sabato, Giugno 19

Libano, tra Siria e crisi politica Si valutano le misure politiche e sociali per sostenere il Libano e allontanare le minacce jihadiste

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Lo scorso giovedì 13 novembre Hezbollah ha dichiarato di considerare Michel Aoun, leader del Free Patriotic Movement (movimento patriottico libero), come candidato favorito alla presidenza; allo stesso tempo la “Coalizione del 14 marzo”, in opposizione ad Aoun e a Hezbollah, ha accusato entrambi di voler intralciare le elezioni presidenziali nel caso in cui Aoun non fosse il solo candidato. Hussein Khalil, sostenitore del capo di Hezbollah Nassan Nasrallah, ha ribattuto che «Aoun ha piena autonomia nelle sue decisioni e non è portatore di alcun interesse straniero, (…) è a capo del più grande blocco cristiano e potrebbe essere l’unico, vero leader dei cristiani in Libano e nel Medio Oriente. Se vogliamo trovare l’accordo su chi debba occupare il seggio presidenziale, questi dovrebbe essere una persona come il Generale Aoun. Non cambieremo questa convinzione», ha aggiunto.

Hezbollah ha ribadito la sua posizione dopo sei mesi di vacanza della presidenza, la più elevata carica cristiana del Paese.

Vale la pena di ricordare che il 5 novembre 2014 il parlamento libanese ha votato per un’ulteriore estensione di due anni e sette mesi del proprio mandato. 95 deputati hanno votato a favore dell’estensione, due vi si sono opposti, mentre il blocco Change and Reform (Riforma e Cambiamento), con i suoi venti membri capitanati da Michel Aoun, ha boicottato il voto. Si è trattato della seconda volta che l’attuale assemblea legislativa, eletta nel 2009 per un termine di quattro anni, ha esteso il proprio mandato.

Il portavoce del parlamento Nabih Berri ha affermato davanti ai deputati, all’apertura della sessione di voto per l’estensione, che avrebbe preferito venisse piuttosto eletto un Presidente. «Questa è una sessione legislativa. Sarei disponibile, chiusa questa, ad aprirne subito una per l’elezione del Presidente, se il quorum fosse mantenuto», sono state le parole di Berri.

Il quorum per l’elezione presidenziale richiede i due terzi del totale dei deputati, vale a dire 86 su 128. A causa della suddivisione politica del Libano in due grandi coalizioni, quella del 14 marzo e quella dell’8 marzo, nessuna delle due può eleggere autonomamente un Presidente se l’altra non partecipa alla sessione, assicurando il raggiungimento del quorum.

Il ministro degli Esteri Gebran Bassil, appartenente al Free Patriotic Movement di Aoun, ha definito la sessione una “rapina parlamentare”, e ha aggiunto: «Tenere elezioni parlamentari avrebbe potuto risolvere il problema dell’elezione del Presidente, non viceversa».

Il Patriarca Beshara Boutros Rai, capo della chiesa cristiana maronita in Libano, ha definito l’estensione “illegittima e incostituzionale”, accusando i deputati di “violare la costituzione” provocando il vuoto presidenziale ed estendendo i termini della propria carica.

«I deputati, in nome dei loro interessi personali e di quelli stranieri, inducono la paralisi nell’elezione presidenziale. La Chiesa raddoppierà gli sforzi per venire incontro ai bisogni delle famiglie», ha aggiunto.

I media libanesi riferiscono che il cardinal Rai abbia intimato ai deputati di non fargli visita prima di aver eletto un Presidente, nel tentativo di indurli a compiere il loro dovere e porre fine al vuoto presidenziale.

I funzionari libanesi giustificano l’estensione con motivazioni di sicurezza legate alla situazione di tensione nel nord del Libano e nella città di Ersal nella valle di Beqa’, al confine con la Siria. Secondo quanto dichiarato dal Primo Ministro Tammam Salam, l’estensione serviva a prevenire lo sprofondamento del Paese in un vuoto di potere.

I gruppi estremisti siriaci del Fronte al-Nusra e dell’ISIS hanno attaccato, nell’agosto di quest’anno, una base armata libanese presso Ersal, catturando 40 tra soldati e poliziotti successivamente portati sulle colline di Ersal, che costituiscono un’estensione della città siriana di Qalamun. Due dei soldati sono stati giustiziati, e gli estremisti minacciano di uccidere anche gli altri se il governo libanese non rilascerà circa 200 terroristi attualmente incarcerati nelle prigioni del Libano.

Le negoziazioni tra le autorità libanesi e i gruppi terroristici non hanno ancora raggiunto un accordo, ma un mediatore del Qatar è impegnato nel tentativo di convincere gli estremisti a non uccidere altri ostaggi nella loro azione di pressione sul governo libanese. Le famiglie dei prigionieri non sono rimaste a guardare in silenzio: hanno interrotto la circolazione su alcune delle principali arterie del Libano e impiantato un accampamento permanente vicino al palazzo del governo a Beirut. I gruppi terroristici stanno cercando di giocare la carta emotiva richiedendo alle famiglie degli ostaggi di pressare il governo affinché soddisfi le loro richieste; questo crea una spaccatura all’interno del governo stesso poiché alcuni ministri sono contrari al rilascio di terroristi responsabili per la morte di cittadini e soldati libanesi.

Alcune delle richieste non sono realistiche, ad esempio quella di ritirare le truppe di Hezbollah dalla Siria. Le ingerenze di Hezbollah nella nazione vicina sono iniziate nel 2012 con la difesa dei templi sciiti a Damasco e di alcuni villaggi libanesi al confine con la Siria, minacciati da gruppi takfiri quali il fronte al-Nusra, l’ISIS e altri gruppi jihadisti salafiti.

Questo pretesto non sta più in piedi dal momento che Hezbollah ha cominciato ad intervenire in altre città per assistere il suo alleato: il regime siriano di Bashar al-Assad. L’intervento di Hezbollah è stato fondamentale per equilibrare la situazione militare in Siria a favore di Assad, anche se i gruppi sciiti libanesi hanno pagato un prezzo altissimo: centinaia di combattenti uccisi o feriti e diversi fatti prigionieri.

Fonti vicine a Hezbollah hanno riferito a L’Indro che l’intervento preventivo di Hezbollah in Siria era motivato da tre ragioni:

1- Proteggere i templi sciiti nella campagna di Damasco dalla distruzione ad opera dei gruppi takfiri, per evitare che si creasse un conflitto sunnita-sciita nella regione, come già successo quando l’Al-Qaeda di Abu Musab Al-Zarqawi distrusse la moschea di Samarra, in Iraq, nel 2007.

2- Difendere la cittadina libanese di Beqa’, al confine con la Siria, dagli assalti dei jihadisti salafiti provenienti da Qusair e Qalamun in Siria.

3– Supportare l’esercito siriano e prevenire la caduta della Siria sotto il controllo dei ribelli interni e dei jihadisti stranieri, con il conseguente cambiamento dell’equilibrio militare nella regione e il blocco della logistica della “resistenza” in Libano.

 

Hezbollah rappresenta la resistenza contro l’occupazione israeliana dal 1982. Nonostante le truppe israeliane si siano ritirate dal territorio libanese nel maggio del 2000, rimangono occupate le fattorie di Sheb’a e le colline di Kfar Shouba, che il Libano considera territori propri in cui la resistenza è ancora giustificata.

Per Hezbollah, la caduta del regime di Assad significherebbe l’ascesa di un nuovo regime ostile, che ostacolerebbe la fornitura di armi da Teheran e indebolirebbe la sua posizione in Libano nonché tutto l’asse Iran-Siria-Hezbollah, noto come “l’asse della Resistenza”.

D’altro canto, la coalizione del 14 marzo rifiuta le ingerenze di Hezbollah in Siria e ha annunciato il proprio supporto per la “rivoluzione siriana” contro il regime di Assad. La divisione libanese sulla crisi siriana è diventata sempre più profonda a partire dal 2011, e l’immigrazione di circa 1,2 milioni di profughi siriani in Libano minaccia la stabilità del Paese.

 

Traduzione a cura di Elena Gallina

 

 

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