domenica, Maggio 9

Letta vs Renzi: corsa alle riforme image

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Il governo, senza aspettare che fosse Matteo Renzi a imporlo e a prendersene i meriti davanti all’opinione pubblica, questa mattina ha approvato, con un decreto, l’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti. Il decreto corrisponde a quello a già approvato alla Camera ma fermo al Senato e prevede che siano i cittadini a finanziare, se vogliono, i partiti donando il due per mille. È stato lo stesso Letta a comunicarlo in conferenza stampa aggiungendo che «nel decreto c’è anche l’obbligo della certificazione esterna dei bilanci dei partiti». «Una decisione – ha aggiunto – che servirà a superare “l’opacità” di questi anni e che renderà impossibile tornare agli scandali degli anni scorsi». Involontariamente comici di tweet dei ministri Angelino Alfano e Gaetano Quagliariello che rivendicano la paternità della decisione pur sapendo che l’abolizione del finanziamento pubblico era nell’agenda di Renzi e quindi, volenti o nolenti, fra qualche giorno sarebbe stato approvato comunque.

Il premier quindi anticipa Renzi e lo spiazza. Ci pensa il portavoce di Renzi, Lorenzo Guerini, però a redistribuire i meriti in maniera più equa: «L’abolizione va nella direzione da noi auspicata. Era una nostra priorità e possiamo giustamente parlare di un positivo effetto Renzi sull’esecutivo. Possiamo dire di aver raggiunto un primo importante risultato».

I deputati grillini però rilanciano e in una nota parlano di «una presa in giro sfacciata e colossale» perché «consegna la politica nelle mani dei grandi potentati economici, delle lobby e delle associazioni criminali che sono sempre alla ricerca di nuovi canali di riciclaggio del denaro sporco». I grillini, inoltre, fanno le pulci al decreto: «a pagare continua a essere lo Stato: entrando in vigore nel 2014, i partiti continuano a ricevere dallo Stato 91 milioni di euro il prossimo anno; 54 milioni 600mila nel 2015; 45 milioni e mezzo nel 2016 e circa 36 milioni 40 mila nel 2017. A queste somme si aggiungono le donazioni dei cittadini così si fa “stecca para pé tutti”».

Quello che è successo oggi sul tema del finanziamento pubblico è molto probabile che sarà il canovaccio destinato a ripetersi spesso. Renzi e Letta che competono per che realizza prima e meglio le riforme e Grillo guastatore a prescindere. Con Silvio Berlusconi che non riesce a riprendersi la scena mediatica pur parlando a ripetizione di colpi di Stato e rivoluzioni.

Fra i provvedimenti varati dal Consiglio dei Ministri vi sono inoltre: uno sconto di 850 milioni sulle bollette energetiche che ridà un po’ di ossigeno alle imprese (l’energia è uno dei principali oneri che minano la redditività e la competitività internazionale); credito di imposta del 50% per investimenti in ricerca; un fondo di garanzia di 100 milioni per attrarre investimenti; la digitalizzazione e l’ammodernamento tecnologico delle Pmi. 

L’effetto Renzi è appena iniziato, quindi, con effetti collaterali non solo sul governo ma che nel Pd. Gianni Cuperlo ha inaspettatamente deciso di accettare la proposta di Renzi di presiedere l’assemblea Pd dopo averla rifiutata tre giorni fa («Non farò il presidente, guiderò la mia area», disse). Il candidato triestino alle primarie ha ceduto, quindi, alle pressioni della componente giovanile della sua mozione (i famosi “giovani turchi” fra cui Matteo Orfini e il ministro dell’Ambiente Andrea Orlando) e non ha dato seguito, invece, al consiglio di Massimo D’Alema di tenersi alla larga da quell’incarico. Infatti, secondo l’ex premier, Gianni Cuperlo avrebbe dovuto dare priorità alla riorganizzazione della minoranza dopo la batosta alle primarie. Con un ruolo di garanzia nel partito, invece, non potrà più attaccare Renzi con la cattiveria necessaria (avrà le mani legate, in sostanza). 

 

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