sabato, Luglio 24

Libia, accordo tra Tobruk e Tripoli il 15 dicembre Francia, Le Pen crolla nei sondaggi. Attacco di Valls contro il Front National

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Ci sono voluti lunghi mesi di trattative, incontri, scontri tra fazioni e dibattiti a livello internazionale, ma sembra che l’accordo sulla Libia sia ormai cosa fatta. Da Tunisi, dove nel pomeriggio si è aperto un tavolo per discutere di come portare avanti il negoziato, è arrivato l’annuncio che mercoledì 16 dicembre i rappresentanti dei parlamenti rivali di Tripoli e Tobruk firmeranno l’accordo politico patrocinato dalle Nazioni Unite. A confermarlo sono stati sia Salah el Makhzoun, del Parlemento di Tripoli, sia Mohamed Choueib, esponente dell’assemblea di Tobruk. La firma verrà messa, probabilmente, in Marocco, ma se ne discuterà ancora domenica, durante la conferenza ufficiale che si terrà a Roma. L’incontro, già previsto da giorni, vedrà la partecipazioni del ministro degli Esteri Paolo Gentiloni che si era espresso in maniera molto chiara al riguardo della situazione Libica. «Chi in Libia si opporrà ad un accordo sotto l’egida della comunità internazionale, andrà contro gli interessi strategici del popolo libico, non solo quelli internazionali» aveva detto. «L’obiettivo della riunione di Roma è una soluzione politica e diplomatica, anche se resta la necessità di combattere il terrorismo». E sicuramente l’Isis sta approfittando della grave crisi politica che la Libia sta attraversando da quando Gheddafi è stato eliminato. I jihadisti di al Baghdadi, infatti, hanno conquistato Sabratha, città della Libia nord-occidentale, il cui sito archeologico nel 1982 è stato inserito nella lista dei Patrimoni dell’Umanità dell’Unesco. Lo hanno riferito i media locali come Libya Herald, secondo cui l’organizzazione ha allestito dei checkpoint dopo che ieri sera almeno 30 veicoli con le bandiere nere dell’Is bene in vista hanno sfilato per le vie della città. Il sito del quotidiano ‘Russia Today’ ha sottolineato che nelle scorse ore il ramo libico del gruppo terroristico che fa capo a Abu Bakr al-Baghdadi ha proclamato la nascita di un emirato islamico a Sabratha. Altre fonti vicine agli islamisti, citate da Lybia Herald, hanno riferito che potrebbero esserci sostenitori dell’Is nella città, ma la situazione non sarebbe come a Sirte e Derna. Si tratterebbe di libici pacifici e tra le loro fila non ci sarebbero combattenti stranieri.

Dopo oltre quattro anni di guerra, sembrerebbe quasi trovato l’accordo per stipulare la pace in Siria all’inizio del 2016. Circa cento delegati si sono incontrati a Riad e per due giorni, dal 9 al 10 dicembre, hanno discusso del futuro del Paese. Le opposizioni si sono trovate unite, essenzialmente, da una sola idea: Basharal Assad deve lasciare il suo posto di governo. «Tutti in questa conferenza hanno ribadito che Assad è il problema, lui è parte del problema e non può essere parte della soluzione» ha detto Louay Safi, membro del Consiglio nazionale siriano. «La sua partenza rappresenterebbe l’inizio di ogni possibile transizione». Della stessa idea sono sempre stati anche molti leader occidentali, tra cui Cameron e Hollande, ma restano le opposizioni forti della Russia e dell’Iran. In ogni caso, a seguito dell’incontro di Riad, i membri delle opposizioni hanno deciso che incontreranno gli esponenti del regime di Assad. Lo ha confermato anche  Abdulaziz al-Sager, presidente della conferenza, secondo cui il colloquio avverrà nei primi 10 giorni di gennaio e sarà coordinato da Staffan de Mistura.

Intanto, però, il Paese è ancora bersagliato dai raid della Russia, che ha intensificato le sue azioni militariOrdino di agire il più duramente possibile, qualsiasi obiettivo che minaccia le forse russe in Siria va distrutto immediatamente». Vladimir Putin è categorico e stamattina, parlando della guerra in Siria, ha voluto ribadire che tutte le attività delle Russia sono volte ad aiutare Bashar al Assad dal pericolo Isis, ma soprattutto ad assicurare la sicurezza della Paese dagli estremisti. «Voglio mettere in guardia chiunque possa volere di nuovo organizzare un qualsiasi tipo di provocazione contro i militari russi impegnati in Siria» ha detto Putin riferendosi in maniera poco velata alla Turchia. La sicurezza degli uomini presenti sul campo è già stata rafforzata da giorni, ma il leader del Cremlino si è voluto assicurare su tutti i fronti e infatti, ha fatto sapere che oltre il 95% dei sistemi di lancio delle armi nucleari russe è pronto al combattimento. Lo ha confermato anche il ministro della Difesa Serghiei Shoighu. «Le forze armate hanno ricevuto quest’anno 35 nuovi missili balistici nucleari che sono pronti per essere usati, qualora ci fosse la necessità». «Noi speriamo di no» ha aggiunto «ma purtroppo, Daesh controlla il 70% della Siria e si sta allargando, perché ora controlla la maggior parte dell’Iraq. I terroristi sono quasi 60mila e potrebbero espandersi nell’Asia Centrale e nel Caucaso».

A impedire questa avanzata ci pensa anche la coalizione anti-Isis guidata dagli Stati Uniti. Barack Obama ieri aveva detto che il Paese è in guerra contro il califfato e gli americani hanno recepito il messaggio forte e chiaro. Secondo l’ultimo sondaggio New York Times/Cbs, infatti, la paura di attacchi terroristici ha raggiunto in America i livelli più alti registrati dal dopo 11 settembre. E questo sta aiutando Donald Trump, che cavalca questi timori con la sua campagna da toni fortemente anti-Islam. Dai dati emerge che il 44% degli americani ritiene che sia molto probabile che un grande attacco possa avvenire nei prossimi mesi, il livello più alto registrato dall’ottobre del 2001. E per sette americani sui 10 lo Stato Islamico è la principale minaccia alla sicurezza nazionale degli Stati Uniti. Una sensazione di paura e timori che ovviamente si riflettono sulla campagna elettorale in corso per le primarie: se appena un mese fa solo il 4% degli americani consideravano il terrorismo la questione centrale, ora la percentuale è salita al 19% dopo gli attentati di Parigi e l’attacco di San Bernardino. Il sentimento è più forte tra gli elettori repubblicani: quattro su dieci, infatti, ritengono che la qualità più importante per un candidato è una forte leadership nell’affrontare il terrorismo, più dell’onestà, l’empatia, l’esperienza o l’eleggibilità, e riscontrano questa caratteristica in Trump e nelle sue controverse proposte, dalla chiusure delle moschee, la schedatura dei musulmani americani fino al divieto d’ingresso nel Paese di immigrati musulmani. Per contro, la maggioranza degli intervistati ha poca fiducia nel modo in cui Barack Obama sta affrontando l’emergenza: il 57% disapprova il suo operato e il 70% considera che la lotta contro l’Is stia andando male.

«Israele vuole riprendere i negoziati con i palestinesi, ma teme che Abu Mazen non sia in grado di fornire garanzie sul rispetto degli eventuali accordi raggiunti». Lo ha detto il capo negoziatore e ministro dell’Interno israeliano Silvan Shalom intervenendo alla Conferenza internazionale sul Mediterraneo in corso a Roma. «Ho incontrato Abu Mazen più volte, mi ha fatto un’ottima impressione», ha detto Shalom, puntando però il dito contro Hamas e i possibili successori del presidente palestinese, che a suo giudizio non darebbero garanzie sul futuro. Scettici sulle parole di Shalom, però, molti altri interlocutori tra cui il re Abdallah di Giordania, ospite d’onore della Conferenza, che già ieri aveva sottolineato la quotidiana mancanza di rispetto dei diritti umani dei palestinesi. Dal primo ottobre, da quando è scoppiata la così detta terza intifada, ne sono rimasti uccisi oltre 100. L’ultimo è stato ammazzato questa mattina dalle forze di sicurezza israeliane. «Ci sentiamo dei falliti» ha ammesso Saeb Erekat, membro del parlamento palestinese «perché avevamo promesso al nostro popolo uno Stato e c’eravamo impegnati nei negoziati con Israele. Invece viviamo ancora sotto occupazione in una situazione di apartheid e dai 200 mila coloni illegali del 2000 si è passati a 600 mila». Per la leadership dell’Olp, una soluzione con due Stati, sulla base dei confini del 1967 è necessaria subito. «Altrimenti, l’Anp sarà completamente delegittimata e il conflitto, che finora si è mantenuto su binari politici, si trasformerà in una guerra tra uno Stato ebraico e uno Stato islamico».

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