martedì, Maggio 11

L’evoluzione degli spazi della cultura

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Dopo un ventennio di governo nel quale vigeva la frase ‘Con la cultura non si mangia’ pronunciato dall’allora Ministro Tremonti, provocando l’appiattimento e la chiusura dei rubinetti per i fondi per la cultura, lentamente, in questi ultimi anni, questo empasse divenuto un macigno inamovibile e pertanto non gestibile, si sta alleggerendo. Grazie all’operoso lavoro di ben due Ministri Bray prima e Franceschini oggi, finalmente l’attenzione ed i fondi, sono tornati ad interessarsi del patrimonio culturale, architettonico e artistico che esiste in Italia.

Il lento cammino intrapreso dagli uomini a capo del ministero dei beni culturali, ancora non ha potuto risolvere l’annoso problema di un maggiore alleggerimento burocratico di chi vuol cimentarsi a fare cultura. Non ci sono ancora quei provvedimenti ad hoc, per chi spinto dalla voglia e volontà di creare spazi di cultura, possa beneficiarne, scontrandosi invece con il quotidiano impatto alla risoluzione dei problemi pratici e soprattutto economici, accollandosi spese e impegnandosi in investimenti personali, pur di realizzare spazi culturali aperti al pubblico.

Partendo dalla struttura è da sottolineare che in Italia ci sono edifici storici, chiese, magazzini,caserme, cinema, abbandonati ed in attesa di una riqualificazione. L’elenco degli edifici pubblici in disuso è molto corposo in qualunque grande città italiana, basta andare sul motore di ricerca per trovarne il triste elenco. A tal proposito è stato pubblicato un libro nel quale si trova l’elenco degli spazi in abbandono in Italia, realizzato da Altreconomia con il sostegno della Fondazione Cariplo, dal titolo: “Temporiuso. Manuale per il riuso temporaneo di spazi in abbandono, in Italia”, dove per evidenti ragioni editoriali non sono presenti gli aggiornamenti dei progetti in corso d’opera.

Nonostante il numero degli uffici pubblici in disuso resti ancora alto, nel 2000 è stata varata una legge la 383/2000 denominata Disciplina delle Associazioni di Promozione Sociale, che consente l’uso gratuito di edifici pubblici in evidente disuso da parte di associazioni di promozione sociale che ne facciano richiesta. L’art. 32 così recita: « 1. Lo Stato, le regioni, le province e i comuni possono concedere in comodato beni mobili ed immobili di loro proprietà, non utilizzati per fini istituzionali, alle associazioni di promozione sociale e alle organizzazioni di volontariato previste dalla legge 11 agosto 1991, n. 266, per lo svolgimento delle loro attività istituzionali.»

In teoria le istituzioni locali cedono in comodato d’uso i luoghi, ma nella realtà tutta la loro riqualificazione in termini di ristrutturazione, pulitura e pitturazione, sono a carico della associazioni richiedenti, spesso senza alcun sostegno economico. Le associazioni costituiscono oggi in Italia il vero cuore pulsante delle attività culturali nel nostro paese. Spesso con pochissimi mezzi, lavorano con passione, spinte dalla loro creatività, coraggio e competenze professionali, riuscendo a portare avanti progetti meravigliosi, riqualificando spazi o edifici, di conseguenza riqualificando l’intera area circostante attraverso l’offerta culturale che ne deriva.

Alcune amministrazioni ‘illuminate’  hanno saputo combinare riqualificazione, offerta culturale e start-up giovanile, mediante programmi che hanno visto nascere centri polifunzionali grazie ad associazioni che si sono prese carico del progetto. A Ferrara un’ex caserma dei Pompieri è diventata Spazio Grisù quale sede per imprese del settore creativo; un’ex centrale idroelettrica a Dro in Trentino che dopo essere divenuta un’istituzione nel settore delle arti performative dà vita ad un’altra impresa istituendo un incubatore di nuove imprese culturali; un ex opificio ceramico a Santo Stefano di Magra in Liguria divenuta una galleria d’arte denominato Progetto Nova – Nuovo Opificio Vaccari per le Arti che attrae nei suoi spazi una galleria d’arte come Cardelli & Fontana alla ricerca di nuove sfide. La Regione Puglia con il Programma dei Bollenti Spiriti sta finanziando la nascita dei Laboratori umani, mettendo a disposizione 151 immobili dismessi di proprietà dei comuni pugliesi, per diventare nuovi spazi pubblici per i giovani. La gestione dei Laboratori Urbani viene affidata, attraverso bandi pubblici, ad imprese e associazioni.

Non sono esenti dal degrado anche i luoghi di culto, le chiese-chiuse sono molte, ad esempio a Napoli la Curia nel 2011 ha emesso un bando: “Chiese da riaprirsi” con l’obiettivo di affidare ad associazioni il compito di restituire alla città, alla cultura e all’artigianato luoghi da decenni non più accessibili. Ciò al fine di evitare l’ulteriore degrado architettonico e la depredazione da parte dei vandali e ladri. Ad oggi le chiese assegnate sono ancora troppo poche, come la basilica di San Giovanni Maggiore, affidata all’Ordine degli Ingegneri, che organizza concerti, conferenze e convegni, lasciandola libera la domenica per attività di culto, o la chiesa dei Padri Missionari Oblati di Maria Immacolata trasformata da Marzo Zurzolo nello  ZTL Zurzolo Teatro Live, dove si svolgono manifestazioni culturali che vanno dalla musica, ai laboratori per bambini, alle mostre d’arte.

Abbiamo rivolto a Marzo Zurzolo, musicista di fama internazionale, che ha rappresentato in diversi festival d ’oltreoceano la nostra cultura musicale, qualche domanda circa il suo progetto di riqualificazione della chiesa del ‘600 come luogo di aggregazione.

Da cosa nasce l’idea o il bisogno di creare un luogo come lo ZTL?

Credo che questa esigenza nasca soprattutto in chi ama la propria città, almeno per me questa era l’idea quando sono venuto a vivere in questo posto, questo sito strano, particolare. Qui dove c’è ora la ZTL è un posto molto popolare, siamo in via Piazzi chiamata un tempo ‘Vico ‘o saponaro’ forse per la presenza di rigattieri, in realtà c’era un principe che si chiamava Saponara. (Luigi Sanseverino conte di Saponara in provincia di Messina, 1587†1669, n.d.r.), ed ancora prima questo posto veniva chiamato Via Caracciolo, perché era la tenuta dei Caracciolo (una delle più importanti famiglie nobiliari risalente al X secolo d.C.). I giardini che sono all’interno fanno parte di uno molto più grande, ci sono degli affreschi con la scritta Caracciolo, comprendono anche un ipogeo ( costruzione sotterranea realizzata come riadattamento di cavità naturali). E’ un pezzo di storia antico, abbiamo fatto una ricerca storica molto seria, abbiamo molto rispetto di questo luogo, più che ristrutturarlo, abbiamo mantenuto l’architettura, ritinteggiando di bianco per dare un colore neutro, spendendoci molti soldi. Abbiamo riportato alla luce il pavimento, coperto dall’incuria e dalla sporcizia. Non abbiamo fatto altro che restituire un posto aristocratico alla città, cosa che dovrebbe essere fatta dalle istituzioni locali e non dai privati. Se noi facciamo uno sforzo da tre anni a questa parte, ci aspettiamo una presa d’attenzione da parte del sindaco, che non è mai venuto a trovarci. Anche il governatore Caldoro dovrebbe trovare il tempo di venire a vedere cosa abbiamo combinato qui, rendersi conto di questa realtà. L’unico politico che è venuto è stato l’assessore alla cultura Nino Daniele, che è rimasto impressionato dal posto, dalla musica, tant’è vero che ci ha invitato a partecipare alla Giornata in Memoria della Shoah. Bisogna fare chiarezza ai vertici politici per comprendere cosa vogliono fare di questa città, sono in pochi che la amano veramente .

Pensi che sia difficile fare cultura oggi in Italia?

Certo, abbiamo avuto per vent’anni il governo Berlusconi che ci ha distrutto, dando voce a persone che prima avevano vergogna di parlare ad un tavolo, dicendo cose assurde con la sicurezza che non sarebbe successo nulla, attraverso le sue televisioni e con trasmissioni di uno squallore ed un’anticultura esagerata. Oggi se fai cultura, ad esempio a teatro, se fai una cosa impegnativa, la gente non ci va preferendo una tipologia di spettacoli di divertimento, perché non vuole pensare, non si vuole impegnare, certo non ama nemmeno più. Una volta ci fermavamo a fare un pensiero guardando il mare, oggi i giovani vanno di corsa, non credo ci sia più amore, si è persa la poesia.

Fare cultura oggi è quasi controcorrente secondo te?

Sì, sei anacronistico, se sei un ragazzo che parla di poeti, tutti pensano che sei un babbeo, cioè una cosa pazzesca! Le persone non si parlano più, solo attraverso Facebook, non hanno più coraggio. Prima le persone quando si incontravano si guardavano in faccia, avevano timore perché c’erano gli sguardi, era un gioco sottile come una partita di poker, ora dietro la tastiera si scrive ciò che si vuole, tanto nessuno controlla.

Ci sono contributi da parte delle Istituzioni per agevolare l’apertura di luoghi di aggregazione culturale come questo?

Li stiamo ancora aspettando (ridendo sarcastico). Noi siamo qua.

Quanto ha inciso la tua esperienza internazionale nel tuo modo di fare cultura?

Tantissimo. In un primo momento volevo che facessimo come fanno in parecchi paesi all’estero di fare dei concerti di pomeriggio, o la mattina, ma la città non ha risposto all’iniziativa. Avevo provato a fare la domenica mattina dei concerti, per dare la possibilità alle persone di una certa età che non potevano uscire la sera, col freddo, di prendere alle undici un aperitivo ascoltando dei concerti, ma  ha funzionato solo per un po’. Abbiamo dovuto rinunciarvi anche per i costi che incontravamo. Se l’amministrazione destinasse una somma all’anno, potremmo garantire una programmazione che permettesse ai cittadini di usufruire di questo spazio in modo migliore, e non relegato ai costi che noi da soli riusciamo a coprire. Ad esempio concerti con giorni e tematiche prestabilite, ad esempio tutte le domeniche la canzone napoletana, in modo che le persone sappiano che esiste un posto fisso per ascoltare questo tipo di musica. Attualmente se io voglio uscire per ascoltare un menestrello, uno che porta la tradizione dove vado? Se vado in Giappone e voglio sentire la canzone napoletana ci sono tantissimi posti dove ascoltarla, i giapponesi che cantano ‘O sole mio!

Musica come cultura. Cosa ne pensi della proposta di Antonio Onorato di creare a Napoli una Casa della musica? Ha proposto il Teatro Trianon per farlo rinascere in nome della musica. Credi che una Casa della musica possa migliorare il modo di fare musica a Napoli?

Sicuramente può essere un punto di riferimento per tanti musicisti che non hanno un posto degno. Napoli è la culla del Mediterraneo, porta nel mondo la cultura sia partenopea che italiana. Se vai in giro per il mondo e dicono parliamo dell’Italia, conoscono ‘O sole mio e Volare, sono brani della nostra terra, la nostra tradizione, la tradizione italiana, quella che è conosciuta in tutto il resto del mondo. Quindi la nostra tradizione va tutelata, una Casa della musica potrebbe aiutare. Io feci un progetto nel 2006 sulla città della musica, includendo il Teatro Trianon che non è stato minimamente preso in considerazione, nonostante fosse un momento dove c’erano ancora i finanziamenti, con il sindaco Bassolino. Il progetto prevedeva concerti, incontri con gli artisti, ad esempio un artista straniero si sarebbe fermato qualche giorno per incontrare i musicisti napoletani per un interscambio di cultura, per conoscere la realtà del nostro paese. Quando sono stato in Colombia per il festival della Musica Classica, sono stato dieci giorni, si sono fatti degli stages, la persone venivano per avere lezioni gratis dello strumento, ad esempio il mio batterista ha tenuto tantissime lezioni. E’ un modo per fondere, per dare e ricevere cultura.

Il Maggio dei Monumenti a Napoli prevede esibizioni musicali solo autofinanziate cioè con propri sponsor. Pensi che sia dovuto alla crisi di liquidità del comune o che sia una limitazione a fare cultura, in questo caso musicale?

Entrambe.. Uno perché non ci sono mai soldi, anche se vedo che poi escono, ma allora ci sono o non ci sono? Resta un punto interrogativo. Sempre.

 

 

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