mercoledì, Maggio 19

L’Europa (e l’Italia) tra Stati Uniti e Germania Il confronto tra Washington e Berlino attribuisce una nuova centralità all'Europa mediterranea

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Il riaccendersi dell’ostilità tra Stati Uniti e Germania ha radici profonde, che vanno ben oltre la particolare congiuntura ‘neo-protezionista’ inaugurata con l’elezione di Donald Trump. L’intervento degli Usa nelle due guerre mondiali combattute nel corso del XX Secolo, motivato in entrambi i casi dalla necessità di evitare il sorgere di una potenza dominante in grado di egemonizzare l’Europa, ne sono la prova più evidente. Stesso discorso vale per la decisione del 1945 di dividere e occupare militarmente e in pianta stabile la Germania, così da evitare che si venissero a creare le condizioni per una riaffermazione del Paese su scala continentale. La fine della Guerra Fredda ha mutato sostanzialmente lo scenario, perché da un lato ha spalancato le porte all’integrazione politica e militare dei Paesi dell’est nell’architettura di difesa atlantica. D’altro canto, la disintegrazione dell’Urss offriva alla Germania riunificata la possibilità di esercitare quella drang nach osten (spinta verso est) che aveva storicamente caratterizzato l’approccio strategico tedesco, ma questa volta in una forma essenzialmente economica.

Fu in quel contesto che gli Usa decisero di accordare alla Germania la possibilità di realizzare la propria penetrazione economica in Europa orientale in cambio dell’adesione di Berlino alla Nato e del contestuale allineamento strategico tedesco. Più specificamente, gli strateghi di Washington pensarono di sfruttare il processo di integrazione comunitaria europea come veicolo per estendere da dietro le quinte i confini dello schieramento atlantista fino a ridosso dei confini russi. Come ha puntualmente osservato il noto stratega Usa Zbigniew Brzezinski: «qualunque espansione del campo d’azione politico dell’Europa è automaticamente un’espansione dell’influenza statunitense. Un’Europa allargata e una Nato allargata serviranno gli interessi a breve e a lungo termine della politica europea. Un’Europa allargata estenderà il raggio dell’influenza americana senza creare, allo stesso tempo, un’Europa così politicamente integrata che sia in grado di sfidare gli Stati Uniti in questioni di rilievo geopolitico, in particolare nel Vicino Oriente».

All’epoca, il disegno statunitense non si poneva in contrasto con gli interessi della Germania, che ritenne di poter strappare a Washington il nulla osta per l’inclusione dell’Europa orientale nel proprio blocco geoeconomico come contropartita per la trasformazione del processo di adesione all’Unione Europea dei Paesi dell’est in una sorta di conditio sine qua non per la loro entrata nella Nato – una prospettiva a cui diversi Paesi dell’est guardavano con favore a causa di una russofobia che per la prima volta da mezzo secolo poteva tradursi sotto il profilo politico – grazie alla quale gli Usa avrebbero avuto buon gioco a imporre la propria egemonia geopolitica sul ‘grande spazio’ collocato tra Germania e Russia. Dal punto di vista tedesco, l’obiettivo era chia­ramente quello di tenere sotto stretta osservazione un’intera regione po­tenzialmente instabile e di utilizzarne le risorse, a partire dal basso costo del lavoro, concedendo ai Paesi dell’est un’appartenenza formale all’Ue – ma non all’eurozona.

Così,tra il 1997 e il 2013, Unione Europea e Nato reclutarono Estonia, Lettonia, Lituania, Bulgaria, Slovenia, Slovacchia, Romania, Croazia, Ungheria, Polonia e Re­pubblica Ceca, nonostante alle soglie degli anni ’90 Ronald Reagan e James Baker avessero concordato con Mikhail Gorbaciov l’adesione all’Alleanza Atlantica della Germania riunificata in cambio della rinuncia statunitense ad estendere la Nato ad est. Ma gli evidenti problemi strategici – come la crisi ucraina – prodotti dall’allargamento dell’Alleanza Atlantica a gran parte dell’Europa orientale andavano a sommarsi a quelli di carattere sociale ed economico, dal momento che gli standard vigenti nei Paesi ex comunisti non erano quasi mai paragonabili a quelli dell’Europa occidentale. L’adesione di una potenza agricola come la Polonia, ad esempio, comportava l’eliminazione delle barriere protettive nei suoi confronti, cosa che avrebbe colpito gli agricoltori italiani e francesi. La conseguenza cruciale dell’allargamento dell’Ue è tuttavia data dalla rimozione degli ostacoli che fino ad allora avevano scoraggiato lo spostamento degli impianti di produzione verso l’Europa dell’est.

La prima azienda a intuire e a valorizzare questa prospettiva è stata la Siemens, la quale minacciò di trasferire la produzione di telefoni cellulari in Ungheria qualora i sindacati tedeschi si fossero rifiutati di apportare modifiche sostanziali ai contratti di lavoro. Oltre ad essere tradizionalmente ben istruiti, precisi e affidabili, i lavoratori cechi, slovacchi, ungheresi erano anche particolarmente inclini ad accettare i contratti che più avvantaggiano le imprese. Non sorprende quindi che nel 1991 la Volkswagen, dopo aver soppesato costi e benefici dell’operazione, decise di rilevare l’azienda ceca Škoda e di trasferire la produzione in Slovacchia, caratterizzata da bassi salari e imposte più che favorevoli per le imprese che fin dai primi anni ’90 promettevano di trasformare la nazione in una sorta di ‘Montecarlo della Mitteleuropa’. Per promuovere mediaticamente il fenomeno, alcuni economisti neoliberali sottolinearono che la delocalizzazione delle imprese verso i Paesi vicini avrebbe permesso alle aziende occidentali di tagliare i costi legati alla produzione, benché fosse chiaro che i ‘nuovi arrivati’ avrebbero tranquillamente potuto impiegare i fondi europei per sovvenzionare gli sgravi fiscali alle imprese dell’Europa occidentale. In sostanza, l’allargamento dell’Unione Europea verso est in nome della ‘solidarietà europea’ si configurava evidentemente come una forma di legittimazione delle più deleterie forme di dumping fiscale e salariale, che vanno a intensificare la pressione al ribasso sugli stipendi innescata dalla stessa Germania con l’adozione delle riforme Hartz IV.

Seppur in maniera indiretta, da tutto ciò ha tratto ampi benefici la Germania, che ha approfittato dei cambi depressi rispetto all’euro vigenti in tutti i Paesi dell’est facenti parte dell’Unione Europea ma non dell’eurozona per trasformarli in una sorta di ‘periferia fordista’ deputata a rifornire l’hub industriale tedesco della componentistica dal basso valore aggiunto.

Il sistema costruito dalla Germania grazie anche all’inadeguatezza di gran parte dei politici europei rischia tuttavia di andare in pezzi per effetto del programma neoprotezionista promosso da Donald Trump, il quale intende introdurre misure atte a riequilibrare i rapporti commerciali tra gli Stati Uniti e i loro partner. Per farlo, il presidente ha introdotto dazi sull’acciaio ai quali potrebbero andare a sommarsi tariffe del 20% sull’importazione di automobili fabbricate all’estero.

Provvedimenti di questo tipo potrebbero innescare una guerra commerciale suscettibile di mettere in grave crisi non solo le case automobilistiche tedesche, ma l’intera impalcatura mercantilista su cui si basa il sistema economico della Germania. Non a caso, la Merkel si è presentata sugli spalti di Davos per pronunciare parole di condanna dalla politica di Trump, a cui ha fatto seguito l’apertura di un fitto dibattito interno – indotto anche dal ritiro unilaterale degli Usa dall’accordo sul nucleare iraniano, destinato a colpire le aziende europee che avevano riallacciato accordi economici con Teheran – circa la necessità di rivedere il rapporto tra la Germania (e l’intera Unione Europea) e gli Stati Uniti. Il settimanale «Der Spiegel» – tradizionale megafono della classe media tedesca – ha parlato ad esempio della necessità di predisporre «una resistenza intelligente, per quanto bizzarra e assurda possa sembrare. Resistenza contro l’America».

L’articolo tende ad attribuire l’intera responsabilità delle crescenti tensioni interne al fronte atlantista alla figura di Donald Trump, dimenticando che le stoccate inflitte dagli Usa alla Germania (Dieselgate, Datagate multe comminate dal Dipartimento del Tesoro alle banche tedesche) risalgono a ben prima dell’ascesa al potere del tycoon newyorkese e che gli interessi statunitensi e quelli europei tendono a divergere ormai da parecchio tempo. Al tempo stesso, però, un’uscita del genere appare indicativa degli umori che stanno attraversando la Germania. Stesso discorso vale per il crescente pressing sui Paesi del vecchio continente affinché acconsentano alla creazione di una forza di difesa comune europea – della cui guida si occuperebbe naturalmente il ‘direttorio franco-tedesco’ – indipendente dalla Nato, per la prospettiva – lasciata trapelare da anonimi funzionari europei all’emittente «Russia Today» – di abbandonare il dollaro negli scambi bilaterali con l’Iran in favore dell’euro, di favorire la ristrutturazione del sistema finanziario internazionale verso l’adozione di una forma di gold standard rivisitata e corretta e, soprattutto, per lo sdoganamento dell’idea di rendere la Germania una superpotenza nucleare così da trasformare il Paese in un gigante politico e militare, oltre che economico. «L’indipendenza richiede che la Germania si doti di una deterrenza nucleare. La cosa rientra nei nostri vitali interessi nazionali», ha affermato pubblicamente lo scienziato politico Maximilian Terhalle facendo eco al direttore della «Frankfurter Allgemeine Zeitung», che nel novembre 2016 aveva esortato i tedeschi a ‘pensare l’impensabile’ alludendo alla costituzione di una force de frappe tedesca.

Il problema, per Berlino, è dato dal fatto che gli Usa non accetteranno mai una prospettiva di questo genere, e che l’amministrazione Trump si è già mobilitata per minare i tentativi tedeschi di gettare le basi per un accenno di riposizionamento geopolitico della Germania (l’analista Hans Kundnani ha parlato addirittura di ‘svolta post-occidentale’ di Berlino) in favore di Cina e soprattutto Russia, per mezzo del raddoppio del gasdotto Nord Stream, del sostegno agli sforzi di Putin di trovare una soluzione alla crisi siriana e dell’apertura di discussioni interne circa la possibilità di rimuovere le sanzioni contro Mosca (molto dannose per l’economia tedesca) comminate sull’onda della crisi ucraina. Washington ha predisposto una strategia particolarmente insidiosa, perché fa perno sui Paesi dell’Europa orientale che costituiscono le fondamentali propaggini del blocco geoeconomico tedesco. È infatti alle repubbliche baltiche e alla Polonia, alleati di ferro degli Usa nonché avamposti della Nato ai confini della Russia, che Trump ha proposto di incrementare – magari a prezzi scontati – le importazioni di gas naturale liquefatto statunitense per contrastare l’intesa energetica russo-tedesca. Varsavia e gli altri governi interpellati da Washington sembra abbiano accolto con favore l’offerta di Washington, e ciò potrebbe significare un imminente strappo tra la Germania e i suoi satelliti economici che, fiutata l’aria che tira, si dissociano da Berlino per mettere in crisi l’affare energetico con Gazprom. La reazione tedesca consisterà con ogni probabilità nel promettere ai Paesi dell’est, all’interno dei quali tende a consolidarsi la convinzione che l’avvenire economico non sia più legato all’appartenenza dell’Unione Europea, dividendi ancora maggiori dell’adesione all’area geoeconomica tedesca come contropartita per una loro presa di distanza dall’agenda ‘divisiva’ di Washington.

In altre parole, la ‘spartizione’ dell’Europa orientale tra Stati Uniti e Germania, con i primi che le imponevano la propria egemonia geopolitica e i secondi la loro potenza economica, non è più una soluzione sostenibile in epoca di avviato multipolarismo in cui il declino statunitense si accompagna all’emergere di alcune forze anti-egemoniche (Russia e Cina su tutte) in grado di mettere in crisi l’ordine mondiale a cui il mondo si è abituato nel corso degli ultimi decenni. Naturale conseguenza di ciò è il diffondersi del caos e dello scoordinamento internazionale, con conseguenti scontri sia all’interno dell’establishment che determina gli orientamenti della potenza dominante che tra lo Stato egemone a e le nazioni ad esso subordinate. Il subbuglio dei ‘mercati’ non è altro che un’espressione dell’instabilità tipica delle fasi di transizione come quella attuale. La Germania, alla quale gli Usa hanno concesso ampi benefici pur di agganciarla allo schieramento atlantista all’indomani del crollo dell’Unione Sovietica, si è progressivamente accreditata come uno dei maggiori fattori critici del sistema su cui si fonda l’egemonia statunitense.

In tali condizioni, la posizione che assumeranno i Paesi (l’Italia in particolare, la cui crisi istituzionale vede i tedeschi collocati da un lato della barricata e il governo statunitense – con i suoi portavoce più o meno ufficiali – dall’altro) dell’Europa mediterranea, situati letteralmente tra l’incudine tedesco e il martello statunitense, è destinata a rivestire un’importanza capitale nel determinare gli equilibri futuri non solo europei. Roma potrebbe, tanto per cominciare, chiedere cospicue contropartite agli Usa in cambio del sabotaggio della linea politica ed economica che la Germania intende far valere su scala europea. Il governo avrebbe davanti a sé considerevoli prospettive di successo nel caso in cui si decidesse a invocare la protezione degli Stati Uniti di fronte all’assalto dei giganti imprenditoriali francesi e tedeschi nei confronti dei settori economici dall’elevata valenza strategica (finanza, assicurazioni, industria, ecc.) rimasti in mani italiane. Allo stesso tempo, l’esecutivo italiano potrebbe chiedere a Berlino una sostanziale riforma dell’Unione Europea associata a un accordo favorevole rispetto alla questione migratoria in cambio del supporto alla realizzazione del disegno franco-tedesco mirante alla creazione di una forza di difesa europea indipendente dalla Nato.

Una politica di questo tipo richiede naturalmente buone dosi di coraggio, spregiudicatezza e visione strategica che le élite italiane hanno raramente dato prova di possedere. Il tempo si incaricherà di dimostrare se il sedicente ‘governo del cambiamento’ di recente formazione sia in grado di realizzare una svolta di questo tipo.

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