martedì, Maggio 18

Libertà religiosa 'in salsa cinese' Una chiesa demolita, una società arricchita ma moralmente povera

0

wenzhou demolition

12 anni di lavoro e 30 milioni di yuan (4,7 milioni di dollari) ridotti in macerie. Dopo un mese di inutili proteste da parte dei fedeli, la scorsa settimana la chiesa protestante Sanjiang di Wenzhou, nel Zhejiang, è stata rasa al suolo dalle ruspe. Per le autorità l’edificio era ‘illegale’ a causa delle sue dimensioni mastodontiche, 7.928 metri quadrati contro i soli 1.881 previsti dalle autorità. Per giorni migliaia di devoti avevano tentato di salvare il luogo di culto, formando uno scudo umano a protezione dell’edificio e marciando nelle strade di Wenzhou, nota come la ‘Gerusalemme d’Oriente’ per il suo nutrito numero di cristiani -circa il 15% della popolazione cittadina.

Un accordo sembrava essere stato raggiunto quando alla chiesa fu intimato di provvedere ad una ‘autorettifica’ entro il 22 aprile. Scaduta la deadline, tuttavia, gli operai erano riusciti a ridurre le dimensioni dello stabile soltanto di 500 metri quadrati, sforando ugualmente i limiti previsti dai regolamenti edilizi. Secondo quanto riferito alla ‘CNN’ dal portavoce del Dipartimento della propaganda della contea di Yongjia, cinque funzionari sono finiti sotto inchiesta in relazione alla costruzione ‘illegale’, precedentemente approvata dall’Associazione patriottica cattolica cinese; l’unica Chiesa ufficialmente accettata oltre la Muraglia dal 1957 che, non riconoscendo la Santa Sede, nomina i suoi vescovi e ordina i suoi sacerdoti in base ai voleri del Partito.

In un Paese occidentale e democratico, probabilmente, quello della Sanjiang sarebbe passato per un semplice caso di abuso edilizio. Ma non in Cina, dove dietro ogni mattone si nasconde il sentore di un sopruso, di un’espropriazioni forzate, di una violazione dei diritti umani. La demolizione della chiesa giunge sulla scia delle polemiche per un rinnovato giro di vite ai danni della comunità cristiana del Zhejiang. Secondo i fedeli, il Partito locale avrebbe in mente di demolire «completamente o parzialmente» almeno dieci luoghi di culto, dopo che il Segretario del partito provinciale, Xia Baolong, perlustrando la regione ha giudicato le sue chiese «troppo vistose». Considerazioni che acquistano peso se sommate alle precedenti critiche di Feng Zhili, capo del Comitato per gli Affari etnici e religiosi del Zhejiang, allarmato da una diffusione del Cristianesimo «eccessiva e troppo confusa».

Insomma, la distruzione della Sanjiang non sarebbe altro che la conferma di una grave escalation contro la libertà religiosa in Cina. Ne è convinto Bob Fu, fondatore e Presidente di China Aid, associazione con base nel Texas che dal 2002 fornisce assistenza ai cinesi cristiani e mantiene stretti legami con l’ala repubblicana americana. «Il regime cinese ha scelto di ignorare le proprie leggi e la volontà dei suoi migliori cittadini», ha dichiarato al ‘Telegraph’ l’attivista. Sullo stesso spartito Yang Fenggang, tra i massimi esperti di questioni religiose in Cina, direttore del Center on Religion and Chinese Society presso la Purdue University e prossimamente ospite dell’università di Padova come Visting Scientist: “Tutte le informazioni mi portano a credere che siamo davanti a un nuovo round repressivo contro la comunità cristiana cinesi”, racconta a ‘L’Indro’, “Vi è una grande carenza di chiese in Cina ed è molto difficile ottenere i permessi per gli edifici di culto, così normalmente si comincia a costruire mentre si cerca di fare di tutto per portarsi in regola. D’altra parte, sebbene molti edifici governativi e templi buddhisti siano stati eretti in violazione di alcuni codici, è raro che questi vengano abbattuti. Se poi si trattasse di una questione di regolamenti edilizi, come vogliono far credere, non ci sarebbe ragione di tirare giù le croci dalle chiese, cosa che sta avvenendo sempre più spesso”.

Nelle ultime decadi l’evangelizzazione nella Repubblica popolare ha macinato numeri da capogiro. Se nel 1949 in Cina i protestanti erano appena 1 milione e l’intera comunità cristiana contava grossomodo 3 milioni di membri, stando alle stime del Pew Research Center, nel 2010 la comunità cristiana cinese riuniva già 67 milioni di membri, rappresentando il 5% della popolazione cristiana mondiale. Di contro nel 2011 il Governo registrava ancora 25 milioni di seguaci di Cristo (18 milioni protestanti e 6 milioni cattolici) -secondo alcuni- esonerando dal computo i sostenitori della Chiesa sotterranea che, legata al Vaticano, opera in condizioni di clandestinità. In pratica nei conteggi ufficiali comparirebbero soltanto i fedeli della Chiesa Patriottica, manovrata dal Partito. La realtà dei fatti e dei numeri, però, parrebbe essere un’altra.

Secondo pronostici di Yang, subito messi in dubbio dai media statali, considerando il tasso di crescita del 10% registrato tra il 1980 e il 2010, nei prossimi 11 anni la popolazione protestante raggiungerà le 160 milioni unità, mentre quella cristiana nella sua interezza toccherà i 247 milioni di membri entro il 2030. Se tali proiezioni dovessero rivelarsi corrette, la Cina arriverebbe a scavalcare gli Stati Uniti (oggi al primo posto per fedeli cristiani), dove il fervore religioso sta riportando un progressivo calo.

D’altra parte, già due anni fa la Repubblica popolare era diventata il primo Paese al mondo per numero di Bibbie stampate: 105 milioni di testi sacri di cui un 60% destinato al mercato interno. Non solo. Stando ad una ricerca condotta lo scorso mese da ‘Foreign Policy’, sul Twitter cinese Weibo le citazioni bibliche (17 milioni) battono numericamente le massime di Mao Zedong (60mila); Papa Francesco viene menzionato più spesso del Premier Li Keqing; il Presidente Xi Jinping (4 milioni di commenti) viene battuto da Gesù (18 milioni). Certo, i numeri hanno dalla loro parte la complicità dei professionisti della censura, che eliminano qualsiasi cosa venga ritenuta politicamente sensibile. Ma è comunque un risultato da non sottovalutare in un Paese in cui vige ancora l’ateismo di Stato, condito da una certa diffidenza nei confronti del Sacro. Di ieri la notizia ufficiosa secondo la quale il kolossal biblico Noah, già bloccato in diversi Paesi musulmani, non raggiungerà le sale della Repubblica popolare.

Sembra che, come per opera di una selezione darwiniana, la religione si sia salvata da un’epoca turbolenta uscendone rafforzata. Nel Ventesimo secolo il Cristianesimo veniva ancora associato all’imperialismo occidentale, vero spauracchio dai tempi delle guerre ottocentesche che portarono compromessi e concessioni umilianti per il Celeste Impero. Dopo la vittoria dei comunisti, nel 1949, i missionari furono espulsi e il Cristianesimo accettato soltanto nella sua versione edulcorata sotto l’egida del Partito. La religione diventa ‘veleno’ tra gli anni ’60 e ’70, quando la tendenza fu quella di sradicare ogni culto nell’ambito della Rivoluzione Culturale. Ma la fede è sopravvissuta e dagli anni ’80 viene di nuovo permessa, sebbene soltanto nelle sue modalità politicizzate che vedono la chiesa ufficiale rispondere all’Amministrazione statale per gli affari religiosi, organo che fa capo all’Esecutivo cinese. 

Nel frattempo, anche la Cina ha avuto i suoi martiri. Il Cardinale Kung Pin Mei arrestato e trascinato in uno stadio di Shanghai per confessare pubblicamente il suo crimini come cattolico, fu sbattuto in carcere per 32 anni dopo aver gridato alla folla: «Viva Cristo Re, viva il Papa!». Il Vescovo Giuseppe Fan Xueyan passò dietro le sbarre gli anni dal 1958 al 1991 per lì morire in seguito alle percosse ricevute. All’inizio del 2002 il quarantaseienne Gong Shengliang fu condannato a morte per aver fondato un movimento cristiano. Le persecuzioni sono continuate in tempi più recenti, nonostante la Costituzione adottata nel 1982 garantisca la libertà di culto e affermi che «gli organismi e le questioni religiose non sono soggette ad alcun controllo estraneo».

Il perché di tanta fede ce lo spiega ancora Yang: “Il Cristianesimo è una religione globale, strettamente associata all’Occidente moderno, democratico e ricco. In 65 anni di dominio, il Partito comunista ha progressivamente riordinato le tradizioni culturali e religiose, e ha anche messo in chiaro quali erano gli ostacoli culturali per convertire il popolo alla cristianità. Inoltre, le caratteristiche organizzative della Chiesa e dei gruppi ecclesiastici stanno ricoprendo funzioni sociali lasciate scoperte dalle religioni tradizionali (Taoismo, Buddhismo e Confucianesimo) e dal Partito: i culti cinesi sono basati sulle attività del tempio e su una spiritualità individualistica. All’inizio il Partito aveva organizzato la popolazione nelle aree rurali in comuni e quella nelle zone urbane in unità di lavoro, ma poi le comuni sono state sciolte e le unità di lavoro hanno perso molte delle loro funzioni sociali. Nell’economia di mercato i cittadini hanno bisogno di un supporto sociale a livello di comunità e la Chiesa cristiana è in grado di sopperire a questo aspetto meglio di quanto non facciano le altre”.

Lo stesso Presidente Xi Jinping lo scorso autunno ha chiesto aiuto alle religioni per combattere il materialismo da cui è affetta la società cinese, reduce da trent’anni di crescita economica a tappe forzate. Xi si riferiva ai culti autoctoni , ma il legame tra moralità e religione, mancanza di fede e disgregazione sociale, ha un peso specifico non indifferente in un momento in cui il fenomeno corruzione minaccia la solidità del Partito. E in cui un misticismo, sgradito alle alte sfere del potere, sta attraversando una fase di rinascita: geomanzia, astrologia, numerologia, feng-shui e altre pratiche esoteriche hanno acquisito popolarità tra i funzionari alla ricerca di un collegamento soprannaturale tra ricchezza e potere. Un fenomeno che stride con la battaglia lanciata dai leader per rimuovere le ‘cattive abitudini’ all’interno

Di natura più secolare e meno spirituale il rapporto tra Pechino e il Vaticano, in balia degli equilibrismi della politica estera cinese. Negli ultimi tempi la gestione delle relazioni con i capi delle Chiese cristiane ha suggerito una certa apertura al dialogo da parte cinese. Lo scorso anno la visita ufficiale del Patriarca di Mosca Kirill, primo capo della Chiesa ortodossa russa ad essere ricevuto nella Grande Sala del Popolo, è servita a rimarcare la qualità delle relazioni tra Cina e Russia in un momento particolarmente idilliaco per le due potenze. «I leader cinesi riconoscono la Chiesa ortodossa come un fattore rilevante dell’attuale protagonismo russo sullo scacchiere mondiale, prendendo atto della sua connessione con i circuiti del potere putiniano» scriveva a termine dell’incontro ‘Vatican Insider’.

Parimenti, Santa Sede e Repubblica popolare hanno intrapreso un processo di riavvicinamento; sempre più nomine episcopali avvengono con ‘consenso parallelo’ senza che, però, nessuna delle due parti ammetta la sovranità dell’altra. A ridosso dalle dimissioni di Papa Benedetto XVI, l’agenzia di stampa cattolica ‘AsiaNews’ ha parlato di una ‘politica del pendolo’, alludendo ai segnali contrastanti lanciati dal Dragone. Alcune alte personalità vaticane hanno auspicato una ripresa dei dialoghi con Pechino, dopo le ordinazioni illecite di Harbin (2012) e Shantou (2011). Una lettera aperta indirizzata dal Cardinale Fernando Filoni al Governo cinese parrebbe aver avuto lo scopo di spianare la strada a un riallacciamento dei rapporti diplomatici tra Cina e Vaticano, compreso ancora in quella ventina di Stati che intrattengono rapporti ufficiali con Taiwan, considerata dal Pechino una provincia ribelle da riannettere. Da parte sua, la leadership cinese sembrava aver raccolto il messaggio con la pubblicazione sul ‘Global Times’ di un articolo dal titolo “Le dimissioni del papa vedono i cattolici cinesi soffrire fra Dio e Cesare”, in cui si difendeva il rapporto dei fedeli cinesi con il Santo Padre, data la sua «influenza unicamente spirituale». Soltanto pochi giorni prima il Ministero degli Esteri cinese aveva intimato al Vaticano di «smetterla di interferire negli affari interni della Cina» e di rompere i rapporti con Taipei. Recentemente tale ambiguità avrebbe trovato conferma nell’insediamento di vescovi illeciti e scomunicati in istituzioni politiche rilevanti, come la Conferenza consultiva del popolo e il Parlamento cinese.

Piccoli segni di distensione sono apparsi con l’elezione al soglio pontificio di Bergoglio, gesuita come quel Matteo Ricci che «si fece cinese tra i cinesi», portando scienza e Cristianesimo alla corte dei Ming. Come emerso da un’intervista al ‘Corriere della Sera’, Papa Francesco avrebbe avuto una corrispondenza con Xi Jinping in occasione delle loro rispettive nomine, avvenute a tre giorni di distanza l’una dall’altra. Il non ancora Presidente cinese era stato il grande assente alla Messa di intronizzazione, alla quale aveva invece preso parte il numero uno di Taiwan, Ma Ying-jeou. Fa inoltre ben sperare la scelta di Pietro Parolin come nuovo Segretario di Stato vaticano, noto per la sua esperienza nei dossier caldi di Israele, Vietnam e Cina, e al quale si devono una serie di contatti riservati tra rappresentati della Santa Sede e del Governo cinese, poi interrotti bruscamente a partire dal 2010 con una nuova ondata di ordinazione episcopali illegittime.

Ma Yang invita alla cautela: “Personalmente non ho visto né sentito nulla che faccia pensare ad una risposta positiva da parte dei leader cinesi. Anzi, mi pare piuttosto che il Partito stia adottando nuove misure coercitivi ai danni dei cristiani, sia cattolici che protestanti. E’ altamente improbabile un riavvicinamento tra Pechino e il Vaticano finché il vescovo di Shanghai rimane agli arresti domiciliari“.

Eppure, per molti, una prima svolta concreta c’è già stata: la menzione di Papa Francesco nella classifica dei ’10 uomini più influenti del 2013′ annunciata durante il XV China International Press Forum, tenutosi il 15 dicembre ad Hainan. Bergoglio è stato la prima personalità religiosa a comparire nella top ten stilata dai cinquanta rappresentanti delle principali organizzazioni mediatiche e diplomatiche della Repubblica popolare.

 

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->