lunedì, Giugno 27

Libertà religiosa: la grande dimenticata. Serve una legge costituzionale Gli evangelici si fanno carico di richiamare il prossimo Parlamento sulla libertà religiosa e di culto per tutte le fedi. Il pastore Luca Maria Negro ci fa chiarezza sul tema

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Ci può fare il quadro della situazione attuale e di che cosa di fatto manca?

Il sistema dei rapporti Stato-confessioni religiose si struttura su livelli gerarchici. In una ideale “piramide delle fonti” troviamo al vertice la confessione storicamente di maggioranza, che gode di un regime privilegiato e del tutto particolare tutelato dall’art. 7 della Costituzione, che riconosce che lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno per il proprio ordine, indipendenti e sovrani. Viene inoltre stabilito che i loro rapporti sono regolati dai Patti Lateranensi, con ciò ‘recependo’ nella Costituzione lo strumento pattizio che, ricordiamo, ha il valore di un trattato internazionale e può essere modificato soltanto con l’accordo delle parti.

Subito dopo troviamo l’art. 8 che al terzo comma stabilisce che i rapporti tra le confessioni religiose diverse dalla cattolica e lo Stato sono regolati per legge sulla base di Intese, e cioè sulla base di accordi che le rispettive rappresentanze stipulano su richiesta delle confessioni.

Il gradino più basso è occupato dalle confessioni religiose senza intesa (o in attesa di stipulazione), i cui rapporti sono ancora regolati dalla cosiddetta legislazione sui culti ammessi, seppur epurata delle sue parti più odiose grazie ai ripetuti interventi della Corte costituzionale.

Ciò implica che le attività della confessione senza intesa sono rese difficoltose e poco fluide da un sistema di desueto di tipo concessorio.

Esiste poi un livello minimo, che è quello delle realtà confessionali che non ricevono nemmeno il riconoscimento come enti di culto e utilizzano strumenti diversi offerti dall’ordinamento civile per compiere le proprie attività. È ad esempio il caso delle realtà islamiche, che si costituiscono in forma di associazioni culturali o organizzazioni non lucrative, per esercitare diritti strettamente connessi alla propria natura religiosa, come ad esempio poter usufruire di adeguati luoghi di culto.

Serve pertanto una legge generale costituzionalmente orientata, che garantisca un livello minimo di diritti uguali per tutte le confessioni religiose e pertanto anche per quelle che non siano nella condizione di stipulare un’intesa con lo Stato, affinché diritti individuali e collettivi collegati al fattore religioso godano di una comune tutela e non siano diversificati sulla base del livello di riconoscimento che una confessione può aver ottenuto. L’Italia vive il paradosso di essere il Paese che ha inventato il modello di relazioni per accordi o intese corredato da una legge generale, ma che appunto manca di quest’ultima.

Lei parla di  abrogazione della legislazione sui culti ammessi del 1929/30 e dell’emanazione di una legge generale in tema di libertà religiosa e di coscienza valevole per tutte le espressioni di fede. Intanto cosa sono i culti ammessi? 

Vigente lo Statuto Albertino, la matrice ‘confessionista’ dei rapporti Stato – Chiesa si manifestava nel riconoscimento della religione cattolica come religione di Stato. Con le Lettere Patenti albertine  del 17 febbraio 1848 i valdesi ottennero il riconoscimento dei diritti civili e di lì a poco lo stesso è accaduto anche  agli ebrei. Nulla era, tuttavia, innovato, quanto al culto. Abbiamo poi assistito ad una progressiva evoluzione in senso liberale dei rapporti con le realtà confessionali diverse dalla cattolica, con un sistema a tolleranza crescente, stroncato dall’avvento del regime fascista. Nel 1929 furono stipulati i Patti lateranensi (quelli poi pienamente riconosciuti anche dalla Costituzione repubblicana e soggetti a revisione concordataria soltanto nel 1984) e la ri-confessionalizzazione della Stato raggiunse il suo apice.

I rapporti con gli altri ‘culti’ (si badi bene, non ‘confessioni’, perché tale status non era loro riconosciuto) era regolato esclusivamente dalla legge n. 1159 del 1929 e il Regio Decreto del ’30. In essa era prevista la libera ‘ammissione’ dei culti diversi dalla religione cattolica apostolica romana, purché non professassero «riti contrari all’ordine pubblico e al buon costume». Particolarmente gravoso era il carico dei sistemi autorizzativi previsti dal regolamento, che di fatto consentiva un controllo pubblico sulla vita delle confessioni. Parte del testo è ancora in vigore e di esso si chiede l’abrogazione e la sostituzione con una legge generale sulla libertà religiosa adatta ai nostri tempi ed ispirata ai principi di apertura e uguaglianza sanciti dalla Costituzione e dalle fonti sovranazionali.

Parlando di legislazione si deve poi anche guardare alle così dette ‘Intese’. Qui come siamo messi?

La prima confessione a stipulare un’intesa con lo Stato è stata, nel 1984, la Chiesa evangelica valdese (Unione delle chiese metodiste e valdesi). Sebbene le trattative fossero ufficialmente iniziate nel 1977, c’è stato bisogno di attendere l’inizio di lavori di revisione del concordato con la Chiesa cattolica, anch’esso terminato nel 1984, per giungere alla firma. Seguì la stipulazione di numero intese con confessioni cristiane e non, molte delle quali concluse negli anni novanta. La stagione delle intese ha poi vissuto una seconda ondata nella seconda metà degli anni 2000, con intese tuttavia diventate leggi soltanto nel 2012. Ricordiamo tra queste, per la particolare connessione con un panorama religioso in mutamento, le intese con le realtà buddhiste e con l’unione induista.

Sotto altro aspetto, molte realtà sono ancora in attesa di una risposta da parte dello Stato. Occorre infatti ricordare che, con l’ammissione alla trattativa, aspetto peraltro del tutto eventuale e posto alla valutazione dell’istituzione pubblica, prende il via una procedura piuttosto complessa, che non gode di certezza in termini temporali. In alcuni casi le trattative sono durate anche oltre dieci anni, in altre la procedura è ancora ad un punto morto; in altri ancora l’intesa è stata raggiunta, ma non c’è stata approvazione parlamentare. Una situazione che necessita di regolamentazione, per avere tempi certi e garanzie.

Esistono inoltre realtà, come quella islamica, il cui iter verso la stipulazione di una possibile intesa con lo Stato è anticipato da tavoli permanenti di consultazione con le comunità territoriali e da organismi di esperti chiamati ad esprimersi su alcune tematiche cruciali, come il riconoscimento pubblico dei ministri di culto, le linee guida sull’edilizia di culto, il patto di riconoscimento dei principi costituzionali come fondanti le relazioni istituzionali e la vita delle comunità locali.

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