giovedì, Settembre 23

Letta – Renzi: cronaca di una svolta annunciata image

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Renzi su smart a palazzo chigi

 

Dove eravamo rimasti? Ah sì, la svolta che doveva esserci, c’è stata. Matteo Renzi, in nome e per conto del Partito Democratico, ha dato il benservito al premier Enrico Letta, militante nel suo stesso partito. Sulla portata dell’indotto, nessuno è in grado di fare previsioni che abbiano un minimo di senso ma già il fatto, descritto nella sua stringata evidenza, da’ la misura dell’enorme confusione che domina il nostro scenario politico e che si ripercuote, elevata all’ennesima potenza, su un’opinione pubblica raramente così disorientata.

E non parliamo della fetta, sempre più ampia, che alla politica riserva da tempo un’attenzione ridotta al minimo sindacale, ma anche e soprattutto di chi segue ancora con un certo trasporto le vicende legate alla gestione della cosa pubblica.

Alcune considerazioni però, possono essere fatte.

Non credo assolutamente, innanzi tutto, che questo clamoroso avvicendamento sia figlio, come sostiene Ezio Mauro dalle colonne di ‘La Repubblica‘, del contrasto caratteriale dei due leader in gioco. Credo che in ballo ci sia in primis la trasformazione di quello che attualmente, piaccia o non piaccia, è il più importante partito italiano, da forza storicamente legata alle sue lontane ascendenze comuniste a una formazione orientata al modello del Labour britannico, soprattutto in versione blairiana, o più in generale delle forze socialdemocratiche europee. Con la peculiarità tutta italiana di una nuance tutt’altro che secondaria di chiara marca cattolica.

Quest’ultima caratteristica del partito che, nella visione di Renzi, dovrà detenere per molti anni il potere, è decisiva. Nessuno ha mai governato in Italia, o addirittura solo pensato di farlo, senza l’avallo della Chiesa cattolica, che mantiene un’influenza fortissima su una parte determinante dell’elettorato. Il progetto berlingueriano di compromesso storico, stroncato sul nascere nel sangue di Aldo Moro da un establishment mondiale legato strettamente a fattori geopolitici, successivamente caduti insieme al muro di Berlino, e le parentesi governative di centrosinistra legate al nome di Romano Prodi lo dimostrano con una certa chiarezza.

Ciò significa che, con tutte le possibili varianti e variabili costituite dai populismi in salsa grillina e tardoberlusconiana sempre in agguato, il disegno renziano è tutt’altro che peregrino e, a patto che sappia spiegarlo con pazienza e chiarezza al disorientato popolo della sinistra, ha più possibilità di riuscita di quanto non venga accreditato in questo momento.

L’altro sponsor di peso del cambio di guardia ormai in atto, è il mondo imprenditoriale. Giorgio Squinzi, Presidente di Confindustria ha brutalmente mostrato il pollice verso al Governo Letta, lamentandone le indecisioni ( tipicamente democristiane) nell’approccio al problema cruciale di una riforma seria del mercato del lavoro, propedeutica a tre fattori di importanza fondamentale per la ripresa economica: lo sblocco di grandi opere soprattutto infrastrutturali a livello nazionale, ferme ormai da anni con cantieri ed imprese pronti a partire e ad assumere, una volta finanziate ed avviate, personale ad ogni livello; gli sgravi fiscali necessari alle imprese di tutte le dimensioni per tornare a produrre occupazione, e le rassicurazioni necessarie agli stranieri per investire capitali in Italia e agli imprenditori italiani per evitarne l’esodo in terre più convenienti e remunerative.

Tutto ciò è stato accuratamente vagliato dal Presidente Giorgio Napolitano, che ha dato il via libera alla cosiddetta staffetta avendo presumibilmente verificato tutti i fattori di cui si è parlato ed avendone tratto la conclusione che il Governo Letta non era in grado di fornire le garanzie di durata che, giustamente, ritiene prioritarie.

Il futuro non consente facili previsioni, considerate tutte le variabili di cui abbiamo parlato, a cui si deve aggiungere la lacerazione profonda all’interno del Partito Democratico e il pesante ulteriore danno d’immagine subito con il duello al vertice tra Letta e Renzi, e che i dirigenti dovranno sanare con un’oculatezza di cui fin qui non si è vista mai traccia. In palio c’è, nonostante pochi ne abbiano la completa percezione, il primo vero cambiamento di assetto politico del Paese dal dopoguerra.        

 

 

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