venerdì, Ottobre 22

Liberia ‘giochi’ da warlords: defenestrata Ellen Johnson Sirleaf Da 12 anni alla guida del Paese e del partito, ora quest’ultimo ha deciso di estrometterla, ufficialmente perché non ha sostenuto il candidato alle presidenziali del partito

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Defenestrare i vecchi leader e smontare le loro politiche. Questo pare essere l’imperativo di questo inizio 2018 in Africa, ma non solo -qualcosa di molto simile sta accadendo in America Latina, dove in Ecuador è sotto tiro l’ex Presidente Rafael Correa. Dopo Robert Mugabefatto uscire di scena dai suoi stessi uomini dopo decenni di Presidenza dello Zimbabwe-, con il sudafricano Jacob Zuma sulla porta in attesa che Cyril Ramaphosa, nuovo leader dell’African National Congress (Anc), decida che è venuta l’ora per lui di lasciare il potere definitivamente, in Africa è la volta del Presidente della Liberia, la molto osannata in Occidente (dove viene identificata come Premio Nobel per la Pace, prima donna Presidente del continente africano) e molto ‘odiata’ dagli africani che la conoscono come lasorelladei warlords liberiani  guidati dall’ex Presidente Charles Taylor -condannato a 50 anni di detenzione in Gran Bretagna dal tribunale speciale dell’Aja che lo ha riconosciuto colpevole di crimini di guerra e contro l’umanità-, Ellen Johnson Sirleaf, da 12 anni alla guida del Paese. Il 16 gennaio 2006, per la prima volta nella storia degli Stati africani, una donna, lei, Ellen Johnson Sirleaf, diventava Presidente. Dodici anni esatti dopo, dopo 2 mandati, mentre era in attesa di passare i poteri al neoeletto Presidente della Liberia George Weah, Sirleaf si ritrova estromessa dai suoi stessi uomini.
La notizia è arrivata nella tarda serata di sabato 13 gennaio 2018 attraverso un comunicato stampa: Unity Party ha espulso la suaEmeritus’, l’immagine stessa del partito.

A poco più di una settimana dall’attesa transizione con il neoeletto Presidente della Liberia George Weah, dunque, la Presidente uscente Ellen Johnson Sirleaf è stata allontanata dal suo stesso partito, dopo una campagna elettorale caratterizzata da aspre polemiche interne. Unity Party ha accusato la Presidente di non aver offerto un sostegno adeguato durante la campagna elettorale al suo stesso vicepresidente Joseph Boakai, candidato al ballottaggio dello scorso 26 dicembre contro Weah.
L’ex stella del Milan e pallone d’oro nel 1995 ha vinto con il 61,5% delle preferenze. Il comitato esecutivo del partito ha votato per l’esclusione di Johnson Sirleaf e di tre altri dirigenti con l’accusa di aver «violato la costituzione del partito», che impone di fare campagna per il candidato del partito, e di «altre azioni che hanno minato l’esistenza o la reputazione» del partito. Sempre secondo il partito, la Presidente avrebbe anche distratto fondi pubblici in favore dell’opposizione, accusa questa che di sicuro non fa bene nemmeno a Weah.

Nel corso della campagna elettorale i rapporti tra Johnson Sirleaf e il partito di maggioranza si era ridotto ai minimi termini. Boakai ha preso le distanze dalla stessa Amministrazione di cui era parte e Johnson Sirleaf non ha partecipato alla campagna elettorale del vicepresidente. Boakai e alcuni leader dello Unity party hanno accusato la Presidente di aver tenuto incontri «non appropriati» con funzionari elettorali nella sua abitazione, tanto da far ritenere che uno slittamento di tornata elettorale fosse da attribuire proprio alla Presidente.  Nel farlo Boakai ha cavalcato le accuse di irregolarità rivolte dal candidato arrivato terzo al primo turno, Charles Brumskine, che hanno provocato uno slittamento di un mese e mezzo nella data dei ballottaggi. Secondo alcune fonti, però, era stato proprio Boakai a bloccare un tentativo di espulsione di Sirleaf dal partito che già si era concretizzato a ottobre scorso.

Johnson Sirleaf ha definito le accuse assolutamente infondate e un tentativo di minare il processo democratico liberiano. «Accuse, parole d’odio, l’incitamento hanno definito quello che dovrebbe essere un momento d’orgoglio nella nostra storia», aveva dichiarato già a novembre Johnson Sirleaf in un discorso rivolto al Paese. «Noi politici dobbiamo fare di meglio Gli storici torneranno a guardare questi tempi e ci giudicheranno per come ci siamo comportati in questo momento fondamentale». Boakai aveva cercato di prendere le distanze dai provvedimenti più impopolari dell’Amministrazione Sirleaf, accusata di nepotismo, corruzione e responsabilità nella pesante crisi economica che appare come endemica.
Nonostante la sconfitta elettorale, la scorsa settimana il vicepresidente uscente ha garantito ai suoi sostenitori che «non tutto è perduto», promettendo di lavorare nell’interesse della sua contea per attirare investimenti e migliorare le condizioni di vita della popolazione locale.

In attesa del passaggio di consegne tra Weah e Sirleaf, previsto per il 22 gennaio prossimo, è stato costituito il Joint Presidential Transition Team (JPTT), l’organismo che ha la responsabilità di organizzare il primo trasferimento pacifico di potere da oltre 70 anni nel Paese africano. Un 22 gennaio che potrebbe essere molto problematico a questo punto, non solo per disordini annunciati da alcune frange della società civile, ma molto di più per la decisione di Unity party di andare all’attacco di Sirleaf. Una decisione che è ancora tutta da capire, se si considera quanto la ex Presidente rappresenta in termini di poteri forti nel Paese ancora in mano di fatto a Taylor e ai suoi sodali, e che getta ombre (per altro già rilevate dagli osservatori più attenti) sull’elezione di Weah.

Le due emblematiche figure –Taylor e Sirleafsono legate da un accordo di fratellanza, stretto nel 1987 a New York, che prevedeva il diritto ad entrambi di accedere alla Presidenza dopo aver spodestato il Presidente Samuel Doe. Un accordo rispettato nei minimi particolari. Un accordo che ha gravato su tutta la campagna elettorale del 2017, che ha visto Sirleaf strutturare e sciogliere accordi con tutti i protagonisti in campo, da Boakai a Weah. Il suo licenziamento dal partito non è un caso che avvenga proprio causa la campagna elettorale.

Le prossime settimane saranno importanti per capire cosa c’è dietro questa decisione e da qui per provare ipotizzare quale presidenza sarà -se sarà- quella di Weah.

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