mercoledì, Aprile 14

Letta sfiduciato dal suo partito

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LETTA-RENZI

Il premier Enrico Letta si è dimesso. «A seguito delle decisioni assunte oggi dalla direzione nazionale del Pd, ho informato il presidente della Repubblica della mia volontà di recarmi domani al Quirinale per rassegnare le dimissioni da presidente del consiglio dei ministri», recita la nota di Palazzo Chigi.

Nella direzione del Pd tenutasi questo pomeriggio, infatti, è stato approvato, con 136 voti favorevoli, 16 contrari e 2 astenuti, il documento che chiede «una fase nuova, con un nuovo esecutivo». A votare contro sono stati Pippo Civati e i delegati della sua corrente, mentre gli astenuti sono stati Stefano Fassina e la bindiana Margherita Miotto.

«È arrivato il momento di dire che tipo di proposta vogliamo dare al Paese», così ha esordito Renzi alla direzione del partito aggiungendo che «la riunione di oggi non è un processo al governo. Si tratta invece di capire se siamo in grado di aprire una pagina nuova, per noi e per l’Italia: c’è bisogno di un cambiamento radicale». Non c’è stato bisogno, dunque, di esasperare il livello dello scontro con Enrico Letta per ottenerne le dimissioni. La conferma che l’obiettivo sarebbe stato raggiunto comunque, il segretario del Pd l’ha avuta questa mattina con la notizia, riportata dal Financial Times, che il premier aveva cancellato la visita di stato nel Regno Unito.

Enrico Letta non ha certo deciso di deporre le armi per le continue umiliazioni e provocazioni del sindaco di questi mesi.  La decisione l’ha maturata perché ha visto il vuoto alle sue spalle. È venuto meno l’appoggio di Confindustriamai visti in passato attacchi così violenti ad un premier da parte di Confindustria» ha dichiarato Fabrizio Cicchitto), della CGIL,  dei nomi che contano della finanza e dell’economia (e conseguentemente dei grandi gruppi editoriali alle loro dipendenze) e infine degli stessi partiti che sostengono la maggioranza. Ma soprattutto è venuta meno la protezione del Quirinale.

Il presidente della Repubblica è sempre stato un uomo di apparato il cui unico mandato è garantire delicati equilibri economico-finanziari per conto delle buro-tecnocrazie e di organismi finanziari che possono decretare in qualsiasi momento la morte o la rinascita di un Paese. Qualsiasi premier è utile finché è in grado di tutelare quegli interessi. Ed Enrico Letta non aveva più la forza per farlo (come già successo in passato a Mario Monti). Questa volta, però, non è stato Giorgio Napolitano il regista dell’operazione. Il duello era troppo cruento per interferirvi e il sistema di cui Napolitano è garante ha capito per tempo che Letta non era più il cavallo vincente.

Scegliendo i binari istituzionali per le dimissioni (consegnandole al Colle senza sfidare il Parlamento con un voto di fiducia), Enrico Letta ha mostrato senso di responsabilità utile sia a non far perdere completamente la credibilità al partito sia a renderlo un candidato per incarichi istituzionali qualora ve ne fosse la necessità. 

 Che cosa succederà ora? Nemmeno il tempo di godere della soddisfazione della vittoria politica che già nascono i primi malumori dentro la “nuova” maggioranza. «Entreremo a far parte del governo solo se non si caratterizzerà come un governo di centrosinistra» afferma Angelino Alfano che difende, postumo, il governo Letta. Anche il leader di Sel, Nichi Vendola, su cui Renzi punta per allargare la maggioranza, canta il de profundis al governo Renzi prima ancora di entrarci «Una tipica manovra di palazzo, anche molto triste dal punto di vista umano. Così non nasce niente di buono». Dichiarazioni sincere o un modo per alzare il prezzo della partecipazione al nuovo governo? In ogni caso, buon lavoro al nuovo premier. 

 

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