martedì, Maggio 17

Lettera aperta al Signor Ambasciatore della Federazione russa presso la Repubblica italiana, Sergey Razov Stiamo rischiando l’impensabile. Faccia la sua parte, ambasciatore, almeno nella sua coscienza. Fino a quando non vi deciderete a imboccare la strada della democrazia, saremo tutti esposti a rischi sempre più gravi

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Gentile ambasciatore Sergey Razov, ieri avevo ricevuto una mail della direttrice di questa testata, mi chiedeva un giudizio professionale, psicopatologico, su Vladimir Putin.
La mia risposta non è stata entusiasta, mi sembrerebbe un lavoro inutile, noi possiamo fare tutte le analisi che vogliamo, ma rimane un esercizio di stile, niente di più, senza contare che in questo caso non è necessario. Qualsiasi persona comune, infatti, si rende conto che nella testa del suo presidente c’è qualcosa che non gira come dovrebbe, lo pensano anche le persone come il sottoscritto, ma non serve a nulla sapere che pioverà se poi si esce senza ombrello, allo stesso modo sapere che quell’uomo, dallo stile di un bullo di paese, è pericoloso non ci risolve il problema, perché il vero pericolo non è lui, ma il suo Paese, ossia le persone grazie alle quali si è issato al vertice della seconda potenza nucleare del Pianeta.
Si rimane di stucco nel constatare che un popolo come il vostro, capace di una rivoluzione come quella che portò alla fine del regno degli Zar, che trent’anni dopo spazzò l’esercito tedesco, mettendo i nazisti alla porta e preparando la loro fine, si sia messo nelle mani di un uomo mediocre, ignorante e pericoloso.

 

Dunque, Putin è un grosso problema, ma è colpa vostra se ci è stato inflitto, anche sua.
Lei potrà, a ragione, contestare che in Italia abbiamo avuto le nostre belle gatte da pelare. Lo sappiamo, anche adesso è così, ci sono politici, guarda caso amici del suo presidente, che nella migliore delle ipotesi potrebbero fare i garzoni, ma la differenza, un vero abisso, è nel fatto che noi possiamo sbagliare, ma anche rimediare, e lo abbiamo fatto spesso, attraverso elezioni democratiche, e poteri indipendenti in grado di controllare e mettere freni ai bollenti spiriti degli intemperanti. È successo anche negli Stati Uniti, dove per quattro anni si sono affidati a un pagliaccio altrettanto pericolo. Non è durato molto, dovesse tornare farebbe la stessa fine, perché ogni quattro anni c’è un esame.
Si chiama democrazia, eccellenza, e la vera minaccia è la vostra incapacità di crearne una decente, rendendo possibile il tragico riduzionismo che stiamo vedendo all’opera in queste ore così tristi: un grande Paese dalla storia affasciante tenuto per la cravatta da uno scarafaggio muscolare e cinico, se non addirittura psicopatico.

 

La prima conseguenza la pagano le persone come lei per le quali non dev’essere facile vivere simulando di essere uomini liberi. Non è un’accusa, mi creda, sono consapevole della situazione di terrore cui siete sottoposti, la scena del capo dei servizi segreti minacciato dall’orco resterà come immagine simbolo per decenni, a rappresentare l’insopportabile asimmetria tra il vostro padrone e i cittadini russi.
Lei, proprio nelle prime ore della guerra, in margine a un convegno milanese, si è sentito di fare l’elenco degli errori attribuibili alla Nato, difficile darle torto, ma anche qui le differenze sono cospicue, si tratta di un sistema complesso dove però non c’è uno che si sveglia la mattina e decide da solo, e non c’è neppure in capo supremo che intimidisce, per non dire altro, i collaboratori. La scena di cui parliamo ne ricorda un’altra del celebre film ‘Gli intoccabili‘, di Brian De Palma, una riunione tra Al Capone e i suoi sottoposti, durante la quale il boss spacca il cranio a uno dei partecipanti usando una mazza da baseball, esercitando un potere di vita o di morte simile a quello che si leggeva nello sguardo di Vladimir Putin mentre il capo dei servizi segreti invocava più tempo per la trattativa.
Proprio non ci siamo eccellenza, da questa parte siamo imperfetti e talvolta meschini, ma il controllo sociale sull’autorità alla fine ci aiuta. Noi la lezione l’abbiamo imparata, voi non avete neppure iniziato la prima ora di scuola. Mi rivolgo a lei proprio perché in questo momento in qualche modo è ‘italiano’ e, sebbene il suo ruolo le impedisca di pronunciarsi, penso le sia chiaro che viviamo millenni diversi.

 

Infine, gentile ambasciatore, c’è una cosa che noi abbiamo capito sempre meglio. La democrazia avvicina, è un processo lento, imperfetto, ma è l’unico che può salvare il mondo.
Proprio il giorno in cui iniziava l’invasione dell’Ucraina, un atto barbaro e immotivato, mi trovavo a Gorizia, tenevo un seminario a dei cittadini impegnati nel campo educativo.
Quella città è figlia di una storia di sofferenza lunga un secolo, dall’altra parte della frontiera, a una decina di metri, inizia Nova Gorica, che fa parte delle Slovenia. Fino all’inizio degli anni Novanta erano due galassie in allontanamento, poi, dopo la guerra civile jugoslava, si sono fermate, cominciando, sempre meno timidamente, ad avvicinarsi. Diciotto anni fa la Slovenia è stata ammessa nell’Unione Europea, e oggi le due città, Gorizia e Nova Gorica stanno addirittura per saldare il loro destino. Nel 2025, insieme, saranno capitali europee della cultura, le due parti cominciano a lavorare sodo per essere pronte.
Certo, ci saranno delle difficoltà, forse generate proprio da antiche diffidenze, ma alla fine faranno altri passi avanti. Nessuna annessione, eccellenza, solo avvicinamento. Niente cannoni, solo cultura e civiltà, proprio quelle che sembrate avere smarrito affidandovi a un topolino afflitto da manie di persecuzioni.

 

Faccia la sua parte, ambasciatore, almeno nella sua coscienza, lo deve ai suoi figli, a quelli degli ucraini e dei russi, ma lo faccia anche per i nostri che, a causa della vostra superficialità, stanno rischiando l’impensabile.
Mentre glielo chiedo capisco quanto possa essere pericoloso per voi russi ribellarvi, gli arresti di queste ore in quell’inferno dei diritti che è la vostra capitale, lo ricordano a tutti, ma fino a quando non vi deciderete a imboccare la strada della democrazia, che richiede sacrifici veri, saremo tutti esposti a rischi sempre più gravi.

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