lunedì, Novembre 29

Libano: ritorno al passato? A una settimana dagli scontri tra i sostenitori dei partiti sciiti Hezbollah e Amal e i cristiani delle Lebanese Forces, la violenza settaria cova sotto la superficie delle proteste per il caro benzina. Il rischio è una nuova guerra civile

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Ora è la volta della benzina. In queste ore, protestein tutto il Libano si stanno tenendo contro l’ennesimo aumento dei prezzi del carburante, determinato dalla graduale revoca dei sussidi da parte della Banca Centrale (Banque du Liban) e dall’aumento degli idrocarburi sul mercato globale.
Intanto, continua la crisi dell’elettricità che paralizza gran parte della vita pubblica, e tre quarti della popolazione è sprofondata nella povertà, mentre chi ha ancora risparmi se le vede bloccati in banca, con la valuta locale ha perso circa il 90% del suo valore.
In questo disastroso quadro distato di crisi‘, che la London School of Economics definisce come uno ‘stress acuto’ prossimo alla qualifica di Paese fallito -governo in bancarotta, iperinflazione con aumenti dei prezzi di oltre il 400% con i prodotti alimentari di base che sono oramai inaccessibili ai più, una contrazione dell’economia di oltre il 20% nel 2020, un debito pubblico al 175% del PIL, violenza settaria, sostanziale ingovernabilità-, il nuovo Governo ha fissato la data delle elezioni parlamentari 2022, si terranno il 27 marzo, con qualche settimana di anticipo rispetto alla data originariamente prevista, maggio.
Le elezioni saranno le prime dalla rivolta popolare del Paese alla fine del 2019, quando centinaia di migliaia di persone hanno iniziato a chiedere una revisione dello status quo politico ed economico.
Il Parlamento libanese è composto da 128 politici, proporzionati in base alle confessioni religiose e settarie del Paese. I mandati del Parlamento durano quattro anni.

Un Paese di oltre sei milioni di persone che si sta trasformando in una polveriera sul Mediterraneo. Confinante con la Siria a nord e a est e con Israele a sud, il Libano occupa uno spazio critico nel Mediterraneo orientale, la sua importanza strategica è evidente. Così il suo crollo rischierebbe di riversarsi nelle aree circostanti. Questo è il Libano, e non da oggi, piuttosto, oggi più che mai. E ottobre pare un appuntamento con il destino: il 17 ottobre 2019, la gente è scesa in piazza in tutto il Paese, chiedendo la liquidazione dell’intera struttura di potere politico ed economico, quella che ha governato il Paese dalla fine del conflitto armato nel 1990; una settimana fa, il 14 ottobre, sostenitori dei partiti sciiti Hezbollah e Amal hanno marciato verso il Palazzo di Giustizia, situato in un quartiere cristiano, per chiedere la sostituzione del giudice Tareq Bitar che indaga sull’esplosione del porto di Beirut dell’agosto 2020. Al termine degli scontri, sul terreno sono rimaste 7 vittime, tutti sciiti e la maggior parte di loro sostenitori diHezbollah e Amal. A una settimana di distanza, sotto la superficie fatta proteste per il caro-benzina, cova la violenza settaria, l’allarme per il rischio di una nuova guerra civile.

Per capire il perchè dell’allarme, bisogna ritornare a una settimana fa. «Beirut si è trasformata in una zona di guerra quando uomini armati hanno preso il controllo delle strade e hanno sparato vicino alla linea del fronte dell’era della guerra civile con un quartiere cristiano e uno sciita su entrambi i lati», recita il resoconto di ‘Foreign Policy‘ «Intorno alle 10 del mattino di giovedì, i sostenitori sciiti di Hezbollah e il suo alleato, il Movimento Amal, sono arrivati al Palais de Justice di Beirut per protestare contro Tarek Bitar», «Subito dopo l’arrivo dei manifestanti sciiti, cecchini sconosciuti sistemati sui tetti di Ain el-Remmaneh, un quartiere dominato dai cristiani, hanno sparato colpi in quelli che Hezbollah ha descritto come omicidi mirati. I proiettili hanno puntato ‘alla testa’, ha detto Hezbollah in una nota. Pochi minuti dopo l’attacco, i combattenti di Hezbollah armati di fucili d’assalto AK-47 e lanciarazzi sono apparsi, probabilmente dal quartiere a maggioranza sciita dall’altra parte, e hanno sparato agli edifici».
«Hezbollah ha accusato le Lebanese Forces, il secondo partito cristiano più grande in Parlamento ed ex milizia durante la guerra civile libanese, di sostenere i cecchini». Sempre secondo la ricostruzione di ‘Foreign Policy‘, al termine dei combattimenti, durati 5 ore, giovani uomini«sostenitori delle Lebanese Forces e di Hezbollah, entrambi vestiti di nero, si aggiravano per le strade dei rispettivi quartieri,promettendo protezione l’uno contro l’altro ai correligionari».

Il ricorso alle armi, «e la natura sempre più settaria della violenza in Libano evoca le divisioni della guerra civile del 1975-1990», afferma Crisis Group, aggiungendo che «il conflitto sull’indagine portuale sta spingendo il Libano più avanti sulla strada del collasso dello Stato».

Sami Nader, analista libanese interpellato da ‘Foreign Policy‘, ha affermato che «mentre l’identità dei cecchini non era chiara, le tensioni settarie sono sicuramente aumentate. Ha detto che i cristiani ritengono che i loro quartieri siano stati i più colpiti dall’esplosione al porto di Beirut e che Hezbollah stia cercando di seppellire la verità minacciando Bitar. “È possibile che quando i cristiani hanno visto le loro strade completamente invase dai vicini della comunità sciita, abbiano reagito“, ha detto Nader. “Ma il fatto che i cecchini abbiano trascorso ore sul tetto indica che potrebbero essere stati ben preparati“».
Hezbollah e i suoi alleati vogliono che il giudice, Tareq Bitar, venga rimosso in quanto l’organizzazione ritiene che l’indagine condotta da questo giudice sia parziale, così alcuni Ministri pro-Hezbollah hanno minacciato di uscire dal governo del Primo Ministro Najib Mikati, entrato in carica appena un mese fa, dopo uno stallo politico-istituzionale di tredici mesi.
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I disordini mettono il governo Mikati in una posizione impossibile. Cedere alle pressioni di Hezbollah rafforzerebbe la percezione, già diffusa da molti, che Mikati sia poco più di una copertura per il dominio sfrenato del partito sciita». E in una tale situazione, la possibilità che le istituzioni e i governi internazionali affidino a un’élite politica che non è capace di sostenere lo stato di diritto la massiccia assistenza di cui il Libano ha disperatamente bisogno sarebbe «chiaramente irrealistica». D’altra parte, «se il giudice Bitar continua le sue indagini e gli eventi proseguono nel loro corso attuale», le prospettive per il Paese «sono agghiaccianti».

Lo scenario ipotizzato da Crisis Group infatti è quello classico di una guerra civile. Hezbollah potrebbe alzare il tono delle proteste contro le indagini e «decidere di muoversi contro le Lebanese Forces, partito cristiano che il movimento accusa di aver orchestrato e diretto l’uccisione dei suoi sostenitori il 14 ottobre. I seguaci di Hezbollah citano proveincontrovertibilidel coinvolgimento delle Lebanese Forces, e affermano che il partito sta addestrando i quadri per ricostruire parte della capacità militare che aveva durante la guerra civile libanese, quando gestiva una delle milizie più potenti del Paese, accuse che le Lebanese Forces respingono».

Sostenuti da una campagna mediatica incendiaria dei media pro-Hezbollah, «i seguaci di Hezbollah e Amal pesantemente armati possono decidere di agire anche senza ordini, prendendo di mira una presenza reale o immaginaria delle Lebanese Forces nelle aree vicine ai propri quartieri». Il giudice Bitar, accusato di essere un agente statunitense nei circoli pro-Hizbollah, secondo Crisis Group, «potrebbe essere lui stesso in pericolo, insieme ai parenti delle vittime dell’esplosione del porto, che hanno tenacemente organizzato manifestazioni per insistere affinché le indagini continuino».
Ed ecco che i timori di un’altra guerra civile tornano: «La prospettiva di tali sviluppi potrebbe essere sufficiente per convincere un numero crescente di libanesi, in particolare nelle aree adiacenti a una forte presenza di Amal e Hezbollah, della necessità di armarsi o accettare la presenza di gruppi armati in mezzo a loro che promettono protezione. Ciò pone il Libano sulla strada di incidenti ricorrenti e violenti e di divisioni in crescita che riflettono quelle della guerra civile del 1975-1990», il che, tra l’altro, ritarderebbe indefinitamente l’uscita dalla paralizzante crisi economica. Secondo Crisis Group, «più di ogni altro attore, Hezbollah, data la sua smisurata influenza politica e militare, sta guidando il Paese su questa strada».
«Con il Paese a rischio crescente di collasso, la decisione che Hezbollah deve prendere è se vuole che il Libano abbia uno Stato funzionante o uno Stato in cui sarebbe ancora una volta la forza a dominare». Ostacolare il perseguimento della giustizia «danneggia probabilmente Hezbollah prima di chiunque altro. Non solo mette il partito stesso nel cerchio dei sospetti, ma potrebbe spingere il Libano verso un percorso distruttivo che cancellerà i passati successi politici del partito e gli impedirà di realizzare alcune delle future ambizioni che potrebbe avere. Hezbollah deve fermare la sua campagna contro il giudice Bitar e, allo stesso tempo, il sistema giudiziario deve condurre un’indagine approfondita sulle violenze del 14 ottobre».

L’Associazione dei giudici libanesi ha respinto la richiesta di sostituzione di Bitar. Il problema oggi è come continuare le indagini.

«Gli esperti legali hanno affermato che Hezbollah vuole un’indagine incentrata esclusivamente su come è esploso il nitrato, mentre la maggior parte dei cittadini vuole un’indagine approfondita su tutti gli aspetti dell’incidente, compreso come gli esplosivi siano arrivati lì e se fosse destinato al governo siriano e protetto da Hezbollah». Diversi analisti sentiti da ‘Foreign Policy’ hanno affermato che la violenza di giovedì è stata «un messaggio per i libanesi: “non ci deve essere pace, per quanto fragile, a meno che non si abbandoni la ricerca della giustizia e con essa ogni speranza di responsabilità“, ha affermato Naji Bakhti, il responsabile del programma del Samir Kassir Foundation, che si occupa di diritti umani nell’area».
«La battaglia di Beirut per la verità sembra aver scosso i poteri costituiti. Ma quei poteri hanno ancora pistole e ora hanno dimostrato di essere disposti a usarle. E questo significa che,
per mantenere la pace, i libanesi potrebbero dover rinunciare ancora una volta alla giustizia», afferma l’editorialista di ‘ Foreign Policy’, Anchal Vohra.
«Gli attori esterni che cercano di sostenere il Libano dovrebbero chiarire al governo Mikati e a tutte le parti coinvolte che il rispetto di base per lo stato di diritto e l’indagine sull’esplosione portuale saranno una condizione chiave per qualsiasi assistenza sosta
nziale al Libano. Allo stesso tempo, dovrebbero usare qualsiasi forma di pressione abbiano, inclusa potenzialmente la minaccia di sanzioni mirate, per dissuadere i politici dall’ostacolare la giustizia», conclude Crisis Group.

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