sabato, Maggio 15

Libertà vo cercando … Le sue mille sfaccettature

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«Libertà l’ho vista svegliarsi
ogni volta che ho suonato
per un fruscio di ragazze
a un ballo,
per un compagno ubriaco
».

Fabrizio De Andrè – ‘Il Suonatore Jones

 

Tralasciando Dante, la libertà che ha più influenzato i sogni della mia generazione è quella nata dalla combinazione celestiale tra Edgar Lee Masters, Nanda Pivano e Fabrizio De Andrè. Il primo la scolpì sulla tomba di  Fiddler Jones, il suonatore vagabondo. La seconda  magistralmente  tradusse in italiano quei versi. Il terzo ne fece un inno poetico/musicale di altissimo spessore. Succedeva tra Genova e Spoon River. Venne poi Giorgio Gaber, che  associò la libertà al concetto, più ecumenico, di partecipazione («libertà è partecipazione»). Niente rischiose ascensioni sugli alberi, niente fastidiosi voli di moscone, niente spazi vuoti a perdita d’occhio, solo collaborare insieme, ciascuno per le sue competenze, si suppone.

Libertà. Liberismo. Liberalismo. Liberalità. Libertinaggio. Quante parole dal significato profondamente diverso derivano dalla stessa radice. E quante confusioni, discussioni imprecise, ragionamenti ingannevoli se non proprio senza capo né coda.

Molto si è discusso ultimamente su un tipo particolare di libertà, quella d’espressione. Naturalmente lo spunto, tremendo, nasce dall’eccidio dei vignettisti di Parigi.  ‘Nous sommes tous Charlie‘, ci mancherebbe. Quando, però, il dibattito mondiale si fa meno emotivo, qualcuno comincia a chiedersi se questo tipo di libertà può avere dei limiti, e se sì, quali. Interviene anche Papa Bergoglio, proponendo, in modo pittoresco e fuori dagli schemi pontifici, un’ovvia difesa della religione di cui è capo e, in generale, di tutte le fedi inclusa quella islamica, accomunate dagli sbeffeggiamenti per la verità assai grevi di ‘Charlie Hebdo‘.

Apriti cielo, è il caso di dirlo. Tutti o quasi interpretano il pugno di Francesco in difesa della mamma (la madre Chiesa?) come una sorta di licenza di uccidere in nome della Fede, di qualsiasi Fede.

Personalmente, da ateo dichiarato e convinto, credo che Bergoglio sia andato oltre la difesa d’ufficio del suo settore di competenza. Credo che il suo vero obiettivo fosse più terreno, un contributo pragmatico al contenimento del fiume di sangue sparso in nome di un malinteso senso religioso anche a causa di provocazioni evitabili.

Certo, ognuno la vede a modo suo. L’ateo non tiene in grande considerazione l’offesa alla religione altrui, in genere. La femminista insorge per ogni immagine che reputa lesiva del corpo della donna. Il nero, l’ebreo, l’italiano, il tedesco, l’omosessuale, il tifoso perfino, sono giustamente irritati e/o inferociti per ogni rappresentazione irrisoria del proprio gruppo di appartenenza. E’ dunque difficile stabilire un criterio univoco per il fissaggio di eventuali limiti, considerato anche che la legge già li stabilisce, ma in modo piuttosto vago e in genere non rispettato.

E’ chiaro che ciò che conta è l’entità delle reazioni. Ma a pensarci bene, ogni categoria ha quasi quotidianamente i suoi eccessi, le sue aberrazioni comportamentali che sfociano in fatti di sangue a seguito di provocazioni non solo inutili, ma talvolta studiate a tavolino per suscitare la reazione fatale, che getterà il discredito sulla fazione rivale.

Tutti conoscono la frase secondo cui «La nostra libertà finisce dove inizia quella degli altri» attribuita da alcuni a Immanuel Kant, da altri a John Stuart Mill, sicuramente citatissima da tutti, M.L.King in primis.  Sembra un buon aiuto per orientarsi nel ginepraio dei diritti e delle eventuali limitazioni indotte per causa di forza maggiore.

Ma nel caso della libertà d’espressione, chi stabilisce se un limite sia stato realmente superato e se l’insulto, magari becero e diretto, abbia non solo offeso un individuo, ma ne abbia intaccato la libertà di sentirsi umano tra gli umani, senza insinuazioni alcune di pretesa inferiorità?

 

 

 

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