martedì, Maggio 11

Libia: armiamoci e partite. Forse…

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Sullo scenario mediterraneo la situazione continua ad essere sempre più incandescente. Passato l’entusiasmo per l’offensiva in Siria, gli occhi dell’Italia sono puntati tutti sulla situazione libica, una situazione di indubbia rilevanza strategica.

La presenza dell’IS (Stato Islamico/Daesh) alle porte non sembra modificare sostanzialmente le decisioni di politica estera del Governo in carica che si ostina a dichiarare prioritaria la linea politico-diplomatica. La Libia, tuttavia, non è una realtà da sottovalutare. La vicinanza alle coste italiane e l’importanza economica sarebbero la chiave di volta della strategia dello Stato Islamico per conquistare sempre maggiore influenza nella zona del Mediterraneo.

Per diverse ragioni, l’Italia è si decisa a percorrere tutte le strade diplomatiche per la risoluzione della crisi, ma tiene in caldo anche una missione militare dai contorni ancora nebulosi. Il dicastero della Difesa e degli Esteri hanno congiuntamente deciso di seguire una linea d’intervento che in Europa si è andata sempre più affievolendo, quella dell’interventismo su richiesta.

L’interventismo su richiesta mira ad evitare situazione di conflittualità con i Governi legittimi del Paese in cui si intende intervenire, seguendo questa linea l’Italia aspetterà e sosterà la creazione di un Governo di unità nazionale per poi collaborare attivamente con esso dal punto di vista militare. Per molti rimane un atteggiamento timido e inconcludente, ma, leggendo ed interpretando quello che è successo in Iraq ed Afghanistan negli anni passati, sembra rimanere la decisione più coerente. Oltre a motivazioni storico-politiche, a frenare l’Italia sull’intervento militare è anche la complessa situazione sul terreno politico e sociale, un caos di tribù e leader pronti a tutto per la loro fetta di potere, caos nel quale IS ci sguazza.

Gli analisti militare concordano tutti sul fatto che in caso di intervento capace di sortire qualche effetto reale, la linea d’intervento sarà durissima e di grande impatto. Le truppe dovranno scontrarsi materialmente con il nemico, sparare e portare avanti operazioni in profondità che richiedono tempo e precisione. Tutto questo dovrà essere accompagnato da un drastico cambiamento delle regole d’ingaggio (ROE – Rules of Engagment) che dovranno permettere agli uomini sul terreno un maggior utilizzo delle armi e di maggior libertà d’azione. La modifica delle regole d’ingaggio non è un primo passo verso la supremazia dell’ordine militare, semmai è il primo passo verso una missione che se non adeguatamente preparata rischia di essere un Vietnam italiano.

La missione militare italiana – che si sottolinea essere del tutto ipotetica al momento – sarà attagliata, secondo la linea dell’interventismo su richiesta, in base alle richieste del Governo di Unità Nazionale.

L’IS si muove per l’acquisizione di obiettivi sempre più strategici, a partire dalla mezzaluna petrolifera, dove sorgono alcuni dei più importanti giacimenti del Paese. Il Califfato è pesantemente armato, possiede veicoli blindati derivati dall’aver svaligiato le vecchie basi militari di Muammar Gheddafi. Il controllo delle risorse energetiche è strategico per i tagliagole, e potrebbe essere proprio questo uno degli obiettivi della presunta missione italiana in Libia. Con l’inizio dei bombardamenti in Siria e l’abbandono di molteplici zone da parte dei gruppi dirigenti dell’IS, la Libia sarebbe diventata (secondo fonti dell’intelligence americano) una nuova base per gli esuli siriani del gruppo.
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Sirte è la città che forse è già diventata meta del gruppo sunnita, una città strategica e di importanza essenziale per il Paese che darebbe anche il via ad un nuovo e possibile allargamento dell’influenza dell’IS nel Mediterraneo. Non è un caso che proprio nella giornata del 13 gennaio 2016 si siano ricorse le voci di un nuovo inizio dell’offensiva aerea francese sulla città.

Un bombardamento che, se fosse confermato in via definitiva (non vi sono ancora conferme ufficiali nè dalla Francia, nè da altre fonti) potrebbe far presumere che nelle prossime settimane potrebbero arrivare sul terreno libico le truppe di terra tanto attese. Per il momento quello che è certo è che la Francia ha intensificato i raid di ricognizione nella zona di Sirte, raid che non verrebbero effettuati senza una strategia a monte.

A Sabratha, nel marzo dello scorso anno, è arrivato un contingente del Comando subacqueo incursori (Comsubin), partito dalla base del Varignano (La Spezia) a bordo della nave San Giorgio. L’obiettivo iniziale era quello di stazionare in corrispondenza dell’impianto energetico di Melita, le ultime notizie vedono i militari del Comsubin impiegati in operazioni di sorveglianza che porteranno maggiori capacità informative ai reparti che si potrebbero impiegare in futuro sul terreno. Sabratha è una delle città prese di mira dal Califfato, ma allo stato attuale rimane una zona tranquilla dove si può iniziare a lavorare seriamente sul da farsi in caso la situazione dovesse precipitare.

Dopo le festività natalizie e la firma degli accordi per la formazione di un Governo di Unità Nazionale, la Libia, è stata scossa da una serie di attentanti e di offensive dell’IS. Una situazione che ha messo nuovamente in moto l’apparato militare italiano che, come sappiamo, è in una fase di studio per un’eventuale intervento. Proprio mentre gli analisti stavano discutendo sui bombardamenti francesi in Libia, si svolgeva una delle numerose riunioni per fare il punto della situazione sull’intervento. Il Governo rimane, per il momento, dello stesso avviso di qualche giorno fa, dichiarando essenziale la linea diplomatica prima di quella militare.

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