mercoledì, Settembre 22

Libano: è colpa solo della spazzatura?

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Agosto è stato il mese delle violente proteste di piazza di una Beirut le cui strade sono state per molti giorni inondate da immondizia: intervento della Polizia in tenuta anti-sommossa, utilizzo indiretto di armi da fuoco per disperdere la folla, centinaia i feriti, disordini preoccupanti, e il Primo Ministro Tammam Salam  – tra le personalità politiche contestate con maggiore forza –  minaccia le proprie dimissioni.
Gli scontri e le devastazioni del 22-23 agosto sono stati accompagnati dagli slogan dei giovani manifestanti inneggianti allarivoluzione’: e Beirut è stata teatro della più grave ondata di violenza degli ultimi anni, facendo temere che il Paese potesse precipitare nel caos.

Proteste che rientrano nella campagna soprannominata #YouStink (‘Tu puzzi’), e che sono inizialmente scaturite dalla reazione, spontanea e popolare, alla cattiva gestione dei rifiuti urbani (in precedenza in mano a una famiglia molto vicina all’ex-Premier Saad Hariri): nell’ultimo mese la spazzatura si è accumulata per le strade in seguito alla chiusura della più grande discarica della città e il Ministero della salute libanese ha lanciato l’allarme sostenendo che il Paese sarebbe a rischio di una grave crisi sanitaria se il problema non fosse risolto nell’immediato. Apparentemente una questione di normale amministrazione, ma le manifestazioni, nate da una ragione così pratica e immediata, si sono trasformate in proteste aperte contro un livello di corruzione non più tollerabile e che vede coinvolto un Governo di unità nazionale  – a guida della coalizione sunnita-sciita – che è politicamente paralizzato da competizioni e conflittualità interne di natura politico-settaria; il risultato è che oggi lo Stato è a rischio di collasso a causa della paralisi che ha portato al fallimento nella gestione di questa crisi che, nonostante la raccolta dei rifiuti sia successivamente ripresa (nell’attesa di identificare nuovi siti per le discariche), pone in evidenza un forte e diffuso disagio, insofferenza e instabilità.

Ma queste sono le conseguenze, e non le cause, di una situazione che preoccupa chi oggi osserva con attenzione le dinamiche del Libano cercando di prevederne i possibili sviluppi e valutandone i rischi per l’intera area regionale. Dinamiche di natura politica interna a cui si sommano quelle esterne. Poiché, alla situazione già tesa e destabilizzata dalle conseguenze della guerra nella vicina Siria, o meglio nella nuova realtà del Syraq (quell’ampia area geografica di Siria e Iraq sotto il controllo di IS/Daesh), si sono sommate le mai sopite dinamiche destabilizzanti interne che fondano le radici nella cronica condizione di guerra civile libanese.

Ciò che si pone all’attenzione degli osservatori è che il Libano di oggi sia in deficit di capacità di governo, non in grado di eleggere il Presidente della Repubblica, incapace di trovare una soluzione per la gestione dell’energia elettrica e per ovviare allo stato di povertà di una vasta fascia della popolazione (in alcune aree pari al 60%): in sintesi, quello che viene definito uno stato di disfunzioni istituzionalizzato.

In tale contesto si inserisce, inoltre, il fattore disuguaglianza dove all’area urbana relativamente privilegiata si contrappone quella periferica spesso ignorata dalle politiche di sviluppo e sostegno; e nel classico rapporto conflittuale ‘centro-periferia’ va a inserirsi il caldo agosto libanese poiché, a fronte del problema che ha colpito prevalentemente l’area urbana, si contrappongono soluzioni che rischiano di degradare ulteriormente le aree periferiche attraverso la costruzione di discariche certamente non gradite alle popolazioni locali (da Naameh ad Akkar).

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