futuro e pace, si scannavano tra di loro per i sogni di gloria dei rispettivi Signori della Guerra.
Finalmente Parigi individua l’uomo forte nel Generale Khalifa Haftar. Si decide di armarlo, riempirlo di soldi, offrirgli il supporto politico necessario per renderlo accettabile alla comunità internazionale, creando dall’esterno le condizioni ideali per ricostituire un Governo centrale forte ma, questa volta, sotto controllo francese. Un piano supportato anche da Russia, Egitto e varie monarchie della Penisola Araba. L’attuale politica di Parigi in Libia tende ad infliggere un colpo mortale alla multinazionale petrolifera italiana ENI, sempre più in crisi in Africa.

Dopo il clamoroso fallimento in Uganda del 2007, quando il Presidente Yoweri Museveni bloccò la scalata di ENI sui giacimenti petroliferi scoperti (definiti l’affare del decennio), proprio a causa della partecipazione azionaria del Colonnello Muhammar Gheddafi non dichiarata al Governo ugandese, ENI è stata coinvolta in una serie di scandali di corruzione in Nigeria sui quali la Magistratura italiana sta ancora indagando. Pesanti accuse sono state sollevate da associazioni ambientalistiche nigeriane e internazionali contro il ‘cane a sette zampe’ reo di aver causato ingenti e irreparabili danni ambientali per la forsennata ricerca del profitto. Paolo Scaroni, Amministratore delegato di ENEL e ENI, si fece carico delle accuse di corruzione e crimini ambientali, evitando che la multinazionale italiana pagasse in prima persona e risarcisse governi e cittadini africani qualora fosse stata riconosciuta colpevole da un tribunale internazionale. Nel 2014 Scaroni fu condannato a tre anni di prigione e all’interdizione a ricoprire cariche presso uffici pubblici. Non risulta che l’Amministratore delegato di ENEL e ENI abbia mai scontato la pena. Nel 2015 viene assolto per mancanza di prove dall’accusa di una presunta tangente pagata ad esponenti del Governo algerino per favorire la controllata SAIPEM e ENI in appalti da 11 miliardi di dollari.

Nel 2011, grazie ad abili manovre della potente Cellula Africana del Eliseo, la FranceAfrique, l’ENI perde la Libia e il suo più importante finanziatore straniero, il Colonnello Gheddafi, che si stava apprestando ad aumentare la sua quota azionaria ENI dal 7 al 10%, permettendo così alla multinazionale italiana di ricevere i finanziamenti necessari per avviare le ricerche di nuovi giacimenti in Africa. Ora ENI in Libia detiene ancora il 48% della produzione petrolifera e il 41,1% della produzione di gas naturale, assicurati dai giacimenti in Cirenaica e nel Fezzan, giacimenti capaci di garantire un modesto ma importante giro annuale d’affari pari a 2,8 miliardi di euro (dati 2016).

La Cirenaica, che si estende nella Libia orientale, è amministrata dal Governo detto ‘transitorio’, non riconosciuto al livello internazionale, con sede ad al Baida, tra Bengasi e Tobruk, guidato dall’ex premier Abdullah al Thinni. L’Esecutivo è fedele al comandante Khalifa Haftar, nominato ‘feldmaresciallo’ dalla Camera dei rappresentanti di Tobruk, il Parlamento libico nato nel 2014. Ieri è stato reso noto che questo Governo di Tobruk, ha annunciato di aver vietato l’operatività alle imprese italiane presenti sul territorio di sua competenza, la Cirenaica, sarà vietato loro di ottenere nuovi contratti, di estendere quelli in essere e di costituire joint venture con aziende locali. Il Ministero dell’Economia del Governo transitorio libico ha emanato una risoluzione per impedire alle società italiane di lavorare o di creare imprese congiunte italo-libiche sul suo territorio. Il Ministro Munir Asar ha spiegato all’agenzia di stampa ‘Lana’ che la risoluzione numero 37 del 14 agosto è stata presa a causa «dell’aperta ostilità dell’Italia verso il popolo libico». Secondo Asar, «I nostri amici che sono al nostro fianco durante questa crisi hanno più diritto a una partnership economica», e che «la tecnologia non è monopolio degli italiani». Il Governo italiano è avvisato.

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