venerdì, Settembre 24

Lezione scozzese per l'Ucraina field_506ffb1d3dbe2

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Mosca non tarderà a farsene una ragione, ma per il momento non riesce a nascondere il suo disappunto per l’esito del referendum in Scozia. Su una vittoria del “sì” alla secessione evidentemente ci contava anche per ripicca, dato che il Regno Unito generalmente spalleggia e talvolta supera gli Stati Uniti nell’attenersi ad una linea dura nei confronti della Russia, contrariamente a quanto spesso faceva durante la “guerra fredda” con l’Unione Sovietica. L’indebolimento di un avversario, è ovvio, fa sempre comodo.

Il disappunto si è manifestato in modi persino comici. Un gruppetto di osservatori russi regolarmente accreditati, giunto ad Edimburgo per controllare le operazioni di voto, ha trovato da ridire sul locale troppo grande, troppo sciatto e troppo buio in cui si è svolto il conteggio delle schede nonché sulla sua dubbia trasparenza. Il canale televisivo RT, ligio al Cremlino, ha definito di stampo nord-coreano l’altissima partecipazione al voto e il governo separatista di Donezk ha ventilato il sospetto di una falsificazione del risultato.

Sono voci che ignorano, o fingono di ignorare, che un referendum come quello scozzese non è neppure lontanamente concepibile nella Russia di Vladimir Putin (per non parlare dell’URSS). Come, del resto, in quella comunque più democratica, nonostante le cannonate contro il parlamento ostile, di Boris Elzin, che non esitò ad usare per primo le armi, sia pure senza successo, contro l’indipendentismo ceceno.

Il regime di Putin non può essere bollato senz’altro come autoritario perché alcuni importanti contenuti democratici li conserva, anche se con crescente fatica. Persistono ad esempio una certa libertà di critica e di protesta e un minimo di dialettica politica pubblica, inesistenti nell’era sovietica. Il capo supremo può d’altronde accampare due alibi non da poco.  

Oggi come oggi il “nuovo zar” gode di un consenso straripante, questo sì “nordcoreano” o se si preferisce “bulgaro”, ma comunque genuino. E tra i bisogni maggiormente sentiti dal suo popolo non sembra proprio figurare quello di più democrazia. Lo conferma ad esempio un recente sondaggio di fonte non sospetta secondo il quale il 70% dei russi approva la censura. Forse gradirebbero un apparato giudiziario più indipendente, ma certo non si batterebbero fino alla morte per ottenerlo.

Ancora più certo è, in ogni caso, che l’autodeterminazione interna non rientra tra i diritti democratici riconosciuti dal regime e rivendicati dalla cittadinanza, anche se una parte dell’opinione pubblica non vedrebbe affatto di malocchio l’uscita dalla Federazione delle regioni abitate da etnìe non slave o almeno da alcune di esse particolarmente indocili o scomode.

E qui, naturalmente, la Russia si trova in buona compagnia. Anche nei Paesi occidentali più o meno impeccabilmente democratici, infatti, la sola ipotesi di amputazioni territoriali comunque motivate incontra un pressocchè generale e pregiudiziale rigetto. Tant’è vero che in varie capitali europee l’esito del referendum scozzese è stato accolto con sollievo, accompagnato ad ogni buon conto dalla ribadita e ferma contrarietà a qualsiasi imitazione del cattivo esempio britannico.

Quello avvenuto nel Regno Unito, insomma, sembra destinato a rimanere un caso isolato, nonostante tutti gli elogi tributati alla più vecchia democrazia continentale ancora capace, dopo la perdita dell’impero, il declassamento internazionale, il relativo declino economico, ecc., di impartire al mondo lezioni di autentica democrazia. Che si tratti poi di elogi sostanzialmente insinceri, o comunque incoerenti, è un fatto che merita di essere giudicato negativamente alla luce dell’attuale problematica internazionale oltre che (ma qui siamo in materia più opinabile) in linea di principio.

Il principio caro ai più nel mondo è che l’integrità territoriale degli Stati è intangibile e qualsiasi sua violazione, compresa la semplice modifica non adeguatamente concordata dei confini esistenti, costituisce un attentato all’ordine internazionale vigente, un comportamento inammissibile e meritevole di penalizzazione.

E’ una regola che in linea teorica si può sottoscrivere ma la cui applicazione concreta si scontra facilmente con un altro principio non meno fortemente accreditato, e semmai prevalente dopo la prima guerra mondiale: quello  dell’autodeterminazione dei popoli. E ciò sia nei rapporti tra Stati diversi sia all’interno di un singolo Stato, dove l’applicazione del secondo deve spesso fare i conti innanzitutto con la cosiddetta ragion di Stato.

Ciò non è avvenuto nel caso britannico, fors’anche con l’aiuto dell’assenza più unica che rara di una Costituzione scritta che consacri il primo principio. Inappuntabile nell’ossequio ai valori democratici in sede interna, il Regno Unito lo è stato meno, però, in campo esterno. Londra si è infatti schierata in prima fila con i Paesi che hanno condannato e sanzionato il comportamento della Russia nella crisi ucraina passando sopra alle sue peculiarità che ostano all’applicazione automatica dei grandi principi.

Nessuno di questi ultimi può essere invocato per sostenere il diritto di qualsiasi Stato ad assicurarsi e a far rispettare una propria zona di influenza o cintura di sicurezza. Nella realtà le cose stanno diversamente, e gli sforzi per riplasmare i rapporti internazionali in modo meno pragmatico non hanno dato finora frutti molto apprezzabili.

Mosca però non si è limitata a lamentare la minaccia di un’ulteriore avanzata occidentale nel proprio “vicino estero” dopo l’espansione della NATO in tutta l’Europa ex comunista comprese le tre repubbliche baltiche già sovietiche (e sia pure indipendenti prima della seconda guerra mondiale). Ha invece invocato principalmente un proprio più plausibile diritto a proteggere propri connazionali e simpatizzanti oltre confine ribellatisi al rovesciamento di un governo relativamente amico a Kiev, favorito certo da incentivi e appoggi occidentali per quanto mai abbastanza documentati e quantificati.

Ha reagito, insomma, ad un atto di forza di carattere non esclusivamente interno all’Ucraina con un altro atto di forza sostanziale come l’annessione della Crimea.  Per il cui recupero, d’altronde, la Russia poteva vantare titoli etnici e storici di tutto rispetto, sicuramente più forti di una legalità internazionale spesso poggiante su atti di puro arbitrio come, nella fattispecie, il famoso “regalo” di Nikita Chrusciov.

E più forti, peraltro, anche del plebiscito organizzato su due piedi nella penisola sul Mar Nero, di fatto occupata militarmente, per legalizzare a sua volta il nuovo cambio di bandiera ma ben difficilmente paragonabile per regolarità al referendum scozzese benchè fondamentalmente credibile per il suo esito nonostante il 97% di “sì”. Tra l’altro, sembra che sia ora in corso una deportazione dei tatari, minoranza ancora considerevole in Crimea e sicuramente non filorussa.

All’appropriazione russa della penisola l’Occidente ha reagito a sua volta in modo naturalmente negativo ma dando subito l’impressione di rassegnarsi al fatto compiuto per quanto deplorevole. Ed è a questo punto che lo strumento referendario avrebbe potuto essere proposto con il dovuto vigore, e se necessario imposto alle parti localmente contrapposte, per risolvere l’altro e più grave problema non a caso sfociato rapidamente in un aspro conflitto armato: quello delle due province del Donbass ribellatesi ai nuovi governanti di Kiev in nome di una scelta separatista e filorussa coronata dalla proclamazione di due repubbliche indipendenti accomunate dalla riesumazione dell’antica denominazione regionale di “Nuova Russia”.

Repubbliche “popolari”, quasi a voler ripescare anche una familiare terminologia sovietica, nelle quali non era però scontata in partenza la prevalente adesione popolare al programma degli uomini impadronitisi del potere locale e decisi a mantenerlo ad ogni costo, forti dei copiosi aiuti non solo materiali forniti dalla Russia.    

Non certo probanti al cento per cento, in proposito, sono stati i referendum svoltisi in maggio a Donezk, Lugansk e dintorni, senza adeguati controlli neutrali e con risultati appena un po’ meno “bulgari” o “nordcoreani” del precedente crimeano, benchè con una partecipazione ufficiale al voto (75%) abbastanza attendibile. Un test, quindi, scarsamente idoneo ad aprire la strada verso quel “divorzio civile” dall’Ucraina auspicato per l’occasione da osservatori russi più equilibrati di altri.

D’altra parte, l’occasione per una soluzione democratica del problema è stata  persa non solo per l’intrattabilità dei dirigenti secessionisti del Donbass, chissà se e quanto approvata da Mosca, ma anche per l’intransigenza dei governanti di Kiev, irremovibili nel negare qualsiasi riconoscimento sia all’annessione della Crimea alla Russia sia ai suddetti dirigenti in quanto possibili interlocutori, e nel prospettare, quanto ai contenuti di un possibile dialogo, riforme istituzionali solo minimali.

Chi si aspettava una correzione di rotta da parte di Petro Poroscenko, nuovo presidente ucraino regolarmente eletto nonostante una guerra civile già in corso sia pure a moderata intensità, è rimasto ben presto deluso. Chissà se e quanto incoraggiato oppure vanamente frenato dai governi occidentali, il “re del cioccolato” ha invece lanciato un’offensiva militare in piena regola per stroncare la ribellione con la forza, usata per di più senza ritegno (bombardamenti sulle città e simili).

E’ stato necessario che l’offensiva, dopo avere dato l’impressione di poter raggiungere lo scopo, fallisse grazie anche ad un’intensificazione ormai evidente degli aiuti russi ai secessionisti, e che la minaccia separatista si estendesse ulteriormente sul territorio, perché l’occasione persa in primavera si ripresentasse alla fine dell’estate malgrado le lacerazioni apparentemente insanabili provocate da un conflitto cruento e a tratti feroce.

Negoziando e concordando una sospensione delle ostilità Poroscenko e compagni si sono piegati a trattare direttamente anche con i capi della ribellione, verso i quali hanno compiuto più concrete aperture ai fini di un’eventuale riconciliazione. Le controparti, dal canto loro, hanno accettato la creazione di una fascia divisoria parzialmente smilitarizzata e sorvegliata da osservatori neutrali che dovrebbe fornire qualche garanzia circa il rispetto della tregua e la cessazione dell’afflusso di mezzi e uomini russi al di qua del confine.

La riconciliazione rimane comunque assai problematica, se non proibitiva. E’ largamente diffusa l’opinione che il vero obiettivo russo non sia l’annessione di nuove terre transitoriamente indipendenti bensì il permanere di un’Ucraina unita benchè più decentrata sulla base di compromessi che scongiurino la sua piena inclusione nell’Unione europea e soprattutto nella NATO e consentano a Mosca di conservare robusti legami con Kiev.

Questo presunto interesse russo, per quanto importante, potrebbe però non bastare a produrre risultati sufficientemente stabili, mentre è difficile immaginare che a Mosca possa fare davvero comodo una conflittualità permanente ancorché in qualche modo ridimensionata. Ecco che, allora, la prospettiva di una spartizione dell’Ucraina si imporrebbe come unica alternativa possibile anche se per molti dolorosa, e del resto ventilata come tale da almeno altrettanti, proprio a Mosca e dintorni, sin dall’inizio della crisi.

Qualora ciò avvenisse, potrebbe rendersi più che opportuno, per conferire alla soluzione del problema un carattere democratico, di oggettiva equità e di autentica legalità internazionale, il ricorso allo strumento referendario collaudato in Scozia. Dove, certo, non erano in gioco contrasti interstatali multilaterali. Ma anche in Ucraina quel tipo di soluzione dovrebbe dare la precedenza assoluta alla contesa interna, dal cui superamento gli addentellati esterni dovrebbero essere isolati, convenientemente per tutti.

Mosca, se davvero non ha trovato di suo gusto le modalità della consultazione popolare a Edinburgo e dintorni, avrebbe l’occasione di aiutare a fare di meglio nel Donbass, comunque con qualche probabile vantaggio per se stessa. Kiev, per contro, rischierebbe di grosso un’amputazione territoriale, ma in fondo non superiore al 17% in termini demografici, che la priverebbe di un robusto apparato industriale però obsoleto e interessante solo per la Russia.

Si salverebbe invece tutto il resto, altrimenti non ancora interamente fuori pericolo. Dopotutto, la lunga storia ucraina è costellata di tagli e aggiunte, scomposizioni e ricomposizioni, praticamente mai determinate o influenzate da una riconoscibile volontà popolare. Si tratterebbe dunque di una prima volta, e di un oggettivo progresso.

 

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