martedì, Settembre 21

Libia, che missione stiamo organizzando? field_506ffbaa4a8d4

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L’Italia lo aveva promesso, una volta firmato l’accordo tra il Governo di Tobruk e quello di Tripoli, ci sarebbe stato da parlare dell’intervento militare. Ora, l’accordo è firmato e restano quaranta giorni per stabilire con quali metodi e in che termini il Governo di unità nazionale vedrà la luce.

A qualche chilometro di distanza dalle coste italiane, si combatte una guerriglia quotidiana tra diversi attori non statuali che tentano di accaparrarsi un po’ di potere in una Libia allo sbando. L’assenza di un Governo unitario e la contemporanea presenza di due Governi in profonda lotta ha contribuito alla nascita di una situazione sul terreno non facile da gestire a livello militare, ma prima di tutto, complessa in termini politici.

Quando le componenti schierate su un terreno sono troppe e tutte hanno il vantaggio di non avere vincoli legislativi nel condurre le loro azioni offensive e di essere avvantaggiate dall’anonimato, inviare truppe sul terreno è il più grande azzardo che si possa fare. Il perché è presto spiegato, nonostante la storia recente si sia dimostrata una maestra più che competente.

Senza un guida politica che orienti l’operato della componente militare, quest’ultima rimane in balia di se stessa. Un apparato militare autoreferenziale risulterebbe limitatissimo nelle sue azioni, perché non conosce il quadro generale che circonda l’operazione. La chiave politica è quella più importante e decisiva, capace di imprimere agli uomini sul terreno quel surplus e quella spinta che permette la vittoria o almeno la superiorità sul nemico. In Iraq ed in Afghanistan l’errore è stato grossolanamente quello d’intervenire mossi dall’onda emotiva dell’11 Settembre, senza considerare il quadro completo dei due Paesi.

L’Italia, checchè si voglia dire, ha mantenuto un certo livello di risolutezza quando ha asserito che non sarebbe intervenuta militarmente (nè da sola, nè in coalizione) senza prima porre le basi politiche ottimali. Una strategia che si profila vincente e che mira a salvaguardare non solo i buoni rapporti con il futuro Governo unitario, ma che garantisce anche una maggior sicurezza al contingente impiegato.

L’avere l’appoggio politico del Paese dove si intende operare può essere premiante se il Governo di tale Paese, o più in generale il suo rappresentante, è concorde nel cedere il suo spazio aereo e ad aprire le sue frontiere a Paesi terzi. Al contrario, avere un Governo strutturato può anche precludere la missione stessa, perché la sovranità nazionale viene prima di qualsiasi ‘aiuto’ che si voglia dare – al di là della buona fede. Essendo la sovranità nazionale del Governo, se quest’ultimo decidesse di non aprire frontiere e spazio aereo, qualsiasi violazione sarebbe da ritenersi aggressione volontaria e potrebbe portare ad uno scontro diretto delle truppe, oppure all’abbattimento dei velivoli. Una condizione remota, ma che pare essersi ben chiarificata in Libia.

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