giovedì, Aprile 15

L'hightech israeliano: storia di un successo field_506ffbaa4a8d4

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Il mese scorso è con giusto compiacimento che il ‘Times of Israel’ ha riportato le dichiarazioni di Eric Schmidt, amministratore delegato di Google dal 2001 al 2011 e ora ai vertici della Alphabet, società cui fanno capo Google stessa e altre controllate. Schmidt, 137° nella classifica dei più ricchi al mondo stilata da ‘Forbes’ nel 2015, ha elogiato il settore tecnologico israeliano, il cui sviluppo è particolarmente sorprendente visti i soli 8 milioni di abitanti. «Per una nazione relativamente piccola, Israele gioca un ruolo straordinario nel campo dell’innovazione tecnologica», ha dichiarato il multimiliardario statunitense durante una visita agli uffici di Google a Tel Aviv, «Non posso pensare a un altro posto al di fuori della Silicon Valley dove si possano incontrare una tale varietà di iniziative». Schmidt ha anche apprezzato la «maturazione» del settore, pur sottolineando come le dimensioni ridotte del mercato locale costituiscano una zavorra non trascurabile; ed è questo handicap a spiegare, almeno in parte, perché molte aziende siano state cedute a grandi investitori americani piuttosto che rimanere in Medio Oriente (Google ne è un esempio, avendo acquisito nel 2013 per un miliardo di dollari Waze, un applicazione israeliana sul traffico veicolare in tempo reale).

A fronte di una popolazione ridotta e di un contesto regionale in perenne subbuglio, come si può quindi giustificare la crescita esponenziale della ‘Silicon Wadi’, versione ebraica della ‘valley’ californiana ed esportatrice di alcune tra le migliori startup a livello globale, quali Trusteer (vebduta a IBM per un miliardo di dollari), Onavo (passata a Facebook per 120 milioni) o Primesense (a Apple per 345 milioni) ?
Senza ombra di dubbio, a rivestire un’importanza cardinale è la priorità accordata al settore dell’istruzione e della ricerca. All’orecchio italiano suona familiare la sconsolata affermazione secondo la quale l’università è slegata dal mondo del lavoro ; al contrario, la simbiosi tra atenei e imprese è proprio tra i segreti del successo del modello israeliano. Le università israeliane, infatti, non solo offrono ai propri studenti competenze spendibili concretamente sul mercato del lavoro, ma si preoccupano anche che la ricerca non si limiti a una divulgazione scientifica sterile o rimanga rinchiusa in biblioteche e laboratori. Il compito di renderla spendibile è affidato ai cosidetti ‘Centri di transferimento tecnologico’, di cui un esempio è Yissum, presso la Hebrew University of Jerusalem. Come spiegato dal ‘Corriere della Sera’, Yissum è una società autonoma con l’università come socio di maggioranza, e adotta una gestione tipica dell’impresa privata nella ricerca di uno sbocco commerciale per una buona scoperta scientifica. L’équipe di Yissum è composta da una quarantina di addetti ai lavori le cui conoscenze coprono i campi più disparati e e permettono di valutare il potenziale innovativo di un progetto già nella severa fase di preselezione. In ultimo, la spartizione dei profitti tra la varie parti coinvolte, ovvero ricercatori e Yissum, alimenta e motiva un circolo virtuoso. Carta canta, e i frutti di un approccio imprenditoriale al mondo dell’accademia si traducono in un numero di brevetti impressionante. Secondo uno studio effettuato dal Forum Economico Mondiale, Israele produce ogni anno 249,2 nuove invenzioni per milioni di abitanti, preceduto solamente da Taiwan (altro ‘piccolo gigante’ con 355,70 brevetti), Giappone (352,90) e Stati Uniti (339,40) ; l’Italia, manco a dirlo, è ben distante, in venticinquesima posizione con una quota di 29,9. Ulteriore indice del peso dell’educazione tecnico-scientifica è poi la densità di ingegneri nel Paese. on un rapporto che, a seconda dei dati, oscilla tra i 135 e i 140 ogni 10000 lavoratori, Israele è la prima Nazione al mondo per concentrazione di ingegneri, con un’evidente ricaduta sull’economia e sull’innovazione.

Facendo di necessità virtù, anche il militarismo israeliano dà un forte impulso allo sviluppo tecnologico. La scarsità di abitanti e alleati costringe Tel Aviv a chiamare alle armi sia uomini che donne per un periodo di leva che va da due a quattro anni e a investire importanti risorse umane e finanziarie nella costante messa a punto della tecnologia bellica. Durante il servizio militare, i migliori ingegneri sono impegnati nel perfezionamento e nell’innovazione di strumentazioni e armamenti, anche qui in un’ottica win-win : generalmente, infatti, le invenzioni e le scoperte realizzate durante questo periodo rimangono di proprietà dell’ingegnere che, una volta dismessa la divisa, potrà applicarle in settori ‘civili’. Lo Stato israeliano in primis è attivo per stimolare il settore tecnologico mettendo mano al portafogli, investendo più del 4,5 % del proprio PIL in ricerca e sviluppo (l’Italia, tanto per gradire, ne investe all’incirca l’uno per cento) e 140 dollari annui per abitante in startup tecnologiche. Una politica che si è rivelata vincente, almeno a giudicare da qualche numero: i beni e i servizi hightech costituiscono il 12,5 del Pil e la metà delle esportazioni industriali per Israele, e nel 2014 la vendita in tutto il mondo di una settantina di startups made in Israel ha generato guadagni per 14,8 miliardi di dollari.

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