mercoledì, Agosto 4

L’Expo delle nebbie

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Nel giorno di Matteo Renzi a Milano chiude il Convegno ‘Le idee di Expo’ definendo il 2015 per l’Italia «un anno felix», un panel di esperti nazionali e internazionali, lontano dalle proteste di piazza, si è incontrato sotto la Madonnina per fare le pulci all’organizzazione della grande kermesse, alla scelta delle partnership e ai protocolli che ivi saranno firmati, primo fra tutti la Carta di Milano. Organizzatori del meeting dal titolo inequivocabile ‘Nutrire il pianeta o nutrire le multinazionali?’ le associazioni CostituzioneBeniComuni, Adesso Basta, il comitato milanese AcquaPubblica e il gruppo consiliare Sinistra per Pisapia. Ospiti internazionali Susan George, del Transnational Institute e Flavio Valente del Fian International.
L’assunto di partenza è chiaro: Milano e l’Italia non avevano bisogno dell’Expo, ma visto che la manifestazione mondiale è oramai alle porte tanto vale confrontarsi concretamente sul tema.

Secondo quanto dichiarato dalla Commissione per la lotta alla fame delle Nazioni Unite, c’è cibo disponibile per 12 miliardi di persone, la popolazione mondiale non arriva a 7 miliardi, quindi ci sarebbe cibo assolutamente per tutti. Eppure quasi un miliardo di persone soffre la fame e quasi altrettante soffrono di obesità per cattiva alimentazione nel Nord del mondo, in particolare negli Stati Uniti, o per cattiva nutrizione, in particolare in Africa. La causa principale di questa situazione non è il destino bensì le politiche di alcuni Governi e quelle delle grandi multinazionali. Per l’ex Relatore Speciale dell’ONU sul diritto al cibo, Jan ZieglerOgni bambino che muore per denutrizione oggi è di fatto ucciso».

Riuniti a Palazzo Marino, i relatori snocciolano dati e cifre di fronte ad un’aula gremita: dall’inizio del 2000 si è avviato un percorso per cui il cibo è stato trasformato in una merce come tante altre in un mero prodotto finanziario. La borsa dei cereali di Chicago è controllata da sei multinazionali che possiedono il 50 percento della produzione dei cereali dei prossimi cinque anni; questo vuol dire che determinano cosa produrre, dove produrre e a quali costi, ma questo significa anche che, anche se quei cereali non ci sono ancora, quelle multinazionali hanno in mano un foglio che ne attesta la proprietà e questo foglio più essere giocato in borsa diventando un derivato finanziario sottoposto ai vari meccanismi delle assicurazioni. Difficile da accettare per i comuni cittadini ma che il cibo ci sia o non ci sia non cambia assolutamente nulla.

Insomma, è l’invito dei presenti al convegno, discutere di fame e nutrizione implica accendere i riflettori per esempio sulla distruzione e sullo spreco di cibo finalizzato a farne salire i prezzi, oppure porre l’accento sul land grabbing, vale a dire l’impadronirsi delle terre da parte di alcune grandi multinazionali per destinarle a biocompustibili, quindi a produrre energia da vendere nel Nord del mondo, con il conseguente abbandono delle terre da parte dei contadini, fuga verso le città, flussi migratori verso il Nord del pianeta e crescita della miseria.
Se poi si decide di restare nel proprio cortile di casa bisognerebbe discutere del fatto che la Commissione europea destina ogni anno centinaia di milioni alle grandi multinazionali del cibo per permettere loro di abbattere i costi e conquistare i mercati internazionali. Questa pratica ha portato e sta portando alla distruzione della produzione agricola africana, così come denunciato con forza dall’Agenzia per lo sviluppo delle Nazioni Unite, e porta ogni anno alla chiusura di migliaia di piccole e medie aziende agricole nel sud Europa: Italia, Spagna e Francia.

Discutere di nutrire il pianeta significa mettere in discussione queste scelte politiche. Ma ciò non avviene”, ci spiega Vittorio Agnoletto, del comitato CostituzioneBeniComuni. “Al contrario, l’expo coinvolge una settantina di multinazionali e tra i propri partner principali abbiamo Coca Cola, Nestlé, Barilla. Alla Nestlè viene addirittura affidata la gestione della Piazza tematica dell’acqua e una controllata della Nestlé, la San Pellegrino, diventa l’acqua dell’Expo con milioni di bottiglie griffate che vengono vendute in tutto il mondo. Tutto questo quando Milano ha un’acqua pubblica che è tra le migliori del mondo e in un Paese dove un referendum con il 95% dei voti ha chiesto che l’acqua diventi o rimanga pubblica”. Insomma, un paradosso e non è l’unico.

Mentre si prepara il lancio dell’Expo, qualche giorno fa in ambito dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, il Governo italiano ha fatto mettere a verbale la sua contrarietà ad un documento di indirizzo in cui si raccomanda di diminuire lo zucchero nei nutrimenti dei bambini. Non stupisce che i partecipanti al convegno milanese puntino l’indice verso il Piemonte, dove ha sede la Ferrero, industria i cui dirigenti, spiega Agnoletto, “godono di ottime entrature verso i membri della delegazione italiana”. Prosegue l’esponente di CostituzioneBeneComune: “Tutto questo non c’entra nulla con nutrire il pianeta è semplicemente una grande vetrina per le multinazionali. Non volevamo l’Expo, ma se si deve fare, al centro di questa manifestazione ci dovevano essere i Sem terra, Via Campesina, ci dovevano essere i piccoli e medi imprenditori agricoli europei, bisognava aprire Expo con la denuncia di quanto sta avvenendo, con la richiesta di modificare i finanziamenti europei. Esattamente l’opposto invece di quello che è accaduto”.

Se si scorre la lista delle principali partnership dell’Expo si scoprono nomi come la SELEX ES, compagnia di FINMECCANICA che produce sistemi di puntamento per carri armati, aerei e navi da guerra con le quali rifornisce l’Esercito di tanti Stati tra i quali Stati Uniti, Israele e Turchia. Oppure l’ENEL, che ha acquisito la società elettrica spagnola ENDESA alla quale era stato ceduto lo sfruttamento dell’acqua nel Sud del Cile da parte di Pinochet. L’ENEL continua nella privatizzazione e lo sfruttamento dei quelle fonti di acqua alimentando il conflitto con le popolazioni locali al punto che il vescovo della Patagonia ha sottoscritto la lettera aperta che i relatori del convegno hanno inviato al Premier italiano Renzi.

Papa Francesco nel discorso fatto alla FAO poche settimane fa è stato chiarissimo: «.. E’ doloroso constatare che la lotta contro la fame e la denutrizione viene ostacolata dalla preminenza del mercato e dalla preminenza del guadagno che hanno ridotto il cibo ad una merce qualsiasi soggetta a speculazione anche finanziaria» . Un messaggio ribadito anche sabato scorso con un videomessaggio trasmesso all’hangar Bicocca difronte al Premier italiano, sette ministri e ospiti da tutto il mondo: «No, a un’economia dell’esclusione e della iniquità».

Dall’Expo 2015 prenderà piede la Carta di Milano, protocollo per l’alimentazione del domani che impegnerà tutti i Paesi pronti ad aderirvi. Ma la Carta di Milano segna un cambio di rotta radicale, nel metodo più ancora che nel merito. Dal 1948 ad oggi, il compito di redigere dichiarazioni di rilevanza mondiale, che esse parlassero di diritto al cibo, all’acqua o all’energia, era stato affidato al lungo e attento lavoro delle grandi agenzie internazionali come l’ONU, la FAO, l’OMS, l’UNDP ecc, per poi essere sottoposta alle discussioni dei Governi e dei Parlamenti per l’approvazione. Questa volta, al contrario, la regia del protocollo è nelle mani di un’industria privata, la Barilla. E’ la multinazionale della pasta, attraverso la sua Fondazione, che ne ha redatto il testo, lo ha presentato a Bruxelles, a Washington, in tutti i consessi che contano e Matteo Renzi lo ha firmato lo scorso 3 Dicembre per presentarlo come ‘il protocollo messo a disposizione dalla Fondazione Barilla Internazionale per i Paesi e le agenzie ONU’.

La carta di Milano è uno scandalo”, tuonano i relatori del controconvegno milanese. “E’ una cosa incredibile, è la sconfitta, simboleggia la sudditanza totale della politica agli interessi di alcune grandi multinazionali. Nel merito è un protocollo che non parla di escludere gli Ogm, non parla di sovranità alimentare, non parla di filiera corta non parla di chilometro zero. E’ un documento che – usando anche un linguaggio in parte mutuato dai movimenti sociali – fa molta nebbia”. Per Susan George l’Expo e la Carta di Milano sono “inserite totalmente dentro un progetto elaborato a Davos, finalizzato a stabilire definitivamente la sudditanza degli Stati e della Democrazia al potere delle grandi multinazionali”.

Lo scenario internazionale a cui si riferisce Susan George è quello che fa da cornice al Partenariato transatlantico per il commercio e gli investimenti (il Transatlantic Trade and Investment Partnershi, TTIP), accordo commerciale di libero scambio in corso di negoziato tra l’Unione europea e gli Stati Uniti d’America dal luglio 2013. Un trattato che amplia ulteriormente la già esistente facoltà, conferita alle società estere, di citare direttamente in giudizio i governi, attraverso tribunali internazionali indipendenti dai sistemi giuridici nazionali ed europei, per la richiesta di danni relativamente a misure nazionali di tutela della salute, dell’ambiente, in ambito finanziario o di altra natura da essi ritenute lesive dei propri diritti. Questi procedimenti investitore-Stato sono decisi da arbitri commerciali privati, retribuiti in base alle singole cause giudicate, con una chiara propensione a interpretare il diritto a favore degli investitori. “A quel punto è inutile anche che andiamo a votare perché se una legge non piace ad una multinazionale quest’ultima può impedire ai governi di agire a difesa del pubblico interesse, sia in maniera diretta citando in giudizio uno Stato, sia in modo indiretto scoraggiando l’attuazione di normative per il timore di scatenare un’azione legale”, spiega Agnoletto. “Questo è lo scenario che abbiamo difronte e oggi lo rendiamo istituzionalizzato con le istituzioni che inseguono le decisioni delle multinazionali, in modo ancillare”.

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