lunedì, ottobre 22

Lettera aperta a Renzi, Poletti e Orlando Che legge è mai quella che ti riconosce un diritto ma non te lo fa godere?

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Signor Presidente del Consiglio dei Ministri, lei ripete ad ogni occasione che questa è “la volta buona” per “cambiare verso” a questo nostro amato e malandato Paese, per tornare “passo dopo passo” a ritrovare “l’ottimismo e la fiducia nel futuro” perché ora “l’Italia riparte”. Ma a lei che della “rottamazione” e della “modernità” ha fatto la sua filosofia politica, chiedo: che Paese è quello che porta una persona di 55 anni che ha perso il lavoro a perdere anche la speranza di ritrovarlo, a sentirsi abbandonato dallo Stato e relegato ai margini della società, a doversi umiliare con la propria famiglia, i parenti e gli amici per tirare avanti perché questa nostra Repubblica non è più, nei fatti, “fondata sul lavoro” (articolo 1 della Costituzione), non “riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro” e non “promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto” (art. 4), non garantisce “pari dignità sociale” e non riesce a “rimuovere gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona umana” (art. 3)?

Signor ministro del Lavoro, lei che esalta gli effetti positivi del “jobs act” e parla di “boom di contratti a tempo indeterminato”, cosa pensa di fare concretamente, e quando, per quelli come me che non li vuole più nessuno perché sono troppo vecchi per cominciare un nuovo lavoro e troppo giovani per poter andare in pensione? Cosa pensa di fare il Governo e il suo Ministero per noi “over 50” che non siamo più considerati un “capitale umano” se non da valorizzare almeno da utilizzare, e che finiamo per ingrossare l’esercito di esuberi, esodati, inattivi, disoccupati cronici che secondo le stime del Censis è cresciuto del 146% tra il 2008 e il 2014, raggiungendo complessivamente il milione di individui? E cosa ne è degli impegni da lei a più riprese annunciati per il reinserimento dei cinquantenni nel mercato del lavoro e per attivare scivoli verso la pensione anticipata per i sessantenni disoccupati?

Signor ministro della Giustizia, lei che è il titolare della delega concessa al Governo per riformare il processo civile, e che ha annunciato un disegno di legge per “migliorare l’efficienza e la qualità della giustizia” con misure per la “riduzione dei tempi dei processi” e lo sviluppo dei “riti alternativi” in un sistema che tenda a “rafforzare le garanzie dei diritti della persona” e a “rimuovere quelle contraddizioni e quelle farraginosità che espongono all’arbitrio i soggetti più deboli”, cosa pensa concretamente di fare, e quando, affinché un lavoratore che ha una causa di lavoro in atto possa ottenere una sentenza definitiva in tempi rapidi e non in 6, 8 o 10 anni come nella maggioranza dei contenziosi e come nel mio caso che vado a raccontarle?

Io sono un giornalista professionista di 58 anni, disoccupato da gennaio 2013 e da quasi un anno senza più alcuna indennità, che dopo innumerevoli tentativi ha ormai rinunciato all’idea di poter trovare un altro contratto di lavoro, non solo nel campo dell’editoria – che è in profonda crisi – ma anche in altri settori e per altri mestieri, compresi i più umili. Siccome nella mia vita ho cominciato a lavorare molto presto, in questo mese di marzo ho virtualmente raggiunto i requisiti previsti dal mio istituto di previdenza, l’Inpgi, per poter andare in pensione anticipata. L’Inpgi, infatti, come ente privatizzato, consente ancora il pensionamento a chi ha minimo 35 anni di contributi e 57 anni di età, con una penalizzazione dell’assegno di circa il 4% per ogni anno di anticipo rispetto ai 62 oggi previsti per ottenere la pensione di anzianità. Ma è, per l’appunto, un requisito virtuale. Perché, nella realtà, 5 dei miei 35 anni di contributi sono congelati in attesa della definizione di una causa di lavoro tra lo stesso Inpgi e la Provincia di Bologna che va avanti dal 2010 e di cui, dopo ben 5 anni, non si vede ancora la fine.

Il motivo del contenzioso è il seguente. Tra il 2000 e il 2009 ho lavorato ininterrottamente per la Provincia di Bologna come capo ufficio stampa, ma con contratti co.co.co. sempre rinnovati senza una sola interruzione. L’Inpgi, alla fine del 2009, nel corso di una ispezione, ha appurato che il mio contratto di collaborazione mascherava un rapporto di lavoro che era, in realtà, di natura subordinata. L’Inpgi ha quindi multato la Provincia per la violazione contrattuale – violazione piuttosto clamorosa se si considera che le Province avevano la delega alle politiche del lavoro, ma assai abusata negli ultimi vent’anni per sopperire ai blocchi del turno over e delle assunzioni – intimandole il versamento al sottoscritto dei relativi contributi di lavoro dipendente, anche se solo per gli ultimi 5 anni del rapporto essendo i 5 precedenti, purtroppo, prescritti.

La Provincia ha fatto ricorso, ma dopo diversi mesi il competente tribunale amministrativo l’ha respinto dando ragione all’Inpgi. A quel punto, invece di sanare la situazione l’amministrazione provinciale ha promosso la causa civile contro l’Inpgi. Il 5 dicembre 2013, a tre anni dall’ispezione, il giudice del lavoro del Tribunale di Roma ha respinto in toto il ricorso della Provincia, condannandola anche al pagamento per intero delle spese processuali. Nelle motivazioni, il giudice ha scritto che l’istruttoria “ha compiutamente dimostrato che il lavoratore svolgeva continuamente la propria attività presso la Provincia di Bologna, in qualità di capo ufficio stampa, disponendo di una sua postazione lavorativa munita di computer e telefono con numero diretto, di un account di posta elettronica, di un badge per accedere al sistema informatico e di un palmare fornitogli dalla Provincia“.

Ha aggiunto che, “nel caso di divergenze con il dirigente del servizio, l’ultima parola l’ha sempre avuta il dirigente”, e ciò conferma “la natura subordinata del rapporto, esattamente come rilevato nel verbale di accertamento impugnato. Ne consegue l’assoluta infondatezza del ricorso e della domanda di risarcimento danni”.

Storia chiusa? Macché. La Provincia di Bologna prima di defungere per effetto della “Riforma Delrio”, ricorre in appello contro la sentenza. L’udienza viene fissata a un anno di distanza, il 2 dicembre 2015. E dopo l’appello gli “etici” amministratori della Provincia potranno sempre ricorrere in Cassazione: tanto loro non ci sono più, ci penseranno quelli della Città Metropolitana che li hanno sostituiti.

Intanto, forte delle risultanze dell’ispezione Inpgi, anch’io avevo presentato ricorso al giudice del lavoro, a Bologna, contro quello che ritenevo un “licenziamento” ingiusto e per il mancato versamento dei contributi Inpgi da parte della Provincia. Istruttorie parallele, stessi testi, testimonianze sostanzialmente concordi nel confermare quanto il giudice romano avrebbe poi scritto nella sua sentenza. Ma il giudice bolognese, il 7 novembre 2012, tra la sorpresa generale, ha sentenziato che “non sono emersi elementi a sostegno della tesi che il rapporto di collaborazione si sarebbe svolto nelle forme del lavoro subordinato, con sottoposizione del ricorrente al potere direttivo e gerarchico del datore di lavoro e dei suoi preposti“.

Ho fatto ricorso in appello. E’ stato fissato a più di due anni di distanza, il 22 gennaio 2015. La Provincia di Bologna, che nel frattempo non esiste più, non si è costituita nel processo. Ma il Tribunale ha rinviato e fissato una nuova udienza per consentire alla Città Metropolitana di costituirsi: tra un anno, all’11 febbraio del 2016, sei anni dopo la presentazione del mio ricorso.

Nell’attesa che la giustizia lumaca faccia il suo interminabile corso, che i giudici si mettano d’accordo su come interpretare le norme e le istruttorie, e che il Governo vari la riforma annunciata del processo civile “a tutela dei diritti della persona e dei più deboli in particolare”, io resto senza lavoro e senza pensione. E devo pure pagarmi salati contributi volontari per raggiungere – nel caso l’esito finale delle cause non dovesse essere a me favorevole – i 40 anni e 3 mesi di contributi oggi necessari per poter andare in pensione con un altro sistema, quello della totalizzazione.

E qui, signor Presidente e signori Ministri, c’è un altro singolare aspetto della questione che riguarda direttamente la politica, il Governo, il Parlamento e le leggi sulla previdenza approvate negli ultimi anni che penalizzano oltre ogni limite di decenza i lavoratori e i diritti delle persone. Norme che prevedono, ad esempio, che se uno fa lo stesso mestiere per tutta la vita ma ha la sfortuna di farlo con due contratti diversi – uno da dipendente e l’altro co.co.co. o autonomo – debba sottostare a regole previdenziali profondamente diverse. Anche se l’istituto di previdenza è lo stesso. In un caso c’è la “gestione principale”, nell’altro la “gestione separata”. E le due gestioni dello stesso istituto, non si sa per quale assurda ragione, non dialogano tra loro. Nessuna integrazione è possibile. I contributi non si possono sommare. Le regole del pensionamento sono diverse. Una prevede le pensioni di anzianità, l’altra no. Una ti manda in pensione a 62 anni, l’altra a 66. Una ti calcola ancora l’assegno col sistema retributivo, l’altra col sistema contributivo. In questa giungla, mi ritrovo con 30 anni di contributi da lavoro dipendente (più i 5 congelati dalle cause) e altri 10 da lavoro autonomo che sono, di fatto, inutili ai fini del raggiungimento dell’età pensionabile.

Una montagna di contributi previdenziali congelati, inutilizzabili. Soldi nostri, che però non possiamo usare  né come anticipo della pensione, né come prestito per tirare avanti, e nemmeno per pagare i contributi che ci mancano per raggiungere i 40 anni e 3 mesi che farebbero scattare la “totalizzazione”. Ma non è ancora finita. Perché, nel momento in cui matureremo finalmente il diritto alla pensione “totalizzata”, dovremo aspettare altri 21 mesi prima che comincino a pagarcela.

Signor Presidente del Consiglio, signori Ministri: che legge è mai quella che ti riconosce un diritto ma non te lo fa godere? Bisogna forse pensare che lo Stato, con le ultime riforme che hanno alzato enormemente l’età della pensione e gli indegni espedienti delle finestre d’uscita posticipate, legiferi nella recondita speranza che a quella età siano sempre meno persone ad arrivarci, vive? E se non è così, se il lavoro, la giustizia e i diritti delle persone sono davvero tra i vostri obiettivi, come pensate di sanare queste contraddizioni?

 

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