venerdì, ottobre 19

Lettonia: elezioni, ‘Armonia’ è il primo partito, ma non stravince Il cambio di rotta del partito, autodefinitosi nel corso della campagna elettorale un moderno partito socialdemocratico, non ha convinto l’elettorato

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Si sono appena concluse, in Lettonia, le elezioni per rinnovare il Saeima, il parlamento nazionale e come oramai prassi in molti Paesi europei, il confronto, anche nel piccolo Paese baltico, è stato tra le nuove forze populiste e lo storico partito filorusso da una parte e le forze politiche tradizionali e filo europee dall’altra.

I risultati parlano di un Saeima più composito rispetto a quello precedente e con una evidente difficoltà ad ipotizzare coalizioni governative: i tre partiti del governo uscente quasi dimezzano i voti ed insieme sfiorano il 30%, il partito filorussoArmoniasi conferma il primo partito attestandosi al 20% ed ottengono un buon risultato gli altri tre partiti che superano la soglia del 5% e cioè il partito populista KPV, il Nuovo Partito Conservatore con il 14% ed il partito ‘For Development/For! che raggiunge il 12%.

Evidentemente, il cambio di rotta del partito ‘Armonia’, autodefinitosi nel corso della campagna elettorale, un moderno partito socialdemocratico, non ha convinto l’elettorato, che considera ancora il partito del sindaco di Riga, Ušakovs, ancora la longa manus del Cremlino negli affari lettoni. In effetti, Armonia non ha mai celato le simpatia per la Russia, tanto da siglare un accordo di cooperazione con ‘Russia Unita‘, il partito del presidente russo. La sospensione dell’accordo di cooperazione, poco meno di un anno fa, evidentemente non è bastato ed il tutto è stato percepito come un semplice cambiamento di facciata, un maquillage elettorale per attrarre voti anche della popolazione non russa.

La Lettonia, infatti, è un Paese particolarmente segnato dall’occupazione sovietica, terminata con l’indipendenza dichiarata nel 1991, subito dopo il crollo dell’impero di Mosca. Tentarono più volte, i russi, di annettere la Lettonia, una prima volta già nel 1918, quando i bolscevichi cercarono di riconquistarla, invano, dopo averla persa nel corso della Prima Guerra Mondiale; una ventina d’anni più tardi, nel 1940, subito dopo il patto ‘Molotov-Ribbentrop’ con cui comunisti e nazisti si divisero l’Europa per sfere di influenza ed infine subito dopo la seconda guerra mondiale, questa volta con il placet dei Paesi occidentali. Sia nel corso della prima occupazione, nei primi anni ‘40, che nel corso della seconda, furono migliaia i lettoni deportati. In particolare, la seconda occupazione sovietica fu violentissima, furono gli anni delle purghe staliniane, che in Lettonia, considerando le piccole dimensioni dello stato baltico, assunsero la forma di una vera e propria pulizia etnica. In una sola settimana, alla fine del marzo 1949, furono più di quarantamila i lettoni deportati in Siberia.

Contemporaneamente fu avviato un processo di russificazione, non solo in Lettonia, ma in quasi tutti i Paesi assoggettati al dominio sovietico, che mirava a sostituire le tipicità nazionali con una unica indefinita cultura sovietica e le lingue nazionali, con la lingua russa, concepita da Mosca come lingua del mondo comunista. Straordinariamente efficiente fu lo sforzo della censura sovietica per eliminare il patrimonio letterario lettone ed alla fine degli anni ’40 saranno più di dieci milioni i libri distrutti o sottratti alle biblioteche nazionali.

Le deportazioni fungevano da strumento della colonizzazione sovietica, creando le condizioni affinché i piccoli stati baltici potessero perdere il proprio patrimonio culturale e la stessa identità nazionale. Il processo di russificazione continuò per tutto il periodo della dominazione, con una graduale sostituzione della popolazione lettone con soggetti non lettoni, prevalentemente russi. La maggior parte  era rappresentata da funzionari pubblici, ma anche da operai utilizzati per compattare il settore industriale lettone.

La popolazione di origine russa, come quella di origine tedesca, ha storicamente rappresentato una minoranza numericamente rilevante in Lettonia, ma se agli inizi degli anni ’20, quella russa rappresentava poco più del 10 per cento, nel corso degli anni della dominazione sovietica, arrivò a rappresentare il 35 per cento, per poi scendere ed attestarsi, ancora oggi, intorno al 25 per cento.

Negli anni in cui la Lettonia fu assoggettata alla dominazione sovietica, era l’etnia russa quella dominate e l’ideologia sovietica a prevalere.

Ecco perché, scrollatasi di dosso la dominazione sovietica, la Lettonia si è da subito avviata verso l’integrazione europea (ha aderito alla Nato e alla UE nel 2004) ed ha cercato di riappropriarsi della propria identità e della cultura nazionale. Per farlo ha dovuto necessariamente porre in atto alcuni provvedimenti con cui si circoscrivevano gli ambiti di rilevanza, stabilendo delle priorità: il lettone è divenuta la lingua ufficiale e la cittadinanza lettone è stata concessa, in un primo momento, solo a chi mostrava una minima conoscenza della lingua e della storia nazionale. Nonostante i timori e le paure che l’utilizzo della lingua russa portava con sé, nel 2012, si è tenuto comunque un referendum costituzionale che proponeva di utilizzare nuovamente la lingua russa come seconda lingua ufficiale, ma che la stragrande maggioranza della popolazione ha respinto.

Ed ecco perché l’ascesa nei sondaggi dei mesi scorsi del partito populista KPV, i cui responsabili avevano già spiegato che non avrebbero avuto alcuna remora a creare una compagine di governo con il partito filo russoArmonia‘, aveva creato più di qualche timore.

Sembra essere un tratto distintivo dei partiti populisti: fare accordi con chiunque pur di governare. In Italia, nelle ultime elezioni, il partito populista Movimento 5 Stelle era disposto a fare un’alleanza di governo con il Partito Democratico filo europeo o con la Lega filorussa, sovranista ed oltremodo scettica nei confronti dell’Unione Europea. Un giochetto che in Lettonia non ha funzionato, almeno per il momento.

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