venerdì, Settembre 17

Libano, appello alla UE: oltrepassare Mikati, in direzione della gente Nuove organizzazioni, gruppi locali ed entità politiche sono sorte e stanno cercando di 'aggirare lo Stato rotto'. L'UE sostenga la stabilizzazione dal basso verso l'alto

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Poco meno di 1 anno fa, il 4 agosto 2020, una grande esplosione nell’area del porto devastò Beirut, e con la città il Libano. Nel corso dell’ultimo anno il Paese è gradatamente e costantemente sprofondato. A ricordare quel disastro -che in pochi in Libano scorderanno per molti anni a venire- una statua di 25 metri costruita al porto con i detriti dell’esplosione, a firma dell’artista Nadim Karam.
Scorsa settimana, dopo 9 mesi di lavoro inutile, il premier designato, Saad al-Hariri, ha annunciato che rinunciava e si ritirava dal processo di formazione del Governo. Nei giorni scorsi, i leaders politici libanesi hanno concordato di incaricare della formazione dell’Esecutivo Najib Mikati, uomo d’affari miliardario, veterano della politica, già due volte premier nel passato, considerato emblematico della politica clientelare che ha guidato il Paese verso il collasso, ovvero esattamente una scelta in opposizione a quanto la popolazione sta chiedendo a gran voce oramai da oltre un anno.
65 anni, musulmano sunnita, originario di Tripoli, accusato nel 2019 di arricchimento illecito -accusa sempre respinta-, Mikati potrebbe anche riuscire a formare il governo, ma sono pochi a credere che, oltre tappare qualche falla, possa riuscire a sanare il Paese attuando le riforme essenziali perchè esca dal baratro e che da tempo l’intera comunità internazionale invoca come irrinviabili. Il motivo è in chi è Mikati: l’uomo più ricco del Libano, tra i più ricchi del Medio Oriente, con un patrimonio netto di 2,7 miliardi di dollari secondo ‘Forbes‘, immagine di quella élite politico-economica che ha costruito e alimentato quel sistema di clientelismo nella politica del Paese che alla fine ha fatto sprofondare il Paese. Esattamente tutto ciò contro cui la popolazione libanese si batte.

Eppure, «il Libano può e deve essere salvato». E’ interesse dell’Unione Europea salvare il Libano. L’affermazione perentoria di Carmen Geha, analista del European Council on Foreign Relations, docente di pubblica amministrazione presso l’Università americana di Beirut (AUB), co-fondatrice del Center for Inclusive Business and Leadership for Women di AUB, esprime le speranze che l”intellighenzia libanese ripone nell’Europa e negli ambienti politici e diplomatici europei. Si tratta di un documento che «invita l’UE a perseguire un approccio che sostenga gli sforzi umanitari e di stabilizzazione dal basso verso l’alto».
Se è vero che senza un governo riformista a Beirut con cui impegnarsi, l’Unione europea si trova in qualche modo disarmata e sta perdendo un potenziale partner in un ambiente geopolitico profondamente instabile, «l’UE non può permettersi di stare in disparte. I problemi in Libano sono una chiara minaccia alla stabilità della regione mediterranea e agli interessi europei associati»

L’UE ha il potere di aiutare il popolo libanese, «senza il cui sostegno non vi è alcuna prospettiva di stabilità, riforma o prosperità a lungo termine», afferma Geha, tracciando la linea sulla quale dovrebbe agire l’Europa. gli Stati europei «devono rimettere il Paese nella loro agenda», più Stati membri lo devono fare, non soltanto la Francia, e «devono lavorare per comprendere e risolvere i problemi del Libano». Durante il suo mandato «il Presidente Emmanuel Macron ha cercato di persuadere l’élite politica libanese ad attuare le riforme, la stessa élite che per troppo tempo ha sperperato il sostegno e i finanziamenti dell’UE.Questo approccio non ha funzionato. Pertanto, l’UE e i suoi Stati membri dovrebbero facilitare un allontanamento dall’impegno dell’élite e elaborare una nuova politica che supporti la gente comune e gli attivisti di base mentre cercano di aggirare le strutture corrotte del Paese».

Ma perchè la UE dovrebbe mettere in campo un tale sforzo? Perché il Libano è importante per l’Europa?

Nonostante le attuali turbolenze e una classe politica incapace e predatoria, «il Paese rimane al centro di interessi strategici vitali per l’UE», afferma Geha.

In primo luogo, «l’UE non vuole affrontare le conseguenze di un altro Stato fallito nel Mediterraneo. La situazione in Libano potrebbe ancora peggiorare ulteriormente, generando ulteriori problemi umanitari, conflitti interni e una più ampia instabilità regionale. I legami del Libano con la sponsorizzazione e il finanziamento del terrorismo e delle reti criminali associate a narcotici, traffico di esseri umani e armi illegali non fanno che intensificare i rischi associati all’emergere di un nuovo Stato fallito nella regione.
In secondo luogo, l’UE dovrebbe volere un partner nella regione che difenda ancora i valori inclusivi e le libertà civili.
Nonostante la natura incompleta della sua transizione post-guerra civile, il Libano ha storicamente rappresentato questi valori. E, con tali libertà oggi minacciate in tutto il Medio Oriente, l’UE farebbe bene a concentrarsi sul sostegno a un Libano diverso, cosmopolita e inclusivo.
Non è nell’interesse dell’Europa avere a che fare con l’ennesimo regime repressivo e violento che imprigiona gli attivisti e discrimina gli stranieri, tra cui migliaia di lavoratori migranti. Ci sono una serie di istituzioni locali in Libano che difendono ideali in linea con l’agenda dell’UE. La scomparsa di questo spazio sarebbe una perdita incomparabile per la regione, una perdita che né il popolo libanese né l’UE potrebbero permettersi.

Infine, il Libano ospita anche oltre un milione di rifugiati siriani che necessitano di sostegno e assistenza umanitaria importante. La loro situazione peggiorerà se i problemi del Libano continueranno.
In sintesi, gli europei dovrebbero considerare la stabilità e la prosperità del Libano come un importante mezzo per promuovere gli interessi dell’UE in una regione instabile».

La via per questo accompagnamento del Libano da parte della UE è quella dell’azione di supporto al basso, a quanto nel ‘basso’ si sta costruendo.
In Libano c’è una società civile molto attiva, un «movimento che ha le sue radici nei molti anni di azione collettiva condotta da attivisti, imprenditori, esperti, artisti e gruppi giovanili, molti dei quali si sono galvanizzati politicamente nel periodo del ritiro siriano. Dal 2011, ci sono state almeno tre grandi ondate di protesta contro l’élite».
Le richieste di fondo sono: «in primo luogo, riforma economica, opportunità di lavoro e una vita dignitosa; in secondo luogo, la riforma giuridica e giudiziaria per prevenire la corruzione, consentire una maggiore responsabilità e restituire i fondi pubblici rubati; e, infine, un accesso equo a servizi sanitari e educativi di alta qualità». Tutto ciò nel quadro di un «nuovo contratto sociale in cui i cittadini possano partecipare liberamente al sistema politico».

Dall’agosto 2020 si è avuta una significativa mobilitazione locale da parte dei cittadini sul campo. «Nuove organizzazioni, gruppi locali ed entità politiche sono sorte e stanno cercando di aggirare lo Stato rotto‘. Tra morte e distruzione, le persone si sono unite in questo spirito di cittadinanza attiva per spazzare le strade, tenere funerali, scrivere petizioni, raccogliere fondi, fare volontariato negli ospedali, ricostruire case e confrontarsi con la classe politica. La gente ha iniziato a organizzarsi e a mobilitarsi affinché gli aiuti arrivassero direttamente alle case, alle scuole, alle persone bisognose, alle associazioni della società civile o ai gruppi politici indipendenti. Questo era un movimento incentrato su ciò che la gente voleva, non solo su ciò che rifiutava. Ha creato meccanismi di solidarietà in grado di convogliare gli aiuti dove erano più necessari. In tal modo, le loro attività stanno aiutando a stabilizzare il Paese e ad aprire le vie attraverso le quali le riforme in Libano potrebbe finalmente esserci. C’è stata una trasformazione storica verso una maggiore cittadinanza attiva». E’ su questigermogliche l’Unione Europea, invoca Geha, dovrebbe investire, sia politicamente che economicamente.

Alice Boustany Djermakian è una insegnante e giornalista libanese che ha vissuto e poi raccontato come questa società civile dal 2019 si è attivata nel tentativo di cambiare il Paese.

«Le proteste dell’ottobre 2019 sono state l’espressione della rabbia dei libanesi contro un’oligarchia che ha diviso la torta nazionale tra i suoi membri, ha sperperato e rubato fondi pubblici, ha dirottato finanziamenti esteri e ha diviso i libanesi per regnare con totale impunità». Decine di migliaia di persone di diversa estrazione confessionale e sociale sono scese in piazza, afferma Djermakian. «È stato un risveglio, una presa di coscienza della realtà in cui stavamo vivendo. Questa rivolta pacifica ha superato le divisioni settarie della società e ha unito i libanesi attorno a una nobile causa». In quelle settimane è andata in scena «l’unità nazionale contro il sistema politico», «abbiamo capito che le divisioni alimentate dai politici potevano alla fine dissolversi e che il nostro letargo collettivo poteva trasformarsi in rivolta».
Ora il Libano si trova in un burrone ancora più profondo. E da «
gennaio 2020 le proteste sono diminuite a causa delle violenze perpetrate contro i manifestanti». Quando sono entrati in azione quelli che Djermakian chiama ‘teppisti del regime’, la gente ha smesso di andare in strada. C’è molta rabbia, «ma è diventato difficile protestare in mezzo a una devastante crisi economica».
«Coloro che non sono impegnati politicamente sono esausti e non hanno i mezzi per opporsi a un sistema politico repressivo sostenuto da giudici, forze di sicurezza, media e istituzioni pubbliche. »

Il prossimo anno in Libano si terranno le elezioni parlamentari, teoricamente una opportunità per coloro che sono usciti dal movimento di protesta del 2019. Come altri osservatori, Djermakian non fa affidamento su questo appuntamento. «Come possono essere organizzate elezioni legislative dalle stesse persone che hanno imposto una legge elettorale a vantaggio dei loro interessi? Abbiamo già visto le conseguenze in precedenza: voti comprati, urne che scompaiono, frodi, votanti morti».
E’ «
probabile che le campagne elettorali siano finanziate da potenze straniere, dal momento che i politici libanesi spesso beneficiano di sponsor stranieri. In queste condizioni, possiamo davvero aspettarci l’emergere di una società civile?». E’ su questa società civile che punta l’appello all’Europa di Geha. Mikati è considerato molto vicino a Hezbollah e a Damasco, e il suo impero economico spazia dall’Africa al Myanmar alla Francia.
Conclude Djermakian: «Eppure la rivoluzione continua. Vogliamo abbattere il sistema settario. Vogliamo smantellare la banda tentacolare che presiede al destino del Libano. Vogliamo vedere l’attuazione delle Risoluzioni 1559, 1680 e 1701 delle Nazioni Unite che chiedono il disarmo delle milizie. Per reinventare il Libano dobbiamo smantellare i miti che sono stati adottati nella politica e nella storia del Paese».

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