giovedì, Dicembre 9

L’ Europa chiede riforme: dalla ragione sovranazionale alla ‘profezia’ di Ventotene La proposta italiana per riformare l’Eurozona si scontra con una scarsa coesione politica, nonostante i buoni propositi per una futura stabilità volta a scongiurare nuove crisi. Ma l’incertezza si respira anche a Berlino e nel Nord del Continente. La diagnosi di Roberto Castaldi, Professore di Filosofia politica all’Università Ecampus

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Pertanto la componente intergovernativa, finora, permane.

 Certamente, e questo è l’altro aspetto. È il motivo per cui si discute tanto della figura del ruolo e dei poteri di un Ministro del Tesoro europeo. Dentro a un contesto decisionale intergovernativo, valgono i rapporti di forza tra gli Stati e, alla fine, emerge un’egemonia tedesca. Nelle istituzioni sovranazionali questo non accade. Il Paese che ha beneficiato maggiormente del Piano Juncker è l’Italia. Un altro è la Grecia. Ciò vuol dire che, laddove la gestione compete a organizzazioni sovranazionali, le cose funzionano in un modo, mentre diversamente avviene quando la gestione è intergovernativa. Così, nell’ambito della Banca Centrale europea, che è una tipica istituzione sovranazionale, quando le decisioni non sono state prese in forma unanime, in minoranza si trovava sempre la Germania: in altre parole, quando si dice che la Germania è dominante in Europa, in realtà ciò è riferibile al solo contesto intergovernativo, non a quello sovranazionale.

A conti fatti, ci sarebbero interessi a un’unione fiscale europea anche per chi, tra gli euroscettici, si pronuncia contro l’egemonia tedesca?

Assolutamente. Tradizionalmente, sono proprio gli Stati più piccoli e più deboli ad avere sempre sostenuto il metodo comunitario delle istituzioni sovranazionali, perché sono quelle che fanno gli interessi dell’Europa in quanto tale, ossia: di tutti quanti e non soltanto dei Paesi più grandi o più forti. Da questo punto di vista, i Paesi che oggi – per ragioni diverse, magari legate alla loro debolezza economica, ai conti pubblici, ecc. – si trovano (o si percepiscono) in una situazione di marginalità o di debolezza, hanno tutto l’interesse a rafforzare le procedure decisionali e le istituzioni sovranazionali. Del resto, se andiamo a vedere gli ultimi anni, su tutti i dossier principali, le posizioni più simili a quella italiana erano espresse dalla Commissione europea e dal Parlamento europeo: sia che si trattasse dell’importanza di lanciare investimenti (la Commissione ha creato il Piano Juncker), della flessibilità (Comunicazione sulla flessibilità) o, ancora, della risposta adeguata al fenomeno migratorio (la proposta delle quote, quella relativa al rafforzamento della Guardia di frontiera europea). Quando ci siamo trovati esposti a difficoltà, abbiamo visto che le proposte a favore o comunque coincidenti con le proposte italiane – quando queste rispondessero agli interessi europei – provenivano dai due organi unionali, mentre non abbiamo trovato sostegno a causa degli altri Stati membri. Nei casi in cui essi potevano essere esentati da un esercizio di solidarietà perché, per varie ragioni – geografiche o di altra natura – , erano ‘al riparo’ da certi problemi, come accade ai Paesi del gruppo di Visegrád (Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria), rispetto alla questione dei migranti provenienti dall’Africa attraverso il Mediterraneo, gli Stati si sono opposti alle decisioni o le hanno disapplicate. Questo mette in evidenza l’importanza di un rafforzamento delle istituzioni sovranazionali, che hanno un carattere democratico e prevedono, come propria ragione costitutiva, la cura dell’interesse europeo complessivo.

Ma allora, perché l’euroscetticismo cresce anche – e in misura consistente – nei Paesi che avrebbero più interesse a una tutela di tipo sovranazionale? 

 Perché quella tutela ancora non c’è. Non è colpa delle istituzioni europee, ma la responsabilità cade, piuttosto, sugli Stati membri. Tuttavia, l’UE è identificata soprattutto a partire dalle sue istituzioni sovranazionali: i fallimenti dell’Unione sono comunque messi sulle spalle della Commissione e del Parlamento, anche quando siano da imputare agli Stati membri:  è una percezione distorta, e l’elettorato preferisce correre dietro soluzioni fantasiose e contraddittorie.

Un esempio?

Se riteniamo che non sia possibile, per l’Italia, fare fronte da sola alla situazione migratoria e chiediamo il sostegno e l’azione europea, è evidente che, se la premessa è vera, non esiste una soluzione sovranazionale: non c’è alternativa a rafforzare l’Unione e a metterla in condizioni di fornire risposte reali sul tema migranti, perciò la soluzione sovranista è contraddittoria con la premessa. I sovranisti dicono: ‘usciamo dall’UE, facciamola noi l’Unione, perché l’UE non ci aiuta’; ma, nel momento stesso in cui si ammette di aver bisogno di aiuto, si sta dicendo che una soluzione nazionale non è possibile. Qualunque persona di buon senso si rende perfettamente conto che, di fronte a quanto sta accadendo in Africa e in Medio Oriente – due aree immense e profondamente destabilizzate, che richiedono un intervento economico, politico, militare significativo -, non c’è nessuna soluzione (in termini di sicurezza, ordine pubblico, controllo dei confini) dei processi migratori: è un’illusione pensarlo. Eppure c’è chi pensa che, cambiando il Ministro degli Interni, si interrompano gli sbarchi. Costoro non hanno guardato i dati degli ultimi 15 anni, durante i quali, nell’avvicendarsi dei Governi, il problema degli sbarchi c’è sempre stato. Non si va a vedere qual è la situazione sul terreno: si continua a parlare della Libia come se esistesse uno Stato che si chiama ‘Libia’, mentre c’è solo una guerra per bande che esclude un monopolio della forza, un esercito, un controllo del territorio, ossia elementi essenziali all’esistenza di uno Stato. Con tutto quello che ne consegue.

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