venerdì, Maggio 7

Libano: in guerra senza Capo di Stato

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Beirut Continuano gli scontri nella città libanese di Tripoli.  In questo momento, tutto porta a pensare che si tratti solo di un altro caso in cui si sta ristabilendo l’ordine nella città caotica, di una lotta contro terroristi e ribelli. L’Esercito libanese e i militanti si scontrano, come sempre, e la stessa popolazione dei governatorati libanesi ha diverse versioni su chi lotta e contro chi. Le preoccupazioni “ufficiali” di Beirut sono connesse alle azioni dello Stato islamico (IS) che sta volutamente infiammando la situazione nel Libano settentrionale pro-sunnita per includerlo nel califfato. Compito ordinario dell’esercito libanese è la neutralizzazione di cellule e gruppi locali nelle vicinanze di Tripoli, intensificatasi dopo il successo dell’IS e di en-Nusra vicino il confine Siro-libanese. Questi gruppi tendono a non essere compatti e hanno punti di vista differenti circa lo scopo delle proprie azioni.

Non è chiaro se la maggior parte dei combattenti condivida realmente gli obiettivi dell’IS, ovvero cancellare i confini degli attuali stati artificiali per creare un vero Stato islamico. I militanti, in maggioranza di nazionalità libanese, hanno lo scopo di difendere gli interessi dei libanesi sunniti, salvaguardarne l’identità nelle zone settentrionali del paese, e contrastare l’espansione dell’opposizione sciita. Essi fronteggiano i piccoli gruppi armati pro-sciiti, apparsi solo di recente nella zona di Tripoli, e l’esercito Libanese agisce di conseguenza per la loro opposizione.

La speculazione sulla questione della presenza sunnita nel cosiddetto governatorato allargato di Tripoli e Akkar ha già causato serie conseguenze: il numero delle persone che mettono in dubbio l’aconfessionalità dell’esercito libanese sta crescendo. Nelle condizioni attuali  gli emissari del califfato stanno operando nelle aree abitate dai rifugiati siriani, che rappresentano circa un quarto della popolazione libanese, e dove l’antipatia verso il regime siriano è dominante, questi sentimenti sono carichi di tensioni.

“È risaputo che le simpatie dei rifugiati siriani per la cosiddetta opposizione armata siriana si stiano gradualmente trasformando e rivolgendo verso gli Islamisti dell’IS”, l’ha dichiarato apertamente il portavoce del parlamento libanese, Nabih Berri. Queste simpatie si sono già manifestate durante la battaglia di Arsal ad agosto e settembre di quest’anno. Finora, 43 cittadini siriani sono stati indagati per aver preso parte all’attacco di Arsal all’inizio di agosto. Anche il Primo Ministro libanese, Tammam Salam, ha parlato dell’aumento dell’appoggio all’IS  da parte dei Siriani situati nei pressi di Arsal (più di 47.000 persone). ‘Alla Conferenza internazionale sui profughi siriani’ tenutasi a Berlino lo scorso 28 ottobre, è stata sottolineata la gravità del problema.

Le operazioni militari dell’esercito libanese, con le forze di Hezbollah, sono riuscite a difendere Arsal, ma gli attacchi continuano nelle zone settentrionali e orientali della Valle della Bekaa. Gli Islamisti stanno usando i soldati catturati come pedine di scambio, richiedendo di non rafforzare le unità militari dispiegate nella zona oppure utilizzando il rilascio dei detenuti islamisti (ad es. nella prigione di Roumieh) in cambio dei soldati libanesi presi in ostaggio. A conferma della serietà delle loro minacce compiono esecuzioni dimostrative dei prigionieri di guerra.

Le comunità libanesi tradizionali sono già abituate a cercare di far valere i propri diritti costituendo milizie armate nei momenti critici del paese. Quindi, un altro segno di criticità dei tempi è stato proprio il rafforzamento dell’organizzazione paramilitare drusa ‘Dai Ammar’. L’organizzazione ha già alcune centinaia di combattenti ed è pronta a difendere le terre druse nel governatorato di El-Shouf, a sud della capitale.

La ripresa di idee che perdurano da lungo tempo sulla possibilità delle comunità religiose di auto-difendersi è, infatti, un tentativo disperato di agire per la sicurezza dei fratelli credenti. In questo momento sembra un atto di disperazione e di frustrazione, non solo privo di buon senso, ma strano in generale alla luce dei grandi sforzi fatti per rafforzare il ruolo dell’esercito e per aumentarne il prestigio tra la popolazione. Durante il suo mandato, l’ex Presidente Michel Suleiman ha fatto molto a riguardo, e nonostante fosse un compito molto delicato, i suoi tentativi per rafforzare l’esercito libanese non erano contrastati dalla cosiddetta Resistenza (che comprende Hezbollah e il partito cristiano di Aoun, i deputati di Amal del portavoce del parlamento libanese Nabih Berri e del partito Socialisa Progressista druso, di Walid Jumblatt  NdT) .

Le attuali richieste fatte ai paesi donatori per incrementare il sostegno finanziario all’esercito libanese sembrano avere buon esito. Ad agosto, l’Arabia Saudita si è impegnata a devolvere 1 miliardo di dollari tramite l’ex Primo Ministro, Saad Hariri. Nelle riunioni dell’assemblea generale dell’ONU il Capo del governo libanese ha parlato della necessità di aiuto che ha il paese nella lotta contro gli Islamisti. Lo stesso tema è stato affrontato nel corso della riunione a Berlino il 28-29 ottobre dal Primo MinistroTammam Salam,  durante la quale è stato promesso un aiuto di 650 milioni di dollari. Simili richieste di aiuto per l’esercito libanese sono state avanzate dal Ministro degli affari esteri Gebran Bassil e dal portavoce del parlamento, Nabih Berri.

Gli aiuti all’esercito libanese stanno arrivando. Tuttavia, le varie comunità religiose libanesi avvertono la triste prospettiva di uno scontro diretto con la minaccia del califfato. La questione non ha causato panico tra i Libanesi ma sono gli attuali e ingiustificabili disordini politici a suscitare in loro preoccupazione.

In dette circostanze ci si chiede cosa accada negli ambienti politici. Sarebbe logico aspettarsi dei tentativi per consolidare la politica in seno alla popolazione e cercare degli interessi comuni rappresentati dalle politiche delle comunità e dei clan. Invece esiste un’intransigenza estremamente fuori luogo e una riluttanza al compromesso nello scenario politico del paese. La Presidenza rimane vacante da maggio di quest’anno. Il mandato del consiglio dei deputati è scaduto a giugno ed è stato prorogato di 17 mesi. Le elezioni parlamentari sono previste per novembre di quest’anno e il paese non è pronto perché non ha adottato la nuova legge elettorale prescritta per questo periodo supplementare. Inoltre, alcuni partiti principali della coalizione del  14 Marzo non sono in grado di fissare una data per le elezioni parlamentari prima delle prossime elezioni presidenziali, l’ultimo tentativo (il 14mo) a essere sventato dai parlamentari.

C’è una speranza per l’elezione di un presidente; alcuni leader politici avrebbero, infatti, acconsentito a un compromesso pensando all’ex Ministro degli esteri Jean Obei. Non  è chiaro, però, se il leader del blocco ‘Change and Reform’, parte della coalizione ‘8 marzo’ , alla fine accetterà la carica e se il fondatore del Movimento patriottico libero, Michel Aoun, scenderà a compromessi in merito.

In ogni caso, la tendenza a non voler scendere a compromessi dei leader libanesi, il tasso di risposta alle minacce esterne e lo sviluppo di programmi per far fronte agli enormi problemi politici non possono dirsi adeguati nellattuale scenario libanese.
Le circostanze rendono chiaramente necessaria una riforma tempestiva e una reazione rapida alle sfide contemporanee prima che sia troppo tardi.

 

Traduzione di Emanuela Turano Campello

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