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L'Europa delle telecomunicazioni in Asia centrale field_506ffb1d3dbe2

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Almaty – A cadenza semestrale, si leggono notizie di multe e sanzioni comminate ad aziende, spesso straniere, per non aver rispettato questa o quella regola sulla concorrenza o sulle quote di utilizzo delle reti. In un mondo in cui l’autorità antitrust è indipendente dal governo e lavora solo per garantire il rispetto delle regole, queste accuse dovrebbero essere prese seriamente. Tuttavia, l’Asia centrale non è una regione protagonista della classifica dei migliori Paesi dove stabilire il proprio business e le agenzie antitrust sono spesso statali o controllate in maniera informale, quindi tali accuse vanno lette come punizioni legali ad hoc.

Il 7 marzo scorso l’autorità antitrust kazaka ha chiesto danni per 64 milioni di euro a KCell, l’attore protagonista nelle telecomunicazioni dell’immenso Paese centroasiatico. Diversi i capi d’accusa, ma probabilmente un solo obiettivo nel mercato delle reti telefoniche. KCell infatti è di proprietà di TeliaSonera e detiene la fetta più grande del mercato kazako (47%). La concorrente statale KazTelecom continua a soffrire i postumi della svalutazione del tenge, la moneta nazionale, che ha causato molti grattacapi alle aziende che hanno i capitoli di spesa denominati in dollari e le entrate in tenge. Se lo Stato multa l’investitore straniero, allora, si può legittimamente pensare che sia un modo per ridurre lo svantaggio creato dalla svalutazione. Forse in vista di queste difficoltà in azienda, il capo dell’area commerciale di KCell si era dimesso proprio il giorno dopo l’annuncio da parte della Banca centrale kazaka. Dalla fine dello scorso anno continuano i ‘rumors’ sull’arrivo nel Paese di Virgin Media, il colosso britannico dell’innovazione nel campo delle telecomunicazioni. Anche se il ‘business plan‘ è interessante, Richard Branson dovrà stare attento a non calpestare alcuni interessi.

L’anno scorso, Kazakistan e Turkmenistan hanno completato il collegamento tra le proprie reti di telecomunicazione nella zona del Caspio, un primo passo nell’interconnessione tra Kazakistan con i mercati di Iran e Afghanistan. Il controllo statale sulle reti telefoniche in Turkmenistan si è allentato nel 2005, quando è stata data la possibilità a MTS, compagnia di telefonia mobile russa, di acquistare l’unico operatore nel Paese. Oggi, compete in pace con Altyn Asyr, la nuova compagnia di stato. La controllata di Ashgabat detiene infatti il doppio delle utenze e le leggi sulla libertà di espressione non prevedono comunque molta libertà nelle comunicazioni.

La penetrazione russa si fa più interessante negli altri Paesi centroasiatici, come Kyrgyzstan e Tagikistan. La competizione più aperta nel mercato kyrgyzo ha causato una flessione nei ricavi di Beeline (Vimpelcom). La stessa compagnia ha fatto passi da gigante in Tagikistan con un aumento dei ricavi del 32 per cento rispetto al 2012 e con l’allargamento dell’utenza a 1,3 milioni, abbastanza rilevante in un territorio ostico e montagnoso che ospita circa 8 milioni di abitanti. Anche TeliaSonera è presente in Tagikistan, dove è stata accusata di collaborazione con il governo autoritario di Emomali Rahmon durante le violenze di Gorno-Badakhshan nell’estate del 2012, quando i servizi telefonici vennero bloccati a causa dello ‘stato di emergenza’.

Il caso più interessante in Asia centrale rimane l’Uzbekistan, dove le multe vengono comminate da tutti i fronti. Tra arbitrati internazionali e corti locali, non è facile distinguere i problemi veri da quelli inventati per estorcere denaro. Secondo ‘Reuters‘, l’Uzbekistan «è Paese post-sovietico più problematico per gli investimenti delle compagnie internazionali di telefonia mobile». Vimpelcom, che in Italia controlla Wind, è infatti sotto il mirino di alcune corti negli Stati Uniti e nei Paesi Bassi a causa delle sue operazioni in Uzbekistan. Gli investitori russi e norvegesi che controllano l’azienda si dicono preoccupati per le conseguenze legali che potranno seguire, visto quanto accaduto nel 2013 ai due principali operatori.

In realtà la causa uzbeka contro gli operatori russi era cominciata nell’agosto 2012, con una multa da 80 milioni di dollari per MTS. Poi lo schianto cinque giorni dopo con un’altra multa da 370 milioni di dollari per condotta criminale. Al momento dello scoppio del caso giudiziario, MTS era il più forte ‘player’ nel mercato uzbeko. Secondo quanto riportato da ‘UzNews‘, dietro questa operazione ci sarebbe proprio Gulnara, l’eccentrica figlia del presidente Islam Karimov. Secondo fonti del settore, la ‘principessa’ uzbeka avrebbe venduto la compagnia Uzdunrobita a MTS nel 2004 per poi riprendersela con mezzi giudiziari. Nel gennaio 2013, infatti, MTS ha liquidato la propria attività nel Paese.

Googosha‘ è il nome artistico di Gulnara, regina della moda e della cultura pop nel suo Paese. Non è escluso che lei abbia anche altri nomi, legati però a conti correnti svizzeri. Così almeno pensa la Corte di Ginevra, che ieri ha aperto le indagini su Gulnara per riciclaggio di denaro nel settore delle telecomunicazioni. Dopo che alcuni attivisti avevano occupato la sua casa svizzera in segno di protesta contro il regime autoritario del padre, è arrivato il momento, molto più doloroso, del congelamento di fondi collegati a Googosha per circa un miliardo di dollari. Karimova è stata di stanza a Ginevra quale direttrice della delegazione uzbeka presso l’ONU fino al luglio scorso, quando diventò palese il suo ruolo nello scandalo con TeliaSonera.

TeliaSonera acquistò il proprio ingresso nel mercato uzbeko con un contributo di oltre 300 milioni di dollari (secondo la corte svedese non si trattò di tangenti, ma di finanziamenti illeciti). Appena lo scandalo è venuto a galla, le teste sono cominciate a saltare. Il primo a farne le spese fu Lars Nyberg, amministratore delegato di TeliaSonera, dimessosi nel febbraio 2013. Lo scorso ottobre è toccato a Tero Kivisaari, responsible dell’accordo in Uzbekistan. Il polverone sollevato non ha risparmiato neanche Googosha, che dice di aver subito ripetute pressioni negli ultimi mesi da parte dei servizi segreti uzbeki.

Non è difficile trovare somiglianze tra il comportamento di investitori stranieri e governi centroasiatici nel settore delle telecomunicazioni e altre industrie, principalmente nel mercato degli idrocarburi e delle risorse minerarie. In Paesi dove la libertà di espressione non è sempre rispettata, però, le irregolarità nel mercato dei mezzi di comunicazione sono segnali paradigmatici della corruzione e della facilità di controllo sulla popolazione dei leader centroasiatici. Quando gli operatori europei e russi decidono di giocare con le stesse ‘regole’, è inevitabile che si possano trovare in posizioni molto scomode.

 

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