giovedì, Ottobre 28

Libertà d’informazione, e non solo

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«Non mi aspettavo che la cosa interessasse qualcuno» dice ora Martin Baron all’epoca Direttore del ‘Boston Globe’, la testata giornalistica le cui vicende sono state ricostruite in ‘Spotlight’ (in Italia ‘Il caso Spotlight’), recentissimo vincitore dell’Oscar per il miglior film (e la migliore sceneggiatura originale). Racconta la storia di come si cominciò a rendere note le ripetute violenze e molestie di sacerdoti cattolici su minori (in gran parte maschi, ma non solo) in terra statunitense. Il riscontro pubblico è tanto più evidenziato per la corrispondenza con la clamorosa audizione transcontinentale del Cardinale australiano George Pell sulle locali vicende di ‘comportamenti inappropriati’ di religiosi che lo stesso potrebbe avere coperto o quantomeno sottovalutato.

Lo spotlight è, letteralmente, il proiettore, la luce di proscenio che illumina la scena. E così è stato da parte del gruppo di giornalisti della testata bostoniana che condussero quell’indagine, e che così avevano chiamato il proprio gruppo investigativo. Quanto a quell’inchiesta del 2001-2002 sulle centinaia di abusi sessuali di preti locali a danno di minorenni, nonostante l’Arcidiocesi tentasse di fermare l’inchiesta quei cronisti non si fecero intimidire continuando il proprio lavoro. Iniziato, tra l’altro, molto dopo che gran parte della documentazione era già pubblica, perché nessuno aveva sino ad allora collegato i fatti in un contesto ed una cornice più ampia. ‘Spotlight’ nell’originale da noi diventa ‘Il caso Spotlight’, come dicevamo, forse giustamente perché ancor prima del contenuto dell’inchiesta (di cui nel film vengono raccontati i primi sei mesi) si tratta del ‘caso’ ormai quasi desueto di un giornalismo che continua ad indagare ed a scavare al di là dell’immediata urgenza.

Il ruolo della libera informazione nella società è un classico della narrazione americana, come nota Claudio Giua cercando un non banale parallelo tra quell’esperienza e le nostre. La vicenda sceneggiata dal regista Tom McCarthy costringe infatti a ragionare sullo stato di salute del giornalismo e della società non solo negli Stati Uniti. Vale per ogni dimensione e situazione: «Se i media a basso tasso di professionalità e autocontrollo danneggiano gravemente i singoli cittadini, i media sottoposti a pressioni e censure mutilano la società nella sua interezza». Nell’Italia fascista come nei paesi del socialismo reale, ed ancor oggi in buona parte del mondo, dalla Corea del Nord all’Ungheria, alla Polonia, sino alla realtà forse più pericolosa di tutte vale a dire la Russia di Vladimir Putin. Un rischio del silenzio mai scongiurato non solo in quei Paesi, ma persino dove la democrazia è più consolidata. E non è che dalle nostre parti siamo sempre e solo gli epigoni ‘copioni’. Dovremmo forse addirittura essere orgogliosi di notare come Donald Trump, superfavorito candidato Repubblicano alla Casa Bianca, sia giusto qualche giorno fa esploso in un allegro «Riscriverò le leggi sulla diffamazione. Così quando i giornali pubblicheranno storie volutamente negative li potrò citare in giudizio e fare un sacco di soldi». Un’esplicita minaccia alla libertà di stampa che ha da noi il suo ‘ispiratore’ nell’’editto bulgaro’ (ma non solo e non soprattutto) di Silvio Berlusconi.

L’inchiesta del ‘Boston Globe’ non fu subito percepita come un turning point, anche perché si era nel mood dell’attacco alle Torri Gemelle e nel corso del passaggio alle piattaforme digitali. Nel 2003, mesi dopo la pubblicazione di centinaia di articoli sulla vicenda e dopo le dimissioni del locale Cardinale Bernard Law, spostato a Roma, la rivista di settore ‘Nieman Reports’ approfondì le modalità di quell’inchiesta, poi ci furono il ‘Premio Pulitzer’ del 2012 ed altri successivi. Quel gruppo di ‘giornalismo investigativo’ continua ad esistere e lavorare, quasi un lusso visti i costi nel tempo rispetto allo ‘spazio’ finale che un prodotto del genere occupa poi nelle pagine, a stampa (sempre meno) oppure on line che siano. Con l’auspicio adesso da parte di quei bravi e tenaci cronisti che anche grazie ai felici esiti del racconto cinematografico «gli editori ed i direttori ricomincino a dedicarsi al giornalismo d’inchiesta». E che i lettori capiscano che c’è un effettivo valore aggiunto nel ‘giornalismo d’approfondimento’, e di come valga la pena seguire il ‘giornalismo spotlight’ anche come antidoto al sempre più imperante, pagante e superficiale ‘giornalismo spottivo’, quello che riduce tutto a reazione rispetto all’evento immediato e di più facile impressione.

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