venerdì, dicembre 14

L’Europa costruita dalla tecnologia di avanguardia Incapace di spendere la stessa moneta in modo equo su tutti i suoi territori, tra due anni sbarcherà su Marte

0

L’Unione Europea – dovremmo saperlo tutti- è un’organizzazione regolata da un modello in cui la sovranità viene trasferita o delegata ad una autorità da parte dei governi degli stati membri, che a differenza delle consuete pianificazioni internazionali, ha un più marcato grado di integrazione tra i suoi membri. La sua storia è complessa e certamente chi ne parla, a livello soprattutto della nostra politica, dovrebbe conoscerne assai bene i fondamenti e i suoi momenti più alti, tre per esempio: marzo 1957 a Roma, febbraio 1992 a Maastricht e infine dicembre 2007 a Lisbona non sono stati eventi calcistici di altre spettacolarizzazioni ma non per questo demeritano un doveroso ricordo come capisaldi di una nuova strategia continentale. Che i trattati e gli accordi possano piacere o meno è un’opinione personale, spesso alimentata da informazioni o preconcetti costruiti più o meno a proposito. D’altro canto, se andiamo a rivisitare la storia, assai spesso piena di errori e affollata di narratori faziosi, ritroviamo già dai tempi dei Cesari uno sviluppo quasi ininterrotto di guerre sanguinose, di saccheggi, di dominazioni prepotenti e di popolazioni sottomesse ai più prepotenti. Per questo, non si può così negare che dalla fine della Seconda Guerra Mondiale e dalla costituzione embrionale dell’Unione, l’Europa ha attraversato un periodo di pace mai vissuto in oltre due millenni.

Non è vero, dicono i detrattori del nuovo regionalismo europeo che sia stata la UE ad aver garantito la pace e possono anche avere le loro ragioni se pure ne conoscessero l’argomentazione ma è un fatto che ormai sono ben due generazioni di maschi nati nel Vecchio Continente che non hanno dovuto indossare la divisa grigioverde per andare a farsi uccidere da vicini di confine.

L’Europa si sa, è debole e lo sarà fino a che non avrà un proprio apparato difensivo, una polizia e una magistratura in grado di muovere la propria autorità oltre gli effimeri limiti di un filo spinato e fin tanto che le direttive emesse dalla Commissione non dovranno essere ratificate in ogni sede locale per diventar legge, tutti i Paesi dell’Europa, pur uniti assieme hanno ben pochi strumenti per ottenere il rispetto e l’autorevolezza mondiali. Per questo, è precisa opinione di chi scrive, aver costruito una struttura politica solo su una piattaforma economica e commerciale è stata una mossa poco attenta. Ma probabilmente l’unica che si potesse compiere. Un po’ come la democrazia ironizzata da Winston Churchill: la peggiore forma di governo ma l’unica praticabile. Se proviamo poi ad andare ancora indietro con la memoria, non ci sarà difficile ricordare che tenere l’Europa sotto un unico assetto fu per lungo tempo l’obiettivo dellImpero romano e poi di Carlo Magno e di Napoleone Bonaparte, ma il colore copioso del sangue che è scorso per queste utopie ha sempre scoraggiato i più ottimisti strateghi politici di ogni tempo. Poi però agli inizi del XX secolo una nuova modellizzazione politica si affacciò nell’est dell’Europa e ovest dell’Asia –teorizzata da un ideologo nativo della Prussia ottocentesca, figlio di un rabbino praticante, esule poi per motivi ideologici in Inghilterra- impensierendo notevolmente le culture occidentali impregnate di spirito capitalistico e imperialistico, non più dopotutto proprio di quel mondo sovietico tanto temuto.

Il secondo conflitto mondiale, sappiamo anche questo, fu la più tragica conclusione di regimi nazional-popolari che si erano generati in Italia e in Germania ma che avevano trascinato con la loro retorica l’intero continente a uno schieramento senza precedenti. Cinque, sei anni di tragedia e tante persecuzioni trascorse non sappiamo quanto abbiano fatto comprendere la follia di certe ideologie distorte e raffazzonate, costruite sull’assurdità dell’esistenza di una razza (che, lo ricordiamo è animale per tutti) e sull’aberrazione dell’accanimento etnico. Ma una fotografia dall’alto, se fosse stata possibile, avrebbe dipinto un’Europa distrutta nel 1945, impotente. Incapace di ripartire senza il sostegno di chi viveva opulentemente dall’altro lato dell’oceano?

Nulla si fa per niente e se questo è un principio sacrosanto furono proprio gli Stati Uniti a dover caldeggiare la costituzione di un’organizzazione che fosse sufficientemente forte da ostacolare qualunque mira espansionistica che avrebbe potuto avere un gruppo di dirigenti con il colbacco che ormai si era insediato imperiosamente nella città adagiata sulle sponde del fiume Moscova, fondata nel 1147 da Jurij Dolgorukij.

Quanto la nostra Europa sia energica verso l’esterno è veramente opinabile e circa la sua organizzazione, merita la citazione una frase attibuita all’ex segretario di stato US, Henry Kissinger: «Chi devo chiamare se voglio parlare con l’Europa?». La battuta di cui lui stesso non ha rivendicato l’appartenenza, è più volte inutilmente servita a evidenziare la mancanza di una singola linea di politica estera da nazioni che hanno spesso interessi diversi da quelli che si attribuiscono, mai disponibili ad assecondare l’Alto rappresentante per le relazioni estere, ovvero il potere che dovrebbe rappresentare univocamente il Continente. «L’Europa -secondo il vecchio statista tedesco americano ancora con le idee molto chiare- ha la capacità di diventare una superpotenza, ma non ha né l’organizzazione né l’idea di diventarlo. Questa è una sfida per il concetto di Europa».

La scelta anocronistica della Gran Bretagna di voler lasciare l’Unione non ha certo migliorato la crescita né dell’Arcipelago, né del Continente. Strano però: il 9 agosto 1961 il premier britannico Harold Macmillan implorò i Cinque perché si accettasse la candidatura del Regno Unito all’ingresso del Mec, ma sì arrivò solo il primo gennaio 1973: nel mezzo, anni di opposizione guidata soprattutto dalla Francia del generale Charles de Gaulle. Forse aveva ragione lui. Forse aveva visto giusto nel giudicare troppo strette le intese tra il n.10 di Downing Street e le colonne neoclassiche del n.1600 della Pennsylvania Avenue perché l’Europa non patisse le conseguenze e non permettesse un’alleanza assai stretta che il vecchio soldato francese tendeva a stringere con la Germania federale che aveva la capitale a Bonn. Ma dopo questa lunga, forse noiosa introduzione, specie per chi non ne ha vissuto tutta la dinamica, viene da domandarsi cosa sia veramente l’Europa.

Chi scrive, da sempre sostenitore di un continente unito e pieno di tutte quelle risorse capaci di renderlo una potenza consapevole della propria storia, di una competenza e di una civiltà che vengono da molto lontano, si astiene da ogni giudizio ma ricorda qualche elemento, più opportuno a riflessioni che a mere speculazioni di circostanza. Possiamo partire dalle alleanze di carbone e acciaio, creata nel 1951 a Parigi su iniziativa di Jean Monnet e Robert Schuman, per poi passare alla realizzazione delle arterie principali che hanno consentito un’agevole movimentazione di persone e merci, per seguire poi l’Organizzazione per la ricerca nucleare, il più grande laboratorio al mondo di fisica delle particelle, alla periferia ovest di Ginevra, modello che ha convinto i migliori scienziati europei a costituire una comunità spaziale, condividendo i saperi della missilistica fino a poco prima pensati solo per farsi guerra. E sempre in campo aerospaziale i progetti che hanno portato l’Europa a un primato mai raggiunto dagli Stati Uniti: il trasporto supersonico del Concorde, un grande programma anglo-francese fiaccato da una crisi energetica inattesa e senza precedenti e da incomprensioni ancora irrisolte. E tante, ma tante imprese che ormai operano in forma plurinazionale sull’intero continente, dividendosi la manualità, ma anche i mercati che è sempre più insostenibile affrontare da soli e che attendono i ragazzi del programma Erasmus, un piano di mobilità studentesca, creato nel 1987 per internazionalizzare le nuove leve del futuro.

Questa è l’Europa. Una casa comune che ha bandito la guerra e che non riesce a governarsi ma che si è rigenerata con le tecnologie più di avanguardia: incapace di spendere la stessa moneta in modo equo su tutti i suoi territori, ma che tra due anni sbarcherà su Marte con una sonda che eguaglierà i successi americani, aumentando l’acquisizione della conoscenza dell’universo per tutta l’umanità.

C’è molto da fare ancora. Le industrie marciano con lingue diverse e anche con velocità poco allineate performando l’unico obiettivo di produrre e generare ricchezza, ma ancora i diritti sociali e le tutele dei lavoratori presentano differenze preoccupanti tra il nord e il sud. Tra l’est e l’ovest dell’Europa. Quando queste barriere saranno superate, avremo un continente più giusto e meno vulnerabile a voglie espansionistiche o di predominanza. Non possiamo essere limitati nell’esaltare il ruolo importante svolto dall’Europa per la modernizzazione di tante fasce territoriali: oggi molte proposte politiche sono sul banco degli imputati, ma vanno difese perché i cambiamenti delle mentalità e il superamento dei pregiudizi non si muovono con le stesse gambe dei mercati ma non per questo sono carenti di valori. Trascurare questi meriti può comportare gravi perdite per le generazioni future.

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Commenti

Condividi.

Sull'autore