lunedì, Maggio 17

Letta, il prigioniero di Zen … da field_506ffb1d3dbe2

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 Enrico-Letta-12-02-14

 

Sapete quante volte quest’articolo ha cambiato soggetto? Almeno tre di sicuro: da ieri mattina, quando avrei giurato che avrei stressato il tema ‘Necrofori e Prefiche (della politica)’, che mi divertiva assai perché aveva un’assonanza con ‘Papaveri e papere’, ma era molto più sedizioso.

Poi, nuovo flash al pomeriggio, che ero passata da via del Nazareno e avevo visto una meringata di Colleghi e cineoperatori che veleggiavano intorno al portone fatale (devo essermi perso qualche fatidico andirivieni proprio perché di solito giro alla larga da quei postacci, malgrado lavori a 100 metri di distanza, specie in certi giorni di ‘mercato’, ma un pranzo divertente mi aveva fatto contravvenire a questa mia sana regola).

Tale pigia pigia mi aveva ispirato un’altra cantica, ma poi mi ero distratta, fra gli ultimi dettagli organizzativi di un convegno di presentazione di un libro sui convertiti all’Islam, che è quanto di più complesso sia orchestrabile, in programma stasera all’Università ECampus.

Intanto, andavo e venivo dal baricentro del ristoro del mio cuore, ossia dall’ottava edizione di ‘Ritratti di Poesia’, mitico luogo di aggregazione annuale fra poeti italiani e stranieri, sostenuto dal mecenatismo della Fondazione Roma e del suo Presidente Emmanuele Francesco Maria Emanuele e dalla visionarietà di Vincenzo Mascolo (ma anche dal pragmatismo di Carla Caiafa), con la bella sala del Tempio di Adriano trasformata per un giorno nel Tempio della Poesia.

Questo mio particulare era un piccolo tassello di un affresco ben più ampio, a più mani e che non mi isolava dagli accadimenti della cronaca politica che si stava consumando tutt’intorno. Insomma, ho corso il rischio di diventare una neo-Fabrizio del Dongo (cfr. il romanzo di Stendhal, ‘La Certosa di Parma’)

Un pennello era senz’altro nella mano paziente di Enrico, lo stilita di Palazzo Chigi (tanto, la Colonna, giusto di fronte c’è già…). Il quale, compulsato da un rivale che nega l’evidenza, ossia di essergli avversario     -in uno stile puro democristiano’ che pare essere stato scongelato dopo oltre 20 anni di ibernazione-     se n’è uscito con una frase che ha sortito su di me lo stesso effetto  -naturalmente, per quel che riguarda questo specifico articolo-  che dovette avere la saetta che fulminò e illuminò Saulo sulla via di Damasco.

Lui e solo lui, l’Enrico che in questo momento ci rappresenta, con una faccia di bonzo (stavolta la mia erre moscia, frustrazione di una vita intera, non c’entra un piffero) ha proclamato: «Non mi dimetto: io sono zen».

Che si concentri e vada in catalessi e così anche il Governo, in modo da essere in quella tal situazione di limbo che ne renda impossibile le dimissioni (e persino la destituzione, anche in disapplicazione della nostra Costituzione)?

E che vuol dire: essere zen? Autosuggestionarsi fino all’impermeabilità ai colpi bassi (che il Matteo uno e potenziale trino non è che sta a risparmiarglieli)?

Dalla mia madrepora beata del Tempio di Adriano, risuonante versi di eccelso valore, ero praticamente in un bunker costruito da emozioni: a cominciare da quelle scaturite dalla lettura dei versi di Giampiero Neri (con una voce di velluto, quella di Ugo Pagliai), vincitore del Premio ‘Fondazione Roma – Ritratti di Poesia’, di Monsignor Antonio Stiglianò, di Mario Guadalupi, di Daniele Santoro, di Marcia Theophilo… E la performance di Tiziana Cera Rosco, poesia e installazione su versi di Amelia Rosselli è stata entusiasmante.

Vi ragguaglio solo sui reading a cui sono stata presente, anche se gli altri, ne son certa, son stati di qualità altrettanto  insigne; e continuiamo con l’interpretazione dei ragazzi dell’Accademia di Arte Drammatica Silvio d’Amico che hanno inscenato le composizioni poetiche dei mitici Poeti der Trullo, personaggi ghost d’una borgata romana che nessuno sa chi siano e rappresentano l’icona della street poetry; poi sono andata in sollucchero con Plinio Perilli e Zingonia Zingone e ho assorbito il pathos di Lello Voce fino a commuovermi alla pièce di Marina Benedetto dedicata ad Edith Piaf ed alla sua drammatica vita.

Bravissima Laura Pugno… ma poi mi è venuta una specie di sindrome di Stendhal poetica  -esiste, ve lo giuro!- e sono scappata per non cadere in una sorta di estasi mistica da surplus di emozioni (positive), perdendomi, ahimè, anche le letture di liriche del vincitore del Premio Internazionale, il polacco Adam Zagajewski, dato per futuro Nobel per la Letteratura.

Intanto, avevo visto amici e amiche, tessuto nuovi rapporti, pensato nuove iniziative per l’oasi poetica dell’Università.

A fronte di cotanta beatitudine, ora, a mente fredda, viene da pensare ai tormenti di Letta iuniore, esternati a pochi metri da dove noi c’innalzavamo su altalene sorrette da arcobaleni, espressi in quella frase pregnante ed enigmatica, di cui sopra. 

La speranza è che Matteo l’assediante   -che mi sembra davvero double face così come, dalle mie parti, accusano di essere il Santo di cui porta il nome-   si renda conto di una grande verità espressa da un fine Collega, Lorenzo Scheggi Merlini, sulla sua pagina FB: «Sempre più convinto che Renzi faccia una ‘bischerata’ che non giova a nessuno. Certo non al PD. E forse nemmeno a lui. Godono Berlusconi e Grillo. Non ho ancora capito cosa di così tanto rivoluzionario Renzi voglia fare da Palazzo Chigi, senza rompere  i vincoli europei. Il resto è aria semifritta».
In realtà, anch’io non ho capito che giovamento ne trarrebbe l’Italia da questo avvicendamento, se non quello di dimostrare che il famoso ed apocrifo articolo del Regolamento della Reale Marina Borbonica (ne ho il falso d’autore appeso nel corridoio di casa, perché, anche se so che è una pura invenzione non si sa di chi, mi diverte assai), intitolato ‘Facite ammuina’ sia la fotografia fedele della politica italiana. Ciò che, in fondo, proclama è che, invertendo l’ordine dei fattori, il prodotto non cambia. L’Italia non si salva né con quell’elemosina di 500 milioni di euro che s’è riportata indietro Letta dai Paesi arabi (che se facesse una vera lotta all’evasione ne recupererebbe un moltiplicatore assai ragguardevole), né cambiando le facce intorno al tavolo del Consiglio dei Ministri.

L’Italia si salva volendola salvare e non indulgendo in bizantinismi e in avvicen…dementi di consoli.

 

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