mercoledì, Ottobre 27

L’export UE si ferma alla dogana field_506ffb1d3dbe2

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Container Ue export

Il report presentato dalla Commissione Europea al Consiglio Europeo sulle barriere al libero commercio (TIBR), si concentra, per l’edizione 2014 sui partner strategici per la politica commerciale dell’Unione. I Paesi analizzati sono la Cina, il Giappone, l’India, alcuni Paesi del Mercosur (nello specifico Brasile e Argentina), la Russia e gli Stati Uniti. Le barriere che hanno posto sono fonte di preoccupazione per i beni europei commerciati in quelle aree perché, questi ultimi, soggetti a misure di controllo severe e restrittive e, di conseguenza, per le imprese europee, al soddisfacimento di un numero maggiore di documenti da presentare, tali da certificare l’integrità dei prodotti europei su uno specifico mercato.

La conferenza del WTO, svoltasi lo scorso dicembre, ha presentato il pacchetto Bali che disciplina un nuovo sistema di commercio più agevole. L’Unione Europea per evitare le restrizioni dei paesi sopra citati, ha iniziato una serie di colloqui bilaterali, allargando le aree regionali. Ad esempio in Asia, non si negozia solo con Cina, India e Giappone, ma si è aperto il tavolo anche alla Malesia, Vietnam, Thailandia. In Africa si è fatto questo con il Marocco. La Commissione ha sempre notato che proprio i maggiori partner strategici hanno posto le barriere più fastidiose per i prodotti degli stati membri dell’UE. Barriere che sono oggetto anche di numerosi contenziosi soprattutto in Russia e Argentina. La Commissione sottolinea come nel 2013 siano stati fatti passi avanti nell’azione al contrasto delle barriere commerciali nella logica, che il libero commercio e il peso della burocrazia deve essere lo stesso tra i partner.

Il report pone in evidenza i casi più conclamati di barriere al commercio: sono barriere di ogni tipo. Dalla standardizzazione del prodotto, ai controlli doganali, alle esitazioni burocratiche che allungano anche i tempi di ingresso in uno specifico mercato nazionale. Pur condividendo la logica che molti di questi paesi applicano e che serve a proteggere economie in espansione o in ripresa, la Commissione parla di un vero e proprio protezionismo e nelle parole di Karel de Gucht, Commissario al commercio «Questo rapporto mostra che possiamo fare progressi sulla rimozione delle barriere commerciali che rendono difficile per le imprese dell’UE di fare affari in questi paesi. Ma dimostra anche che dobbiamo essere vigili e che mantenere aperti i mercati di esportazione richiede uno sforzo costante!».

Come già spiegato in precedenza, sono stati presi in esame alcuni Paesi. Il primo è la Cina.  Il gigante asiatico ha intrapreso numerosi passi avanti al fine di adottare una politica ‘business friendly’ con i suoi partner internazionali. Il Consiglio di Stato ha stabilito nel settembre 2013, una zona di libero scambio individuata a Shanghai, la città commerciale per eccellenza e il porto con capacità di scarico merci più grande al mondo. Al summit bilaterale del 21 Novembre 2013  è  stato lanciato il Comprehensive Bilateral Investment Agreement discutendo anche sulle restrizioni cinesi sulle esportazioni di materie prime. La Cina infatti, aveva introdotto tasse doganali discriminatorie e altre misure di tassazione sull’industria della logistica che non colpiva solo il settore delle materie prima ma anche quello delle apparecchiature medicali.

In India, il governo ha sospeso l’implementazione di una politica protezionistica a vantaggio delle industrie manifatturiere e del settore delle telecomunicazioni nazionali. Sebbene a livello nazionale sembra ci sia un accordo con la visione europea, è a livello locale che sorgono i problemi. Problemi resi ancora più evidenti dagli ostacoli che il governo di New Delhi pone sul cammino di Bruxelles. Sui prodotti elettronici il governo indiano ha adottato, nel dicembre 2013, una nuova politica di ‘preferenza’ che è stata ufficialmente posta sotto l’ombrello delle ragioni di sicurezza. Ha rimandato anche i nuovi test internazionali sui sistemi di telecomunicazione, preferendo ancora quelli attuali. Sebbene alcuni settori (come quello estrattivo) e le rispettive compagnie estere che vi operano, siano stati esentati dallo schema di certificazione nazionale, alcune difficoltà di natura burocratica restano immutate. La lenta apertura dell’India di alcuni suoi settori nazionali al mercato internazionale ha fatto sì che già alcune compagnie europee abbiano fatto domanda per la licenza di vendere al dettaglio più marche in contemporanea (la cosiddetta  ‘multi-brand retail license’).

La situazione invece del Mercosur (nello specifico, il report ha esaminato il Brasile e l’Argentina) riguarda le tasse che discriminano i prodotti europei. Il Brasile applica ancora la discriminazione di prezzo rispetto alle industrie nazionali nel settori dei veicoli automobilistici e elettronici, tanto da far chiedere all’UE, presso il WTO l’apertura di un contenzioso lo scorso dicembre. In Argentina, sebbene la burocrazia che gravita attorno l’ottenimento della licenza per il commercio dei prodotti sia stata eliminata, lo scorso anno le restrizioni sull’importazione dei beni europei sono resistite a tutto. Infatti è ancora in vigore la DJAI (Declaración Jurada Anticipada de Importación) e la restrizione sul trasferimento di valute estere, dividendi e royalties, che nella sua attuale situazione economica, sono un sostegno molto importante. Infine l’Argentina, causa espropriazione massiccia di un vasto territorio di proprietà della compagnia petrolifera spagnola Repsol, si è ritrovata in un contenzioso (presentato dalla compagnia spagnola) a causa di un inadeguato risarcimento a fronte di una perdita di una vasta parte delle sue riserve e della sua produzione di petrolio.

Il caso degli Stati Uniti riguarda il settore alimentare ed è legato alle forme di malattie che colpiscono gli animali da macello e che non riguardano solo i focolai di influenza suina o BSE (Encefalopatia Spongiforme Bovina) ma anche i casi asiatici di influenza aviaria. Le negoziazioni sul TTIP (Transatlantic Trade and Investment Partnership) hanno lo scopo, da parte europea, di allentare le misure statunitensi ancora molto restrittive in materia di alimentazione. Infine il Giappone, pur avendo in discussione con l’Unione europea un accordo di libero scambio, ha ancora restrizioni alle importazioni nei settori dell’industria farmaceutica, additivi alimentari, carne, radio e telecomunicazioni.

L’Unione europea, in questo report, ha segnalato come le trattative bilaterali con questi Paesi siano un passo avanti per eliminare la politica del protezionismo che danneggia l’economia europea al di fuori dei propri confini. Ora, secondo il rapporto 2014, sotto osservazione resta il comportamento della Russia nei confronti delle importazioni dai paesi UE. Le barriere che le compagnie europee incontrano sono contenute in regolamenti tecnici, nella poca trasparenza, in un numero elevato di certificazioni e nell’influenza che la sua politica ha sull’Unione delle Dogane Euroasiatiche, quindi anche sulla Bielorussia e il Kazakistan. L’attenzione di Bruxelles alla questione è sempre molto alta. Se da un lato, l’UE  raggiunge un accordo per ridurre i tempi burocratici, dall’altro questi paesi pongono nuove restrizioni su altri settori. Recente è l’approvazione in Cina di nuove barriere per l’importazione di bevande alcoliche e in Giappone per l’importazione di vari tipi di legname. La Commissione resta ferma nel proposito di adottare tutti i mezzi che il WTO le offre per combattere il protezionismo. Ma la crisi economica e la paura di perdere terreno in determinati ambiti del commercio internazionale non aiuta né l’Unione europea né i suoi partner strategici.

 

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