lunedì, Ottobre 18

L'eterno big deal nucleare Usa ed Europa hanno bisogno dell'Iran, che non vuole la drastica riduzione delle centrifughe. Ali Vaez "difficile un accordo completo entro il 24 novembre"

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 obama-khamenei


Barack Obama
ha spedito la sua quinta lettera alla Guida Suprema
Ali Khamenei e la massima autorità iraniana lo ha ricambiato incitando alla distruzione di Israele.
Quanto le dichiarazioni siano roboanti e che margini effettivi ci siano per un disgelo tra lo «Stato canaglia» e il «Grande satana» lo sanno, in queste ore, il Segretario di Stato americano John Kerry e il Ministro degli Esteri iraniano Mohammad Javad Zarif, che, il 9 e il 10 novembre hanno avuto due giorni di trattative riservate in Oman.
Ospitati nello Stato amico dell’Iran, il braccio destro di Obama e l’ex Ambasciatore iraniano alle Nazioni Unite hanno cercato di colmare il «grande gap», ha ammesso di recente il Presidente degli Usa, sulle «assicurazioni stringenti e verificabili» che Teheran non possa costruire un’arma nucleare.
Per la mancanza di certezze, dal luglio scorso l’accordo definitivo sul nucleare è slittato alla deadline del 24 novembre 2014. Nel frattempo è riesplosa la crisi irachena e, sia Teheran sia Washington, sono impegnate a sgonfiare il bubbone dell’ISIS (lo Stato islamico in Iraq e Siria). Tutto il mondo, ha esortato il Presidente iraniano Hassan Rohani, deve contrastare questa enorme minaccia per l’umanità. E, anche se, alla vigilia dei colloqui con Zarif, Kerry ha smentito qualsiasi legame tra la «questione del nucleare e una cooperazione nella lotta all’ISIS», il baratto dell’aiuto iraniano a respingere i jihadisti, in cambio di concessioni sul nucleare «a scopo civile» è sulla bocca di tutti.

La missiva di Obama a Khamenei – indiscrezione non smentita dalla Casa Bianca – è un atto di distensione degli Usa. Obama ha riaperto i negoziati sul nucleare con l’Iran, Obama ha scritto più volte alla Guida Suprema, Obama ha alzato la cornetta perr chiamare Rohani, di rientro da New York.
In questo momento gli Stati Uniti sono più aperti verso l’Iran di quanto non lo siano, al contrario, la Francia e le stesse frange ultra-conservatrici della Repubblica islamica. In Europa, Parigi difende Israele, vera (e potente) bestia nera a ostacolare, con prese di posizione non negoziabili, qualsiasi apertura sul nucleare o collaborazione contro l’Isis con Teheran.
Ma in Iran sono preoccupati per il disastroso risultato elettorale di Obama al voto di Midterm. Quando il Presidente americano, qualche settimana fa, prendeva carta e penna per la missiva, ancora i repubblicani non avevano ripreso, il 4 novembre, il totale controllo del Congresso, alla Camera e al Senato.
«Questo», scrive l’esperto iraniano del dossier nucleare Hassan Beheshtipour sul quotidianoHamshahri Online’, «porterà certamente a maggiori difficoltà di Obama negli ultimi due anni di mandato, in special modo per l’accordo definitivo sul nucleare con l’Iran».
L’inquilino della Casa Bianca ha tutto l’interesse a chiudere l’intesa: sarebbe la sua ultima chance per fare bella figura in politica estera, come «primo Presidente degli Usa a raggiungere, in 35 anni, un accordo con l’Iran, risolvendo una delle più importati crisi internazionali non con la guerra o il conflitto, ma con la diplomazia». Per i democratici, il successo avrebbe un grande impatto alle elezioni del 2016. Non a caso, aggiunge Beheshtipour «al momento la Casa Bianca sta contrattando intensamente ai negoziati». Ma è pur sempre vero, che è il «Congresso americano a togliere le sanzioni all’Iran» e, per essere libero di agire ai negoziati, «sarebbe stato meglio che Obama avesse mantenuto una maggioranza, per lo meno al Congresso».

Zarif ha smentito le voci di «ostacoli seri», trapelate dagli incontri con il Gruppo 5 + 1 (Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Russia e Cina, più Germania), ancora questo ottobre.
Fonti europee vicine ai negoziati li definivano in «fase critica» e con possibilità «piuttosto scarse» di un’intesa entro novembre. Nonostante la «volontà comune», il divario tra l’Iran e le richieste dell’Occidente sarebbe rimasto «sostanziale». Tant’è che sia il Cremlino, sia il vice di Zarif, Abbas Araqchi, ventilavano l’ipotesi di un’ulteriore proroga. Poi è arrivata la spinta degli Usa, disposti ad accelerare il confronto, nell’ultimo mese, con il faccia a faccia in Oman, sotto la supervisione della rappresentante per l’Europa, il ‘Ministro’ degli Esteri uscente dell’Ue Catherine Ashton.
Anche dai funzionari iraniani è tornato a trasparire un certo ottimismo. Con un Medio Oriente così instabile, Araqchi ha dichiarato che «nessuno vuole tornare allo stato di cose prima dell’accordo Ginevra. Uno scenario troppo a rischio». Scaduta l’intesa provvisoria, infatti, ripiombare in un regime di sanzioni duro sarebbe contro l’interesse di tutti, perché l’Iran ha aiutato i curdi e gli sciiti del sud a respingere l’ISIS in Iraq ed è un importante attore in Siria.
Eppure, per entrambe le parti, il sì definitivo sul nucleare resta un grande punto interrogativo: gli umori sono altalenanti.
Nella sua ultima intervista in tivù, mentre Kerry rilanciava Obama ammetteva pubblicamente che «l’accordo potrebbe non essere raggiunto». E, ancora dopo le 10 ore di discussioni serrate tra Zarif e Kerry, il Segretario di Stato americano si è limitato a commentare di «stare lavorando duro, molto duro». Zarif ha dichiarato che lo scoglio maggiore resta «su quanto uranio può essere arricchito».

Il casus belli che blocca l’intesa sul nucleare è il limite al numero di centrali per arricchire l’uranio. Nonostante il generale apprezzamento, ai negoziati in corso, sulla «volontà e gli sforzi di trasparenza» dell’Iran, sia sull’arricchimento dell’uranio, sia sull’impianto per la produzione di plutonio ad Arak, in Occidente rimangono dei sospetti: si teme che, insomma, i delegati iraniani siano reticenti su alcune strutture e che non vi vogliano garantire il pieno accesso agli ispettori internazionali.
Con la crisi Ucraina che ha allontanato Stati Uniti e Russia, inoltre, anche Mosca non è molto d’aiuto: usa il suo potere ai colloqui del 5+1 più come arma di ricatto e frizione, che di conciliazione tra le parti. Tant’è che centrale, negli ultimi mesi, sarebbe diventata la mediazione cinese.
Nell’ultimo anno sono stati fatti progressi”, ci spiega l’analista iraniano Ali Vaez, dell’organizzazione no-profit International Crisis Group, “ma se non sarà risolto il nodo dell’arricchimento dell’uranio, tutti gli avvicinamenti saranno inutili”. Gli americani e i suoi alleati sono infatti convinti che l’obiettivo per il nucleare civile iraniano possa essere raggiunto con meno di 2 mila centrifughe di prima generazione. “La Repubblica islamica al momento ne ha in funzione circa 10.200. Tra l’altro, una netta riduzione dell’arricchimento dell’uranio andrebbe a vantaggio dell’estensione dei contratti per i combustibili con la Russia”.

Per Vaez, allo stato attuale delle trattative, “è difficile che sia raggiunto un accordo completo entro il 24 novembre. Mentre si può ipotizzare il sì unanime a una ulteriore proroga”. Molte resistenze sono anche da sciogliere in Iran, dove la potente ala di conservatori e ultra-conservatori dell’establishment vede con il fumo negli occhi un disgelo (anche interessato) con gli Usa.
Per raffreddare gli animi, la Guida Suprema usa continuamente il bastone e la carota: da una parte dando il disco verde a Rohani a trattare; poi, arrivati al dunque, lanciando invettive e fissando la linea rossa sotto cui l’Iran non intende abbassarsi sul nucleare.
Un segnale positivo dell’Iran sarebbe stata la presenza, indicata da alcune indiscrezioni, del Consigliere di lunga data della Guida Suprema, Ali Akbar Velayati, all’incontro in Oman. Invece l’ex Ministro degli Esteri ed ex candidato di punta alle Presidenziali, conservatore, non è venuto. Pur ponendo i suoi paletti: «Vogliamo arrivare a un’intesa prima possibile, come l’anno scorso a Ginevra», ha detto, «ma l’accordo deve essere nell’interesse dell’Iran».

 

 

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