lunedì, Settembre 20

Liberté, égalité, surveillés field_506ffb1d3dbe2

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French President Francois Hollande leave

È un cambio drastico quello subito dall’orientamento francese in materia di protezione della privacy. Grazie ad una legge approvata pressoché in sordina, il Governo potrà sorvegliare in tempo reale le azioni degli utenti di internet senza dover chiedere alcuna autorizzazione. Questo è infatti quel che gli concede l’articolo 13 della normativa, che riguarda in modo più generale la programmazione militare: le ragioni addotte dall’Esecutivo riguardano la necessità delle misure nella lotta al terrorismo, al crimine organizzato ed allo spionaggio scientifico ed economico. Il Ministro della Difesa Jean-Yves Le Drian ha asserito comunque che «le libertà pubbliche saranno tutelate», ma è stridente il contrasto dell’approvazione parlamentare con l’indignazione espressa qualche settimana fa dal Presidente François Hollande dopo aver appreso delle intercettazioni su utenze francesi da parte della statunitense National Security Agency (NSA).

Non è stata una giornata felice per i diritti umani neanche in Australia, dove l’Alta Corte ha annullato la legge sui matrimoni omosessuali approvata in ottobre nel Territorio della Capitale Australiana (ACT). La Corte ha infatti confermato le critiche del Governo Federale, che aveva dichiarato l’atto incoerente con le leggi federali: nel 2004, queste ultime avevano sancito che il matrimonio è valido solo se contratto da un uomo e una donna. La promulgazione della legge aveva già attratto molte coppie omosessuali nella giurisdizione di Canberra, ma era stata avversata dai gruppi di pressione cattolici, nonché dallo stesso Primo Ministro Tony Abbott, a capo di un Governo liberal-nazionale.

In India, invece, la Presidente del Partito del Congresso Sonia Gandhi ha espresso il proprio dissenso verso la decisione della Corte Suprema di reintrodurre il reato di omosessualità. Secondo Gandhi, con la decisione del 2009 ora annullata, l’Alta Corte di Delhi «aveva saggiamente rimosso una legge arcaica, repressiva ed ingiusta che violava i diritti umani basilari». Non soltanto molti politici, ma anche la stampa indiana parla di un «attitudine retrograda» e di una decisione «triste e vergognosa».

Diversi problemi con la legge riguardano invece l’ex Primo Ministro thailandese Abhisit Vejjajiva, in carica dal 2008 al 2011 ed ora leader del Partito Democratico. Vejjajiva deve infatti rispondere dell’accusa di omicidio di due persone, morte per una carica della polizia durante le proteste antigovernative nel 2010, che richiedevano il ritorno dell’ex premier Thaksin Shinawatra. Durante quella che fu chiamata la protesta delle Camicie Rosse morirono novanta persone, tanto che le possibili imputazioni per Vejjajiva potrebbero aumentare. Il Partito Democratico di cui è segretario sta attualmente appoggiando le massicce proteste contro l’attuale Primo Ministro, Yingluck Shinawatra.

A presentarsi davanti a un tribunale verrà chiamato anche un altro ex governante, il Generale pachistano Pervez Musharraf. Il Governo federale del Pakistan, per mezzo del Segretario all’Interno Shahid Khan, ha infatti presentato una richiesta formale perché la corte speciale avvii il procedimento contro l’ex Presidente, accusato dal 19 aprile di alto tradimento secondo la legge relativa del 1973. La richiesta fa riferimento alla sospensione della Costituzione e alla conseguente imposizione dello stato di emergenza decisa da Musharraf nel 2007 per prorogare il proprio mandato, allora in scadenza. La corte speciale, composta da tre giudici, è stata formata recentemente dall’attuale Primo Ministro Nawaz Sharif.

Alla mezzanotte di oggi si concluderà in Germania il periodo utile per il voto sulla fattibilità della ‘Große Koalition’ da parte dei tesserati dell’SPD. Sono stati 300.000 i voti registrati finora su una base di 475.000 persone, ma, come riporta ‘die Welt’, un decimo sarebbe già stato invalidato. Il referendum, che aveva inizialmente sollevato dubbi di costituzionalità,  sembra essere comunque avvenuto in modo ordinato ed il risultato potrebbe già essere noto sabato notte, dopo che le buste dei voti verranno trasportate dal Centro Logistico delle Poste di Lipsia alla sede del partito a Berlino.

Chi ha già deciso sulla ‘Große Koalition’ è l’Austria: dopo un negoziato durato una decina di settimane, i Popolari dell’ÖVP e i Socialdemocratici della SPÖ hanno deciso di proseguire l’esperienza comune di Governo, iniziata nel 2008 dopo che le elezioni parlamentari avevano dato una sostanziale parità tra le due formazioni. La situazione si era ripetuta, con un calo di voti per entrambe, col voto del 29 settembre scorso: da ciò la necessità di un nuovo accordo e l’attuale nomina a Cancelliere del socialdemocratico Werner Faymann e a Vice-Cancelliere del popolare Michael Spindelegger. Faymann ha già annunciato che l’accordo costituirà un modello in Europa per impulso economico e sicurezza sociale.

Proprio l’Europa sembra più vicina ai manifestanti di Kiev, che oggi hanno rialzato le barricate nella Piazza dell’Indipendenza dopo l’attacco di ieri da parte della polizia. Il Primo Ministro Mykola Azarov ha sostenuto che si è trattato solo di un intervento per ripristinare la viabilità delle strade adiacenti, ma l’Alto rappresentante dell’UE per gli affari esteri, Catherine Ashton, in visita in Ucraina, ha definito la situazione «totalmente inaccettabile», condannando l’uso della forza ed affermando che «le persone di questo grande Paese meritano di meglio». Di ritorno a Bruxelles, oggi Ashton ha riportato quella che potrebbe però essere una sensibile svolta, dichiarando che il Presidente Viktor Janukovič le avrebbe espresso l’intenzione di firmare l’Accordo di Associazione con l’Unione Europea. La gravità del confronto tra manifestanti e Governo sul tema ha d’altronde già attirato gli strali di Washington, da cui il Segretario di Stato John Kerry ha espresso il «disgusto per la decisione delle autorità ucraine di fronteggiare la protesta pacifica con polizia antisommossa, bulldozer e manganelli, anziché col rispetto per i diritti democratici e la dignità umana». Il Segretario alla Difesa Chuck Hagel si è spinto fino a minacciare sanzioni qualora la repressione governativa proseguisse.

Ad est di Kiev, frattanto, i diritti civili possono festeggiare una tra le poche soddisfazioni della giornata, con la decisione della Corte Suprema di Mosca di annullare la sentenza di reclusione per Nadezhda Tolokonnikova e Maria Alekhina, le due appartenenti al collettivo femminista Pussy Riot in prigione ormai da più di un anno e mezzo. La condanna sarebbe comunque terminata il prossimo marzo, ma la Corte sostiene che il tribunale di primo grado non ha presentato sufficienti prove per l’accusa di istigazione all’odio, né ha tenuto in considerazione la minore età dei figli delle due donne.

Se da un lato gli Stati Uniti si lamentano del trattamento riservato ai manifestanti ucraini, dall’altro è di oggi la decisione di sospendere il supporto ‘non letale’ ai ribelli siriani nel nord del Paese. Insieme a Londra, la Casa Bianca ha infatti espresso il proprio timore che medicinali, veicoli e mezzi di comunicazione dopo le notizie sulla possibile occupazione da parte di ribelli islamici di basi dell’Esercito Siriano Libero (ESL), sostenuto dalle potenze occidentali. L’aiuto umanitario, comunque, non risulterebbe toccato dalla decisione, che l’ESL ha definito affrettata. «Speriamo che i nostri alleati ci ripensino e attendano qualche giorno, finché le situazione sarà più chiara», ha dichiarato il portavoce Louay Meqdad.

Proteste in Messico per la decisione da parte della Camera dei Deputati di approvare la Riforma Energetica, che permetterà l’ingresso di investitori esteri nell’azienda petrolifera Pemex, sinora monopolio statale. L’approvazione della riforma è stata effettuata in un’aula alternativa per l’occupazione di quella istituzionale da parte del Partido de la Revolución Democrática, che già da tempo si oppone a una riforma che cambierà drasticamente la politica energetica nazionale. Manifestazioni anche nelle strade di Città del Messico.

 

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