giovedì, Ottobre 28

Libertà religiosa: la grande dimenticata. Serve una legge costituzionale Gli evangelici si fanno carico di richiamare il prossimo Parlamento sulla libertà religiosa e di culto per tutte le fedi. Il pastore Luca Maria Negro ci fa chiarezza sul tema

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Tra i molti -troppi- temi che la campagna elettorale non ha minimamente sfiorato e che appartiene alla categoria dei temi urgenti legati alla convivenza civile in una società multietnica e multiculturale, vi è quello della libertà religiosa e della laicità dello Stato. Temi che «risultano ‘non pervenuti’», ha dichiarato nei giorni scorsi  il pastore battista Luca Maria Negro, Presidente della Federazione delle chiese evangeliche in Italia (FCEI) e della Commissione delle chiese evangeliche per i rapporti con lo Stato (CCERS).

Nella più brutta campagna elettorale della storia repubblicana si è arrivati a giurare le promesse elettorali sul Vangelo -senza che nessuno abbia dimostrato conati  di vomito- ma ci si è tenuti ben alla larga dal fatto che l’Italia non ha ancora nel suo ordinamento una legge sulla libertà religiosa, seppure si tratti di un diritto fondamentale codificato dalla Costituzione all’articolo 19, denuncia Negro. Le poche e insufficienti disposizioni esistenti in materia, le cosiddette leggi sui ‘culti ammessi’, risalgono all’epoca fascista.  La prossima legislatura «sia investita a tutti gli effetti del tema della libertà religiosa e di culto e si faccia carico di dare piena attuazione al dettato costituzionale in materia», con «l’abrogazione della legislazione sui culti ammessi del 1929/30 e dell’emanazione di una legge generale in tema di libertà religiosa e di coscienza valevole per tutte le espressioni di fede, anche quelle che non siano nella condizione di stipulare un’Intesa con lo Stato ai sensi dell’art. 8, terzo comma, della Costituzione», l’appello del Presidente Negro è «per una legge costituzionale sulla libertà religiosa».

Con il pastore Negro abbiamo cercato di fare chiarezza sul tema.

Pastore Negro, Lei ha fatto notare che in questa campagna elettorale tra i molti temi ‘veri’ che tutti si sono guardati bene dall’affrontare c’è la questione delle leggi in materia di libertà religiosa. Intanto Le chiedo di precisare bene cosa si intende per libertà religiosa che va ben al di là dell’essere ‘liberi’ di professare la fede che si desidera.

La libertà religiosa è un diritto fondamentale espressamente riconosciuto come tale dalla Costituzione italiana all’art. 19. Un diritto che riguarda tutte e tutti e non ha vincoli legati a particolari status, come ad esempio il possesso della cittadinanza italiana, né l’ottenimento di concessioni da parte dello Stato. Un diritto che precede la legislazione nazionale e sovranazionale e che viene riconosciuto da queste come prerogativa della persona e sua esplicazione in regime di pari dignità e uguaglianza tra individui, senza distinzioni, nemmeno di appartenenza religiosa.

Una condizione personale, come tale acquisita dall’ordinamento giuridico e che ci parla di uno degli aspetti più profondi dell’umanità: il rapporto con la fede. Non è un caso che nelle costituzioni moderne la libertà religiosa è stato uno dei primi diritti fondamentali ad essere riconosciuto e garantito.

La Costituzione italiana fa qualcosa in più, non limitandosi ad enunciazioni di principio,  ma articolandone il contenuto. Abbiamo così il riconoscimento della libera professione di fede religiosa in qualsiasi forma, individuale e associata,  la libertà dei credenti di formare e organizzarsi in comunità; il diritto di fare propaganda ed esercitare il culto in privato o in pubblico, con l’unico limite dei riti contrari al buon costume. In altre disposizioni costituzionali si parla di eguale libertà delle confessioni religiose di fronte alla legge e di libertà di organizzarsi secondo i propri statuti, purché non contrastino con l’ordinamento giuridico. In nessun caso la Costituzione fa riferimento all’ordine pubblico.

E’ corretto ritenere che una legislazione che dia piena, universale attuazione al dettato della Costituzione all’articolo 19 è un problema di sicurezza nazionale? E quanto, secondo Lei, la politica e l’opinione pubblica l’ha capito?

È corretto solo in misura molto parziale, proprio per quanto sostenuto poc’anzi. C’è l’errata percezione che il rapporto con le religioni abbia  a che fare con un problema di ordine pubblico, mentre nessuna disposizione costituzionale sancisce questo binomio, che anzi è stato scardinato proprio per marcare una linea di confine tra l’esperienza pre-repubblicana e i lavori della Costituente.

È pur vero che un sistema di rapporti tra Stato e confessioni religiose che faccia emergere le realtà di fede che non hanno riconoscimento giuridico in quanto tali innesca un sistema virtuoso: maggiori diritti vissuti alla luce del sole vuol dire maggiore visibilità, minor rischio che nelle situazioni di forzata ‘clandestinità’ si innestino voci che strumentalizzano il fattore religioso per altri fini, maggiore possibilità di sicurezza generale e soprattutto di instaurazione di percorsi di integrazione. La costruzione di comunità religiose integrate è un concetto del tutto mancante nei discorsi politici, che invece strumentalizzano il discorso sulle religioni dandone una lettura esclusivamente in termini di ordine pubblico, alimentando la paura e stigmatizzando le diversità a fini propagandistici.

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