domenica, Settembre 26

Libertà di stampa, quando il ‘watch dog’ ha la museruola

0

«Una stampa libera è di vitale importanza per il buon funzionamento della democrazia», esordisce l’Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, Federica Mogherini, nel suo messaggio in occasione della Giornata mondiale della libertà di stampa che si celebra oggi, 3 maggio, per volontà dell’ONU in tutto il mondo, oramai dal 1993. «La vera democrazia non può esistere senza la libertà di stampa», fa eco il Presidente del Parlamento europeo Antonio Tajani.

«La libertà di stampa e la libertà di espressione sono elementi fondanti della democrazia, contribuiscono a rendere le società stabili, inclusive e resilienti e possono contribuire ad allentare le tensioni e a contenere i conflitti», prosegue Mogherini. E Tajani, ricordando di essere un ex giornalista, sottolinea: «so che è essenziale lavorare in maniera indipendente. Senza questo tipo di libertà non può esserci controllo sulla politica, trasparenza, lotta alla corruzione, buon governo e libertà di scelta», insomma senza questa libertà la stampa smette di essere ilwatchdogdella democrazia. Il ‘cane da guardiaper essere tale, riconosce Mogherini, presuppone «l’esistenza di media liberi, diversificati e indipendenti», indispensabili «per promuovere e tutelare la democrazia in ogni parte del nostro pianeta».

Serve «un giornalismo indipendente, etico e di qualità», anzi, questo giornalismo «è fondamentale». «Agevolando il libero flusso di informazioni di qualità e ben documentate su questioni di interesse pubblico e svolgendo un ruolo di vigilanza pubblica, i media indipendenti costituiscono la base della democrazia partecipativa e uno strumento per far sì che i governi rispondano del proprio operato»

Indipendenza -da qualsiasi potere-, qualità  -alla base della credibilità. Tutto ciò nell’anno di Donald Trump alla Casa Bianca e della sua ‘guerra’ contro i media, e nell’anno delle fake news. Tutto ciò nell’anno in cui i report delle principali osservatori mondiali sull’informazione ci parlano di una libertà compressa e di una perdita costante di credibilità dei media nel mondo. Nel 2016 il livello medio della libertà di espressione globale, calcolato da ‘Freedom House‘, è sceso ai minimi storici da 13 anni. Solo il 13% della popolazione mondiale potrebbe godere di un’ampia libertà di stampa nel suo Paese, mentre il 45% ha a che fare con stampa ‘non libera’, secondo l’organizzazione. Le peggiori nazioni, per quanto riguarda la libertà dei giornalisti e la qualità della stampa, sono Azerbaijan, Crimea, Cuba, Guinea equatoriale, Eritrea, Iran, Corea del Nord, Siria, Turkmenistan e Uzbekistan.

Estremismo e violenza hanno inciso pesantemente sui punteggi assegnati dalla classifica. In Europa, i Governi di Ungheria e Polonia darebbero sempre più peso a media privati a loro favorevoli. In Turchia, Etiopia e Venezuela, la ‘sicurezza nazionale’ sarebbe il pretesto prediletto per eliminare media indipendenti o dell’opposizione. Anche la Germania, tra le ‘prime della classe’ ha visto la sua stampa al centro di numerosi attacchi, condannati da ‘Reporter senza frontiere‘: da una parte i lettori, che legano la negligenza della politica all’incapacità e mancanza di indipendenza dei giornalisti; dall’altra il Governo, che – un po’ come ovunque in Europa occidentale – limita sempre più le libertà civili per tentare di combattere il terrorismo islamico che ha colpito il continente. Il caso del giornale ‘Netzpolitik‘ ha fatto discutere: la testata è stata processata per ‘tradimento’ dopo aver fatto trapelare informazioni su un programma di sorveglianza informatica sviluppato dal Governo.

Gli Stati Uniti restano uno dei Paesi con maggiore libertà di stampa, ma affrontano un leggero declino. I motivi sono diversi: l’importanza e la popolarità di internet mina alla solidità finanziaria delle testate tradizionali, che devono tagliare fondi dedicati alle notizie locale e parzialmente anche al giornalismo investigativo. L’Amministrazione Obama ha spesso ostacolato reporter che tentavano di ottenere informazioni da burocrati e ufficiali del Governo. Gli attacchi di Trump, sebbene mai tradotti in vere e proprie leggi, non fanno presagire un cambio di rotta.

Eppure sembra che nemmeno i Paesi che godono di alta libertà di stampa siano immuni alla sfiducia che il pubblico ripone nei media. L’American Enterprise Institute  -tra i principali think tank  americani- il 1° maggio ha pubblicato un report politico dal titolo ‘Enemy of the people? Trump-media tensions’, su come l’opinione pubblica giudica il rapporto tra Trump e i media, sulla questione fake news, e sul grado di fiducia che gli americani nutrono nei confronti dei media. Un 54% di americani considera ingiuste le critiche di Trump ai media, e non crede affatto che i media siano ‘nemici’ del popolo, come sostiene Trump, ma la fiducia nei media è comunque diminuita nel tempo: nel settembre del 2016, il 68% degli americani, secondo un sondaggio Gallup, aveva dichiarato di non avere fiducia nei media per come riportano la notizia in modo completo, non accurato e giusto. Analizzando la demografia, cala in maniera importante la fiducia dei repubblicani: nel 1998 il 52% si fidava della stampa, mentre oggi solo il 14% la reputa credibile. A febbraio 2017 in un sondaggio ‘Fox News‘ che testava la fiducia in otto istituzioni i media si sono classificati all’ultimo posto. Colpa anche dell’eccessivo zelo e dell’aperta imparzialità dei media, secondo ‘Freedom House’.

Non va meglio in Europa e nel resto del mondo.  La 17esima edizione del ‘Edelman Trust Barometer che ha sondato il livello di fiducia e influenza su un campione di 33mila persone di 28 Nazioni diverse, testimonia che la fiducia nei media tradizionali è scesa di 5 punti percentuali rispetto all’anno precedente. La fiducia nei media è scarsa nell’82% delle Nazioni prese in considerazione e in 17 Paesi è al livello più basso di sempre. L’Italia fa parte dei 17 in cui prevale le sfiducia nei confronti dei media che vengono visti come il ‘braccio’ delle elite, in Italia la fiducia nei media è al 48%, in calo del 2% rispetto al 2016.

 

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->