sabato, Maggio 8

Libano: voto o non voto, è questo il problema?

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Il Libano alle urne, oppure no. A poco più di quindici giorni dalla scadenza “naturale” del mandato del Parlamento, Beirut non ha ancora trovato un accordo sulla legge elettorale capace di riunire gli interessi dei partiti che compongono l’Assemblea Nazionale. Il risultato è un’impasse. Michel Aoun, Presidente della Repubblica, al fine di facilitare le contrattazioni tra i gruppi del Parlamento ha quindi deciso il 13 aprile di sospendere i lavori dell’Assemblea per un mese. La decisione, prevista dall’articolo 59 della Costituzione libanese, non era mai stata presa prima nella storia del Paese. Una mossa che blocca all’Assemblea la possibilità di rinnovare per la terza volta il proprio mandato, due in più di quelle previste dalla carta costituzionale.

I libanesi non si recano alle urne per le elezioni parlamentari dal 2009. Lo scoppio della guerra in Siria nel 2011 ha esacerbato le divisioni interne, paralizzando il già fragile equilibrio politico. La nomina di Aoun ad ottobre 2016 come Presidente della Repubblica è avvenuta dopo due anni di carica vacante. L’elezione dell’ex Generale ha portato con sé una serie di conseguenze, come la formazione di un nuovo Governo di unità nazionale presieduto dall’avversario Saad Hariri, il cui obiettivo principale era traghettare il Paese a nuove elezioni. Ma gli accordi che hanno portato ad un nuovo Esecutivo e un nuovo Capo dello Stato mostrano adesso tutti i limiti nella discussione di una legge elettorale, percepita come essenziale da molte correnti politiche.

Alla base di tutto ci sono gli accordi di Taif. Il trattato inter-libanese firmato nel 1990 ha posto la parola fine ad una guerra civile durata 15 anni, ma ha anche creato i presupposti per un Paese diviso su linee settarie e confessionali. I rapporti di forza delle Istituzioni di Beirut riflettono gli schemi degli accordi e una modifica alla legge elettorale, ferma al 1960, sposta gli equilibri, segnando una vera e propria rinegoziazione dei trattati.

La posizioni assunte dai leader dei maggiori partiti libanesi sono sostanzialmente tre: sistema proporzionale, misto e accomodante. «Il tempo passa e il Paese è sull’orlo dell’abisso», le parole di Nasrallah, guida di Hezbollah e fervente sostenitore di una legge elettorale di tipo proporzionale, «se non troviamo un accordo ogni alternativa, dalla sospensione alla proroga, avrà un impatto negativo. E’ nostra convinzione, in linea con gli interessi nazionali, proporre un sistema che non sia basato su interessi settari, ma che rifletta le reali aspirazioni del Paese».

Sul fronte opposto, al fianco di un’idea di legge che segua uno schema maggioritario/proporzionale, c’è l’attuale Premier Saad Hariri che a margine di un colloquio con il Presidente Michel Aoun ha affermato che «le differenze sono nei dettagli e possono essere certamente superate». La terza via è la metafora del substrato su cui si poggia il sistema libanese. «Potremmo trovare un accordo per la creazione di un Senato, come Presidente proporrei un leader Druso», la ricetta di Nabih Berri, speaker dell’Assemblea Nazionale e leader di Amal, alla ricerca di un equilibrio do ut des.

E mentre i meeting per trovare un accordo falliscono, l’ultimo del 29 aprile, monta la rabbia a Beirut. Le proteste del 19 marzo nella capitale libanese, scaturite per un possibile aumento dell’IVA, hanno avuto un significato più che politico. Sotto accusa l’esecutivo, e quindi tutta l’Assemblea Nazionale, incapace di rispondere alle reali esigenze dei cittadini in termini di servizi.

Alle scorse elezioni comunali di Beirut, la lista civica creata dopo le proteste contro la spazzatura è riuscita ad ottenere il 30% dei voti. Il sistema maggioritario non ha però consentito l’ingresso dei rappresentanti in municipio, con un proporzionale invece avrebbero ottenuto 10 seggi su 27. Rimane comunque il risultato che, almeno nella capitale, codifica un reale sentimento di sfiducia nei confronti delle istituzioni.

La restante parte del Libano si poggia invece su un sistema clientelare basato sull’identità confessionale. Le istituzioni si trasformano in cognomi. Le famiglie hanno una zona di influenza che ricalca il municipio elettorale, divenendo “portinai” dell’accesso ai servizi. Si crea così una rete fondata sulla fedeltà difficile da estirpare, in cui i movimenti civici non attecchiscono.

La doppia velocità con cui si muove il Libano è il frutto di un divario sempre più marcato tra politica e società civile. Da una parte la priorità è la rinegoziazione di accordi stipulati sopra il banco e sottobanco, dall’altra la necessità di esprimere un voto; da una parte le esigenze di preservare uno status quo, dall’altra la necessità di migliorare la propria condizione. Voto o non voto, è questo il problema: sintetizza un’ambivalenza di fondo del Paese che difficilmente troverà una soluzione tra circa quindici giorni.

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