martedì, Maggio 11

L'Europa? Non ce la dà mai vinta Perché non conosciamo i volti dei candidati?

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Per molti l’Europa è un’entità misteriosa e autoritaria. Una mamma severa, un po’ cattiva, che ci mette in soggezione e ci fa sentire inadeguati: l’Europa non ce la dà mai vinta. Forse non succede solo a noi, ma non siamo informati di ciò che accade agli altri europei. Dovremmo invece capire i dati sulla corruzione nel resto del continente (vedi i dati di Transparency), capire come la disoccupazione non sia un problema solo nostro e dovremmo prendere atto che le produzioni degli altri Paesi faticano ad andare all’estero esattamente come quelle italiane.

L’importanza di leggere i dati reali l’ha ricordata ieri il giornalista Giampiero Gramaglia, durante un dibattito che si è svolto nella sede romana di CIME (Consiglio Italiano per il Movimento Europeo). Il titolo era “Elezioni europee nei media italiani”. Siamo infatti vicini alla nuova tornata di elezioni europee. Domani (dopo quelli del 28 aprile e del 9 maggio) è previsto il terzo incontro fra i candidati alla presidenza (qui le info). Parteciperanno Juncker, Tsipras, Ska Keller e Schulz, a partire dalle 21. 

Chiunque vinca le consultazioni presto deciderà anche per noi, ma a noi i loro dibattiti sembrano interessare poco. Chi sarebbe capace di riconoscere i loro volti? Il punto sostanziale di partenza è che non esiste ancora una platea europea, né un senso di cittadinanza comunitaria, e soprattutto manca un servizio pubblico europeo. Il tema è caro a Giacomo Mazzone (direttore di Eurovisioni), che ne ha fatto cenno anche nel suo intervento di ieri – in teleconferenza. Tra gli ospiti del dibattito, accolti dal presidente di CIME Pier Virgilio Dastoli, anche Anguel Beremliysky (addetto stampa della Rappresentanza in Italia della Commissione europea) e Gardenia Trezzini (direttore di EuroNews, intervenuta in collegamento da Lione). Bruno Somalvico e Lino De Seriis (rispettivamente segretario generale e vicepresidente di Infocivica) hanno aperto e chiuso l’incontro.

Per Beremliysky gli italiani sono sovraesposti alle posizioni mediatiche antieuropeiste, che però non si misurano mai con la parte di chi in Europa e nell’euro ci vuole stare. “Paradossale – ha detto Beremliysky – come d’Europa parli con fervore soprattutto chi la vuole demolire. Dal 14 aprile in poi,abbiamo osservato picchi di copertura dei temi di livello europeo (specie su internet ma anche nelle agenzie) in corrispondenza delle due giornate in cui si sono svolti i dibattiti televisivi tra i 4 candidati. L’Italia – conclude Beremliysky – non vede picchi di ascolto nemmeno in occasione di questi eventi straordinari, e sono comparsi pochi articoli anche sui giornali”.

Si parla di Europa, pare, soprattutto in momenti difficili. Eppure gli immigrati (secondo i dati) arrivano in Italia ma non vi si trattengono, e negli anni 2012 e 2013 il saldo migratorio del nostro paese è stato addirittura negativo. Questo non lo si percepisce, attraverso i sistemi di informazione.

Non emerge neppure la delicatezza della questione di quale sia il posizionamento politico dei candidati alla presidenza. I due più forti, Juncker e Schulz, non sono volti nuovi della politica e non sembrano capaci di coinvolgere gli spettatori, mentre apparentemente continuano a inseguire l’uno le affermazioni dell’altro. Esiste infine uno “sbilanciamento delle istituzioni europee verso un baricentro europeo settentrionale e centrale, che ha visto progressivamente ridursi la presenza dei paesi più meridionali” (Gramaglia).

Effettivamente i paesi dove si segue il dibattito elettorale europeo sono proprio la Germania, i paesi dell’est, e il Lussemburgo. Conterà, forse, la tendenza italiana a spettacolarizzare la comunicazione politica? Magari non si può applicare fino in fondo la semplificazione (funzionale alla divulgazione) a concetti difficili come quelli dell’Europa unita? Sarà anche per questo, o per via del controverso tema linguistico e macroculturale, se siamo ancora lontani dal poter approfondire i contenuti del dibattito? 

“Colpisce – ha detto Gardenia Trezzini – che nei TG italiani sia così presente il candidato Tsipras. In effetti il vero obiettivo della comunicazione a livello europeo non dovrebbe essere quello di spiegare i programmi agli italiani, ma anzitutto di far conoscere i volti e i nomi dei candidati, e un minimo del loro pensiero politico. Anche persone come Juncker, in politica da 30 anni, sono essenzialmente sconosciuti per la gran parte degli spettatori. La strada è ancora lunga, prima di poter parlare delle teorie politiche, – conclude Trezzini. – Siamo all’anno zero della comunicazione”.

Non aiuta il fatto che i candidati provengano da aree come Lussemburgo, Germania e Belgio, le più invise agli euroscettici. Innegabile, dunque, che la questione della democraticità dei processi decisionali sia all’ordine del giorno, in termini sostanziali e di percezione. Dice bene il pur controverso spot Rai sull’Europa: di Europa si deve parlare. Va bene, ma come? Ricordiamo che l’Europa a 28 conta ben 24 lingue ufficiali, ma nei suoi lavori impiega prevalentemente inglese o francese. All’Italia parlare inglese costa molto, sia in termini culturali (esposizione all’inglese veicolare), sia in termini economici. Traduzioni? Non solo.

Negli anni Novanta si pensò all’esperanto come la lingua della futura apertura democratica alle risorse europee per tutti. L’utilizzo dell’inglese e del francese, non si può negare, regala a chi parla queste due lingue un vantaggio espressivo notevole. Tra proposte e controproposte (qui troverete informazioni elaborate, raccolte e pubblicate da ERA Onlus) l’esperanto non è riuscito a diventare la lingua ponte delle traduzioni, né la lingua veicolare dell’Europa. Eppure, lo ripetiamo, l’inglese ci costa. Lo conferma un progetto di anni fa: I costi della (non) comunicazione linguistica europea. Il lavoro, finanziato dall’Europa e proposto dai radicali, reca la prefazione del Nobel Reinhard Selten.

L’inglese costa anche al mondo delle imprese. La Guida linguistica per le imprese europee (del 2011) dice per esempio: “Tra le quasi 200 imprese che hanno rinunciato a contatti a causa della scarsa conoscenza di lingue straniere, 37 attribuiscono ai contratti sfumati un valore tra 8 e 13.5 milioni di euro“, Infine, si dice che il candidato Tsipras non abbia partecipato ai due dibattiti tra i candidati per un senso di ‘timidezza’ linguistica. Un costo in termini di pari opportunità.

Ma che cos’è questa Europa unita? Ricordiamo che l’Italia fu tra i sei stati che, nel 1957, la vollero formare, sotto forma di CEE (Comunità Economica Europea, con Belgio, Francia, Germania, Lussemburgo, Paesi Bassi). Da allora in poi, quanta acqua è passata sotto i ponti e quante parole si sono inseguite tra articoli e libri prima di arrivare al 1992 di Maastricht? In quell’anno la Comunità europea depose l’aggettivo ‘economica’, e cominciò finalmente a occuparsi di temi come la coesione interna tra gli stati, le lingue da parlare (per capirsi e per concludere affari), e la necessità di una ‘cultura europea’.

Per ora, a chi non sia uno specialista, l’Europa appare come il Moloch che ci governa (in verità lo fa solo in parte), e dal quale ci arrivano grossi problemi come quello del cambio euro-lira. Post scriptum: non siamo stati capaci di negoziarlo adeguatamente. L’Italia, con i suoi 7458 km di linea di costa, è anche esposta alle ondate migratorie, un problema che non sappiamo gestire. Su questo punto, che è uno dei più emergenti, dobbiamo dunque cercare nuove forme di collaborazione con il resto d’Europa. Perché in Europa resteremo, probabilmente, ancora lungo. E chi la vuole estendere o contenere, chi la vuole ampliare o smantellare, dovrà comunque informarsi, esigendo di sapere (dalle fonti istituzionali che governano l’Italia) che cosa esattamente sia e come funzioni, l’Europa. Il 25 bisognerà infine scegliere coloro che ci dovranno rappresentare, e non ce ne possiamo esimere perché saranno proprio loro, dal 26 maggio, a decidere anche per noi.

 

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