lunedì, Aprile 12

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‘Liberi da catene’ è un progetto che l’Associazione K.a.n.t. (kultura ambiente natura territorio) ha intrapreso perché da troppo tempo, nella periferia romana tutta, e nel quadrante sudest in particolare, vi è un abbandono della convivenza civile tra le persone.
Parole come omofobia bullismo che la cronaca nazionale ha riportato in primo piano, dalle nostre parti  (Tor Pignattara, Centocelle, Alessandrino, Torre Spaccata, Tor Tre teste, fino a Torre Maura) sono esponenzialmente amplificate.
Il mors tua vita mea è il precetto che regna tra i viali dei quartieri ancora per poco ‘al di qua’ del Raccordo.
‘Liberi da catene’ prende il triste spunto da un suicidio che c’è stato a Tor Pignattara, se n’è anche parlato nelle cronache nazionali, ma al di là dello spazio che ha occupato su qualche testata, non ha avuto riverbero.
O meglio: ha avuto il normale riverbero che ha un altrettanto normale caso di questo genere, cioè qualche ripresa panoramica dei palazzi di Tor Pignattara sui tg nazionali, istituzioni locali interpellate perché, come dovrebbe essere, sono l’istituzione più vicina al territorio.
In realtà, da quell’ottobre, l’associazione s’è messa in moto, in assenza di altro: a dicembre ha presentato il progetto ‘Liberi da Catene’  e ora si è presa in carico due scuole che hanno avuto episodi di bullismo e altri casi di discriminazioni; si è presa in carico il territorio, in sostanza.
Il 21 marzo abbiamo piantato, dunque, un ulivo nel parco di tor tre teste: la pianta più forte della macchia mediterranea, più resistente, più dura da buttare giù; un ulivo, dunque, contro le discriminazioni tutte.
Si sono unite diverse esperienze, si è andato a parlare di omofobia, di bullismo, di convivenza civile a Quarticciolo, Centocelle, Tor Pignattara: abbiamo ripreso a parlare coi ragazzi, cosa che non si faceva da tempo in periferia, ma a farlo col loro linguaggio.
Nel pieno delle solitudini, o della somma di esse della periferia del quadrante sud-est di Roma, s’è presa in mano una situazione storta: ma le solitudini diventano zero, se da mille riescono a creare soggettività all’interno di un contenitore che le mette insieme e le spinge a parlare e a tirare fuori emozioni e problemi. E poi, tutto il progetto è partito dalla periferia stessa, dalla cosiddetta periferia che opprime e fa sentire più soli chi vi abita, coi suoi quartieri dormitori , tanto cari ai luoghi comuni. E chi scrive non abita neanche a tor pignattara ma ancora più giu, a ridosso dell’anello che decide ciò che è roma e cosa non è roma; perché, alla fine, al di là del grande raccordo anulare anche il tempo fa come vuole e si prende le nuvole che gli spettano. Anche se, in realtà, non spetterebbero a lui. Così come succede alla periferia: a stare del tempo immersa sott’acqua, è finita per morire coi polmoni annacquati.
Ma adesso rialza la testa, si costruisce da sé i propri anticorpi e si tira indietro i capelli appiccicati alla fronte per la troppa acqua. Tocca per terra, sulla prima secca del mare, e salta.

 

 

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